Ponte Nossa, 17 Dicembre 2008

Natale con passi di danza

Per me, ragazzino di undici anni, la vita di seminario era una indicibile pena. Soffrivo troppo la lontananza da casa mia. Mi mancavano i miei cari, l’ambiente umano in cui si respirava Dio, assieme a tutto quello che di più semplice e bello il Signore ha messo a nostra disposizione. Rimanevo “nella casa del Signore” perché troppo chiara era la mia chiamata al sacerdozio e troppo perentoria l’affermazione del rettore: “Se torni nel mondo, poi non ti farai più prete”. Cercavo conforto nella preghiera, nello studio e nel sogno delle vacanze.

Le vacanze natalizie, insieme a quelle estive ad essere sinceri, erano quanto di più bello ci si potesse immaginare: giorni e giorni per stare con i miei familiari e amici, un sacco di tempo per giocare nel cortile di casa mia e leggere tanti libri a scelta, non quelli imposti dai professori.

Le vacanze invernali, poi, avevano qualcosa di più: era la festa di Gesù bambino e sarebbero anche arrivati i doni. La fatidica notte sembrava non dovesse finire mai, eppure all’improvviso ci si svegliava con il sole già all’orizzonte e i doni impacchettati accanto al presepio. Tutto questo mi rendeva felice di quella pura gioia che si riesce ad avere prevalentemente quando si è piccoli. Ero molto riconoscente al Signore per la bella festa. Forse il mio sentimento non era completamente religioso, ma non oscurava affatto il significato del Natale. Durante la celebrazione della Messa, aspettavo con ansia il momento in cui Gesù bambino nasceva per ringraziarlo e condividere con lui la mia felicità. Era come se accogliessi con gioia l’arrivo di un nuovo amico.

Sono passati molti anni da quando vivevo queste emozioni. Col trascorrere del tempo ho assistito ad un imbruttimento della festa del Natale tale da lasciare pochi spazi alla felicità genuina dei bambini, e molti ai loro capricci. A partire da un mese prima della festa succede qualcosa nei negozi: orari di apertura continuati, nessuna chiusura nei week-end, addobbi fatti di luci e colori. Per non parlare poi della pubblicità che si fa più insistente e che lancia sempre qualche nuovo prodotto per l’occasione. E’ dura la vita per i bambini di questi giorni. Se io fossi uno di loro penserei al Natale come alla festa dei negozianti e mi chiederei come mai diventano tanto gentili e sorridono sempre soprattutto all’avvicinarsi del 25 dicembre.

Inevitabile porsi alcune domande: dove va a finire il vero significato della festa? Quanti bambini accolgono con gioia l’avvento di Gesù? E quanti di loro sono insoddisfatti perché il regalo che hanno ricevuto non è il più bello e il più costoso?

A questo nostro Natale mercificato vorrei accostare la semplicità di quello che ho vissuto con alcuni bambini africani ad Ibadan, in Nigeria.

La chiesa di bambù è gremita all’inverosimile e i bambini all’interno attendono la messa della notte. Cantano nella loro lingua yoruba, in inglese e in latino. Tra canti, danze e preghiere, la celebrazione eucaristica dura tre ore senza che nessuno mostri segni di insofferenza, perché “Quando Dio creò il tempo, ne creò tanto”. Finita la cerimonia si svolge il rinfresco: acqua (sporca) colorata e addolcita con un po’ di sciroppo all’amarena; un biscotto a testa e una caramella. I bambini però sono veramente tanti: non ci sono caramelle per tutti. Ma il “miracolo” non tarda a realizzarsi: i bambini rompono le caramelle con i denti e si imboccano a vicenda. Tutti ora hanno un pezzetto di caramella, ricevuto come un’ostia. E tornano alla loro capanna con passi di danza.

Valentino