Ponte Nossa, 8 Dicembre 2008

L’ateo, il panettone e … il Vangelo

Piange una dodicenne mentre ascolta l’omelia della messa in commemorazione di tutti i defunti. Il tema ruota attorno all’intuizione che vado ribadendo un po’ ovunque: “Una tomba è troppo piccola per contenere il mio amore. Risorgerò”. Quelle lacrime mi turbano e m’incuriosiscono, per cui, al termine dell’eucarestia, rivestito dei paramenti liturgici, accosto la ragazza. Sua madre s’illumina in viso e suggerisce alla figlia d’invitarmi a bere un caffè.

Le lacrime sono legate al fatto che suo padre è ateo. Benestante, un buon lavoro, quattro figli naturali ed uno adottato, caritatevole e impegnato in varie forme di volontariato …, ma non riesce a credere in Dio. Ciò angoscia questa ragazza: “Vedi, mio papà è buono, ma non crede in Gesù. Anzi, crede in Gesù come un bravo uomo, ma ritiene impossibile che sia risorto. Ma se non è risorto non è Dio. E se non è risorto lui, non risorgeremo neppure noi. E quindi …”.

Tornano alla mente le parole di Cristo: “Beati voi che piangete, perché sarete consolati”. Non tutte le lacrime saranno consolate. Se uno piange per motivi sciocchi o perché è bocciato, in quanto non ha studiato, quelle lacrime non saranno consolate. Ma se soffre perché Dio non è amato, perché il suo regno non si diffonde sulla terra o … per paura che il padre vada all’inferno, perché non crede, quelle lacrime, benedette e sacrosante, saranno consolate e formeranno un diadema per la gloria nei cieli.

Racconto, in breve, a quella ragazza un brano dei fratelli Karamazof, di Dostojeskij: sublime storia di una fede presentata come bacio che brucia. Accenno ad Hermann Hesse, per narrare l’esperienza di fede di Siddharta e Gavinda, che antepongono la ricerca di Dio alla loro strettissima amicizia, per cui si separano, diventano monaci, per essere un dono a vantaggio dei più bisognosi. Invito la ragazza a leggere “Il piccolo principe”, di Saint-Exupery, là dove viene adombrata l’idea che bisogna vivere nel deserto, cercando nel silenzio “quelle cose essenziali che sono invisibili agli occhi. Si vede bene solo con il cuore”.

Tutto questo per rafforzare la fede che, mentre va cercata, rimane pur sempre un dono immeritato. Nessuno si dà la fede da solo. Bisogna vivere bene, amando il prossimo. E l’amore verso i nostri simili porterà prima o poi alla fonte dell’Amore, Dio. Perciò, concludo invitando questa ragazza a fare leva sulla bontà di suo padre, ma soprattutto sulla bontà del Padre che è nei cieli. Egli vuole che tutti gli uomini siano salvi, giungendo alla conoscenza della verità.

Questo colloquio mi frutta l’invito a cena: la mia giovane interlocutrice vuole che suo papà senta questi discorsi, cerchi Dio e impari ad andare a messa.

Ed eccomi davanti al padre. Questo incontro avviene un periodo in cui sto meditando Qohelet e Giobbe, con la coscienza che se noi cristiani credessimo veramente nel mistero di Dio, comprenderemmo quanto sia difficile parlare di lui in maniera appropriata. Ci renderemmo conto come “le parole sono usate, sfilacciate e vuote”, per ciò “vane”, secondo l’Ecclesiaste. Ma soprattutto ci vergogneremmo di essere come gli “amici” di Giobbe, che difendono Dio ad ogni costo, usando parole e immagini atte a rafforzare i motivi per cui non credere.

“Se comprendi, non è Dio”, diceva S. Agostino. E se si parla con leggerezza di lui, si porta il non credente ad allontanarsi sempre di più dalla verità. Non devo presentare quel Dio che è il prodotto del pensiero, ma il Dio che mi ha sedotto, là al cimitero, quella notte, per un istante. Là ho capito e … penso che trascorrerò il resto della mia vita a meditare su quel rapido incontro che dopo quaranta anni ancora mi fa tremare i polsi e prostrare in ginocchio, ad adorare il Mistero.

A quel bravo papà ateo chiedo scusa se noi, teologi, abbiamo parlato di Dio in modo improprio, con troppi dogmatismi e siamo stati “spudorati” infrangendo quel silenzio che introduce all’Eterno ed è guardiano dell’anima. Chiedo scusa se abbiamo fatto leva più sugli argomenti che sulla testimonianza. Chiedo scusa se abbiamo cercato di stravincere con le nostre idee chiare e distinte e con la pretesa di imporci usando la logica terrena del successo, contravvenendo all’intuizione di Madre Teresa: “Dio non mi chiama ad avere successo, ma ad essere fedele”.

Ora, accarezzando con gli occhi i suoi figli assisi a mensa come polloni d’olivo, il papà mi chiede che cosa possa fare per non danneggiare ulteriormente la fede dei suoi cari, soprattutto per far sì che la figlia smetta di soffrire, temendo per la sua salvezza eterna.

Invito tutta la famiglia a leggere una pagina di Vangelo al giorno, tutti assieme, usando anche il libro scritto in proposito: “Uno di noi è Dio”. E poi, visto che il padre ha un’azienda, chiedo che prenda un bel numero di copie – e glielo offro a prezzo di costo, non di copertina – e darlo agli operai e agli amici, in modo da rafforzare la loro conoscenza delle nostre radici cristiane. Risposta: “E lei, reverendo, vorrebbe che un ateo faccia, come omaggio natalizio, un vangelo, a gente che è al corrente del mio ateismo e si aspetta da me il panettone?”. Interviene la sposa: “Quando uno fa fatica a credere, nell’aiutare gli altri a cercare Dio, rafforza in sé la fede o per lo meno la determinazione a cercare”. E si rivolge a me con riconoscente determinatezza: “Padre, mi mandi duecento copie di quel libro. Sono sicura che, assieme al panettone, ci sarà il Vangelo”.

Ora la ragazza “S’illumina d’immenso”.

Valentino

Commenti

  1. Domenico
    dic 14, 00:55 #

    Penso..,che personalmente ho ancora paura di essere testimone della grandezza del mio e nostro Dio.Credo che ancora pur non volendo ,faccio ciò che è ingiusto fare.Sono peccatore e ne soffro..,ma rimango tale.
    Ho solo la speranza e la certezza che l’amore di Dio,salva i nostri cuori ed illumina le nostre menti.
    Ed il giorno in cui testimonierò con gioia e senza paura..,quello sarà il vero giorno della mia rinascita.
    Aiutami Signore! Mimmo.

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