Conversione alla vera bellezza

«Tra i precetti della Chiesa c’è l’obbligo di confessarsi almeno una volta all’anno. Non comprendo il concetto dell’obbligo. Se il sacramento della riconciliazione fosse celebrato bene, e se fosse bello confessarsi, non avrebbe senso l’imporlo, per di più sotto pena di peccato. Chi mai impone di fare una cosa bella?».

Teresa del Bambino Gesù entra in convento a quindici anni e muore a ventiquattro. Grande santa, mistica e Dottore della Chiesa. Ha un bassissimo concetto di se stessa e passa tante ore a meditare sulla misericordia del Signore; si confessa ogni volta che ne ha l’occasione o il permesso da parte della madre badessa. Presenta Dio come giusto, buono, grande, onnipotente… ma afferma che solo se viene sperimentato come “Misericordia” crea una vera rivoluzione nell’anima che cerca il suo volto.

Già San Tommaso d’Aquino aveva detto: «La misericordia è la più grande di tutte le perfezioni, perché è opera più grande perdonare che creare il mondo».

Misericordia, perdono, redenzione: stupendi volti di Dio, riassumibili nel mistero della Incarnazione, apice dell’amore del Santo nei confronti dell’umanità peccatrice. Contemplando questo misterioso scambio tra cielo e terra, Teresa non esita a dire: «La maniera di essere giusto da parte di Dio consiste nell’essere misericordioso»; «Non si può avere paura di un Amico cosi tenero».

Dio è sempre in ricerca e in attesa del ritorno di chi da lui si è allontanato. Qualunque sia il motivo che porta un essere umano a ribellarsi al Padre, questi risponde con instancabile ritornello: «Shub», che può essere tradotto con: «Convertitevi», ma va meglio interpretato come: «Tornate a casa». Per quale motivo? Per fare festa! Per ritrovare la pienezza di vita. Per essere immersi in quell’amore che scaccia ogni paura. II peccatore, confrontandosi con la misericordia divina, vince ogni paura e non si lascia intimorire dal giudizio perché sa che neppure il peccato, nella sua forma più grave, ferma Dio. Il peccato non frena l’attesa e l’aspettativa del Signore di fare festa con noi, perché questo è il suo più intimo desiderio: stare con noi, gioire nel vederci contenti, aiutarci a porre le premesse per un’eternità beata, per una gioia senza fine. Idee che il profeta Sofonia esprime in modo poetico:

«Il Signore tuo Dio è in mezzo a te,
è un Salvatore potente.
Danzerà di gioia con te,
ti rinnoverà con il suo amore,
si rallegrerà con te con grida di gioia» (3, 17).

Per Teresa il confessionale è “la banca dell’Amore”. Noi portiamo a Dio i nostri peccati, unica cosa tutta nostra, e Dio fa festa in cielo.

Tutto il Vangelo ruota attorno al concetto di misericordia: Cristo ci chiama alla conversione mendicando amore. Dopo il tradimento di Pietro, Cristo gli domanda tre volte se lo ama. Domandando amore misericordioso (“agape”), genera “filia”: amore di amicizia, amore corrisposto, amore che perdona, sempre. Ce lo ha ricordato più volte papa Francesco: «Ci stanchiamo più noi di peccare, di quanto Dio non si stanchi di perdonare». L’accostarci a Lui deve essere caratterizzato da un’indicibile gioia, perché proprio questo è il cristianesimo: l’avventura di un peccatore che entra nella festa della riconciliazione. Per godere di queste idee, occorre avere un minimo di conoscenza teologica sui punti essenziali della fede cristiana, qui espressi in modo schematico:

1) Noi non siamo il nostro peccato

Pur offendendo Dio, rimaniamo suoi figli e un genitore vede il proprio figlio più bello di ciò che è. Più sbaglia, più lo ama. “Amore preferenziale” = amore donato secondo il bisogno, amore calibrato sulla debolezza umana.

2) Perdonare noi stessi e realizzarci in pienezza

Il peccato, in ebraico, viene indicato con due termini: “anomia” e “amartia” = disubbidire alla legge e mancare il bersaglio. Se non approdiamo all’amartia – se cioè non comprendiamo che peccare significa non realizzarci, rinunciare a una pienezza di vita, buttarci via – vuol dire che siamo ancora nell’Antico Testamento. Siamo sul monte Sinai. Abbiamo bisogno della legge, ma ci salva l’amore. Dobbiamo rivedere i comandamenti alla luce delle Beatitudini – tutte le Beatitudini della Bibbia, non solo le otto di Matteo – e sperimentare se siamo capaci di confessarci e di perdonare noi stessi.

3) La mia vocazione

Celebrare me stesso = Confessio laudis. Perdonare me stesso, dopo l’accusa: Confessio Fidei. Guardare fiducioso al futuro: Confessio Vitae.

Bernhard Häring, grande teologo e mio maestro di vita, per aiutare chi ha il delicato compito di accostarsi all’animo altrui proponeva di:

- avere un sorriso accogliente nei confronti del penitente;

- intuire in quale area egli maggiormente pecca, senza indagare se non ne dà l’esplicito permesso;

- aiutarlo a “battezzare” il peccato (scoprire l’anima di bene presente anche nel male);

- dargli anticipi di fiducia: «Tu puoi», non: «Tu devi».

4) Riconciliazione: re-cum-calare = rifare il mosaico.

Tornare alla primitiva bellezza, anzi diventare più belli di prima (cfr. “Veritatis Splendor”, splendore della verità), tenendo presenti i seguenti punti:

- preparazione (sabato e domenica tutti per Dio) e confessione di lode;

- essenzialità dell’accusa: «Amavo di più Dio quando ero giovane… »;

- proposito: pregherò di più quel Dio che mi aiuta ad amare il mio prossimo, come

Lui ama me.

Mi rifaccio spesso all’esperienza della donna del Malawi, che molte volte ho proposto come esempio di riconciliazione.

5) Metodo

Partire da un brano biblico. Sottolineare ciò che è essenziale per noi. Confessarsi in base alla adesione o allontanamento dalla Parola. Essere precisi nel proposito. E, per il sacerdote: non essere ridicoli nella penitenza (recitare tre “Ave Maria” è un privilegio e non una penitenza).

6) Riconciliarsi celebrando la gioia di essere Chiesa

Da papa Francesco ad oggi: crescita esponenziale delle aspettative nei confronti della Chiesa e amarezza nel constatare la delusione nei confronti di molti membri del clero, senz’altro animati da buone intenzioni, ma impreparati, incapaci di comunicare e restii nel farsi aiutare.

7) Per una conversione alla vera bellezza

Stare in ascolto del silenzio. Leggere i segni dei tempi. Tenere spenta la TV e studiare: “rifarsi il sangue”. Vivificare la propria preghiera personale con la Parola. Convincersi che sono i giusti a doversi convertire.

Conclusione

Non essere sordi alla domanda: «AGAPAS ME? (Mi ami?)» e rinnovare l’ardore giovanile alla “banca dell’Amore”, convinti che sono i buoni a doversi convertire continuamente, confessarsi di frequente, non perché si è obbligati, ma perché è un bisogno e un privilegio l’immergersi il più possibile nella morte e resurrezione di Gesù Cristo.

Valetino

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