Ponte Nossa, 29 Novembre 2008

Io sono perché noi siamo

Così la saggezza africana riassume la nostra identità. Ciascuno di noi è la sintesi di tanti incontri, di diverse esperienze, di quello che la vita ha scavato nelle nostre vene, grazie alle persone che abbiamo incontrato, frequentato e amato. Soprattutto quelle che la Provvidenza ha messo accanto a noi nella giovane età.
Ho appena terminato un incontro con i miei amici delle elementari. L’occasione è stata la morte di una nostra compagna di classe, per la quale ho celebrato l’eucaristia. Dopo di ché siamo andati a mangiare una pizza, lì a nostro paese natale.
Non ho parlato della defunta, durante l’omelia, rifacendomi al brano evangelico in cui si dice che le donne hanno incontrato il Risorto, proprio perché hanno lasciato in fretta il sepolcro: chi s’attarda al cimitero, perde la coincidenza con il Signore della vita, che vie e palpita in ciascuno di noi. Mi sono invece soffermato sulla necessità di far risorgere i nostri morti, amando i vivi.
Sto scrivendo queste cose nel quarantesimo anniversario, – proprio questa sera, vigilia di S. Andrea apostolo – della mia grande esperienza di fede, allorché, al cimitero, mentre disperatamente piangevo per la morte di mia sorella Elisa, avevo avuto l’intuizione che era assurdo continuare a piangerla: dovevo ricercarla sul viso dei più poveri della terra. Da lì la mia vocazione missionaria … Del resto, non aveva detto Cristo: “Lasciate che i morti seppelliscano i loro morti. Tu vieni e seguimi”?
Dopo la messa per quella mia ex compagna di classe, quel trovarci assieme è stato carico di tenerezza e di nostalgia. Tenerezza nel vedere quei volti con gli stessi lineamenti di quando eravamo nella scuola materna e, siccome qualcuno aveva fotografie degli anni passati, ciò servì per ricordare tutti. Ma proprio questo fatto convertì l’iniziale tenerezza in sofferta nostalgia per quelli che non erano presenti.
Persone amate, che mai avrei pensato di perdere nella mia vita, vivono lontane, hanno la loro storia, conducono esistenze che non mi appartengono. Forse soffrono. Forse la vita ha scavato in loro solchi rugosi, espressione di sofferenze a me ignote e da loro tenute nascoste, come vergognoso male segreto. Forse qualcuno ha perso la fede o ne ha abbracciata un’altra nella quale a fatica mi riconosco.
Eppure per loro io, fin da piccolo, ho tanto pregato. Quando qualcuno di loro mi proponeva cose che la morale cattolica riteneva peccaminose, io pregavo, piangendo, perché il Signore non li mandasse all’inferno. Avrei potuto io godere il paradiso senza i miei amici? Quando qualcuno di loro si lasciava sfuggire una bestemmia o non era presente all’eucaristia domenicale, io stavo male e durante la settimana assistevo a due messe al giorno, per riparare il peccato dei miei amici. Quando qualcuno lasciava il paese, trasferendosi altrove, io soffrivo, mandavo lettere, cercavo segni di speranza che il primitivo affetto non venisse meno.
Molte volte poi, quando io stesso presi le strade dell’estero, e m’incamminai negli impervi sentieri dell’Africa, non mi pesava la mancanza del cibo, ma l’impossibilità di percepire il loro affetto, la loro presenza. Mi rattristava il dubbio che io per loro non fossi più importante. Soprattutto nei momenti più difficili – le varie espulsioni e le minacce a morte – io riandavo a quel dolce conversare con gli amici, mentre nel mio spirito risuonavano le parole di Giobbe : “Pietà. Pietà di me, almeno voi, amici miei, perché la mano del Signore mi ha toccato”.
“Amici miei, venite qui, cantate insieme a e. Qualcuno c’è che da lassù…”

La mia sofferenza in questa notte mette a fuoco il mio limite: la difficoltà a staccarmi da tutti quelli che amo. Eppure io conosco la Bibbia: “Maledetto l’uomo che confida nell’uomo”. Io so che come prete devo essere staccato da affetti che mi rendono meno efficiente nel proclamare il Regno. Io dico agli altri, come questa sera nell’omelia, che passa in fretta la nostra vita e spesso noi siamo portati via dal vento della nostra miseria e rimaniamo con un pugno di foglie morte tra le mani, mentre amaramente constatiamo: “Ti amavo di più, Signore, quando ero giovane”.
Ma mentre questi pensieri turbano il mio animo, sento che devo comunicarli soprattutto a quei giovani che investano la loro vita unicamente nell’amicizia. Non li voglio scoraggiare, ma invitare a non fare degli amici un idolo, a non limitarsi a pochi amici, a rendersi conto che è solo non chi perde alcuni amici, ma chi non ne cerca altri.
Soprattutto, però ribadisco l’idea sulla quale spesso ritorno: se un’amicizia è un mezzo per arrivare a Dio e se è nutrita dalla sua presenza – in altre parole: se Dio è presente tra i due amici – quel legame difficilmente verrà meno. Passeranno gli anni, ma quando ci si incontrerà, sarà come se si fosse sempre stati assieme e si riandrà con sana nostalgia a quel tempo in cui “avevamo del rosso sui ginocchi / per quel nostro pregar sul pavimento”.
Un silenzioso sguardo. Una tacita intesa. Un capire che “io sono perché noi siamo”.
E il ricordo … dolce brezza tra gli ulivi.

Valentino

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