Oropa, 22 Novembre 2008

“Beato chi è guardato dai tuoi occhi”

Era venuto al santuario d’Oropa unicamente per accompagnare la madre, gravemente ammalata. Non aveva intenzione di partecipare alla messa solenne del 22 novembre, in onore della Vergine presentata al tempio. Si sarebbe forse sentito fuori posto lui, trentenne, in mezzo a persone credenti, avanzate negli anni. Sua madre lo supplicava di restare accanto a lei e ciò l’irritava. Mentre stava uscendo la accostai e con tono fermo:

“Non fare resistenza! Ascolta tua mamma”.

“Come faccio a stare qui? Io non credo in Dio”.

“Ma Dio crede in te”.

“Non me l’ha mai dimostrato”.

“O sei tu che non sai vedere e ascoltare?”.

Il suono del’organo, la gente che s’accalcava nel tempio, la statua della Madonna nera, le lacrime di sua madre e la mia determinazione … tutto contribuì a creare un’aspettativa. Gli dissi di meditare sul segreto d’Oropa, espresso nella scritta sul portale della basilica: “Beato chi è guardato dai tuoi occhi”. E senza aspettarmi una reazione, l’invitai a non fare resistenza, ma a riflettere sul detto di S. Agostino: “Ama e capirai”.

Mi aspettò fuori dalla basilica, al termine della messa e quando stava per balbettare qualche parola, glielo impedii. Gli chiesi di venirmi a cercare verso le sedici, e nel frattempo considerare Maria nella sua grandezza, consistente nel credere alla parola del Signore, nell’accogliere il passionale sì di Dio nel debole sì dell’uomo, nel cantate il Magnificat, nel conservare la Parola nel suo cuore e nello stare, fedele a Dio, ai piedi della croce.

Puntuale all’incontro, lo portai un momento davanti al simulacro della Vergine, pregando in silenzio. Poi ci incamminammo verso la montagna. Eravamo flagellati da un vento impetuoso che faceva impazzire le foglie secche del bosco.

Cominciò a parlare male della Chiesa. Capii che al di là delle parole disperate, portate via dal vento, lo Spirito Santo aleggiava sopra il caos della sua anima. Perciò, quando si fu liberato dall’acredine contro l’incoerenza dei credenti, pacatamente gli dissi: “Confessati!”.

“Ma per carità! E’ circa vent’anni che mi sono liberato da questa brutta usanza”.

“E allora ascolta tu la mia confessione”.

“Questo è un mestiere da preti”.

“Ma anche i cristiani possono pregare perché i preti si convertano sempre di più all’amore misericordioso”.

E iniziai con la confessione di lode al Signore che mi chiamava ad andare da Lui attraverso sua Madre. Riconobbi la mia incoerenza e il fatto che amavo di più Dio quand’ero giovane. Formulai il proposito di non venire meno all’impegno che mi sono dato di pregare almeno tre ore al giorno.

L’autoaccusa generò in lui il desiderio di fare altrettanto. E fu una confessione stupenda che si protrasse oltre il tramonto del sole. Nel frattempo era cessato il vento e subentrato uno sconcertante silenzio. La mia mano si alzò, benedicente, in remissione dei peccati. Un profondo sospiro e l’immancabile domanda:“E adesso?”.

“Adesso va a casa e dà un bacio a tua madre”.

“E dopo?”

“Dopo leggi una pagina di Vangelo ogni giorno e la mediti come faceva Maria”.

Non aveva voglia di lasciare quel sacro luogo ma neppure di continuare a parlare, rompendo quel silenzio che è guardiano dell’anima. Tacemmo per circa mezz’ora. Poi mi abbracciò e senza dirmi una sola parola, se ne andò, mentre la neve danzava dolcemente attorno ai nostri corpi purificati e animati da una nuova Presenza.

Si fermò davanti alla basilica della Vergine, guardò le sue orme sulla neve che rendeva ancora più mistico l’ambiente che celebra la Madonna nera, sotto il cui sguardo aveva riguadagnato il perdono e la fede. E svanì nel silenzio, ondeggiando il bracco destro in segno di saluto e di riconoscenza per la ritrovata pace.