Ponte Nossa, 2 Gennaio 2008

Si organizza la festa, non la gioia

Le festa di fine d’anno. A cominciare dal Natale. Per il credente c’è un’atmosfera di grazia, prolungamento di quella misteriosa gioia esplosa al primo avvento della luce divina, offerta a chi giace nelle tenebre dell’ateismo.
Chi ha fede, ovunque si trovi – solo, in carcere o in un ospizio – sperimenta il mistero a lui offerto: diventare Dio. Ma chi non crede? Certamente può organizzare una festa, ma non può organizzare la gioia. Anzi, può trovarsi nella imbarazzante situazione di vedersi circondato da persone desiderose di comunicare a livello profondo e di incontrare il Principe della Pace, Cristo, mentre egli pensa al babbo natale che scende dal camino con i doni e per lui prepara un soffice strato di panettoni perché non si faccia male nell’atterraggio … E lì, a pranzo o a cena, parla di tutto per non parlare di niente, perché, se non c’è un Dio che ci unisce, è facile scadere nella banalità, nella vanità, nel nulla. Appunto perché, se non esiste Dio, il nulla fagocita tutto, come magistralmente ci mostra “La storia infinita”.
Certo, anche il credente può avere problemi guardando a Cristo che viene a portare l’amore e istituisce la comunità di chi crede nell’Amore e poi si trova di fronte una Chiesa che sembra legata alle regole, alle leggi, ai precetti e ai comandamenti più che alla libertà dei figli di Dio, tanto elogiata da S. Paolo. Una Chiesa che organizza le feste ma non dona la gioia?
Ricevo continuamente lettere di persone che affermano di credere in Cristo ma non nella Chiesa. Persone molto brave che non esitano a provocarmi con frasi che nascondono amore e odio per una istituzione che sanno non essere come le altre, ma che è fatta di persone che hanno i piedi per terra, sbagliano, vedono il bene, lo approviamo e poi fanno il male:
“Il grandissimo dilemma è come restare vivi alla regola, come non morire quotidianamente allo scadere continuo nel moralismo che la regola porta, insita, dentro di sè. Come essere dei re su se stessi? Governare il pensiero, il desiderio… senza autoritarismo, ma con autorità. Come agire, con comando fermo, mantenendo comunque viva quella fiammella femminile che ci fa impazzire, che ci dà sferzate al cuore e ci fa provare un inesorabile piacere, profondo come il dolore, come le radici dei nervi, dei capillari profondi, ma che troppo spesso va a braccetto col peccato o rasenta l’imprudenza, sfiora per un attimo il freddo della morte, si sbatte la porta alle spalle, prova la paura dell’abbandono e poi rientra nella tediosa  e mortuaria normalità? La vitalità pura che si trova negli stati alterati di coscienza o nella musica o quando il 
basso ventre scalpita come un capretto che la ragione l’abbiamo abbandonata già da un bel pezzo. Come riuscire a metabolizzare questa forza che qualcuno ha chiamato dionisiaca, altri femminile, altri 
irrazionale, altri vitale… altri mortale? Forza invisibile, ma unico indice del fatto che siamo veramente vivi. E spesso ragione di morte precoce, anche violenta.

Altrimenti. Nella regola. Come impedire alla mente di attuare il solito, banale, ma efficace palliativo della ricerca del piacere e della soddisfazione immediata? Questo giustifica ogni nostra azione, dal più 
tenue e meschino adagiarsi sul gusto di una bella doccia calda, al più atroce slegare l’animale interno che azzanna sempre quelli che ci vogliono più bene”.
Non pretendo di poter rispondere a questa lettera: sarei contento se altri lo facessero, servendosi del mio sito. Io mi limito a rapidi spunti per provocare un dialogo su questo tema e su quello che è implicito da quanto vado scrivendo, vale a dire il ruolo delle fede come presupposto per un cammino verso la gioia. Regola e amore: realtà antagoniste? Chi non ha sperimentato lo stordimento di una festa, la ricerca sfrenata del piacere mentre il cuore sanguina per la totale mancanza di comunicazione? Alcuni amici che gareggiano nello sparare battute per far ridere e gli altri che stanno al gioco e ridono per non piangere?
Regola e ideale si conciliano nell’intuizione di S. Agostino: “Ama e capirai”.
Regola e testimonianza: realtà difficile a conciliare quando il cuore sente quei guazzabugli di cui parla l’amico della lettera riportata. A lui si può rispondere con una frase di S. Paolo che, pur sentendo tutto il peso della carne e le contraddizioni che sperimentiamo nel nostro corpo e nella vita in generale, ha risolto il problema smettendo di arrovellarsi il cervello, ma mettendosi a disposizione degli altri, con questa stupenda intuizione: essere collaboratore dell’altrui gioia.
Collaborare all’altrui gioia, con la certezza che essa può essere solo data in dono, dallo Spirito Santo , fonte di vita, pace, amore. Gioia, espressione dell’armonia con noi stessi, con gli altri, con il creato, ma soprattutto con il Creatore. Gioia nella cui essenza è compreso il bisogno d’irradiarsi, di essere comunicata, mentre è posseduta nella misura in cui viene offerta agli altri. Gioia, frutto dello Spirito che lega in simbiosi anime elette. Queste non si affidano alla stordante musica o alle droghe per far cadere le barriere, ma al vento sottile – sottile, allo sconcertante silenzio offerto dal deserto e dalla persona discreta, contenta di sussurrare l’unica parola destinata a rimanere eterna: “Ti amo”.

Valentino

Commenti

  1. Pina
    gen 21, 17:36 #

    Sono rimasta molto colpita da questa pagina di diario, perchè dopo un percorso durato anni solo in questo Natale ho provato la gioia quella vera che solo Dio può donare. E’ vero la gioia non la si organizza come una qualsiasi festa, la gioia va ricercata attraverso un percorso personale che costa sofferenza, tenacia, ma anche tanta buona volontà a lasciarsi trasformare il cuore da Dio. La gioia va chiesta a Colui che tutto può nella nostra fragile vita. Ho compreso che la gioia non ci appartiene se come dice S. Paolo ci arroveliamo il cervello e ci irrigidiamo sulle nostre posizioni. Al giovane della lettera vorrei dire che quando una persona ama quelle che noi chiamiamo regole diventano inevitabilmente “atti d’amore”, non rinunce dettate da fredde regole, ma un dono verso Colui che ci ha donato tutto Se Stesso. La gioia che ho provato è nata dall’aver compreso che io per prima devo amare senza per forza capire ciò che alberga nel cuore di chi Dio mi pone accanto. L’amore è gratuito,ed anche se spesso ciò sembra provocare tanta sofferenza alla fine dona una grande gioia, serenità e pace.

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