Ponte Nossa, Venerdì 8 Agosto

Ma sopra il sole?

Nell’età “dei capelli neri”, degli ideali e dei sogni, il giovanile entusiasmo non permetteva ai seminaristi di contestare l’uomo di Dio, il padre spirituale, mai stanco di ripetere le parole di Qohelet: “Vanità delle vanità – dice l’Ecclesiaste – Vanità delle vanità e tutto è vanità”. Parole ribadite continuamente alla luce dell’”Imitazione di Cristo”, mirante a convertire il pessimismo di questo problematico testo in una tensione al misticismo: “Tutto è vano, tranne che l’amare e il servire Dio”.

Il maestro di vita del seminario Romano suggeriva a noi, studenti di teologia durante il Concilio ecumenico Vaticano II, la confessione frequente: due volte per settimana. Col passare degli anni, si ritenne che poteva essere sufficiente una buona confessione settimanale, come faceva papa Giovanni XIII che celebrava questo sacramento ogni venerdì, all’ora in cui Cristo moriva in croce.

Fedele questa tradizione, mi confesso ogni sabato, preferibilmente da un amico o da chi mi conosce, quando non posso accostare il mio padre spirituale. Durante la settimana medito la parola di Dio, da essa prendo lo spunto per lodare il Signore, riconoscere quanto sono lontano dall’ideale e formulare un piccolo proposito di emendare un aspetto della mia vita. Piccolo, perché … l’inferno è pavimentato di propositi non mantenuti.

Questo sabato sono di fronte ad un prete che mi ha invitato a parlare ai giovani. Sacerdote novello, è imbarazzato di fronte alla mia richiesta di celebrare il sacramento delle riconciliazione. Durante la settimana avevo meditato le parole del profeta Isaia: “Consolate, consolate il mio popolo”. Mi ero posto la domanda come avrei potuto consolare gli altri essendo io triste a causa delle troppe difficoltà incontrate nel mio impegno a favore dei popoli impoveriti. Dopo trenta anni di lavoro prevalentemente in Africa, vedevo questo continente peggiorare dal punto di vista economico e non fare progressi nel campo delle formazione intellettuale.

Inizio comunque la confessione ringraziando il Signore per non avermi fatto perdere la fede (“Beato chi non si scandalizzerà di me”) e mi accuso di avere un atteggiamento contrario alla fede stessa, per il fatto di essere triste. Prima di enunciare il proposito, guardo al giovane prete, impaziente di comunicarmi la sua intuizione: “Visto che a lei piace la Bibbia, per penitenza legga il libro del Qohelet”.

Sorrido e gli chiedo se posso congratularmi per il suo umorismo: devo proprio leggere uno dei testi più pessimisti non solo della Sacra Scrittura, ma anche della letteratura sapienziale di tutti i tempi? “Vanità delle vanità e tutto è vanità… Niente di nuovo sotto il sole”.

“ Proprio per questo le do per penitenza di leggere e commentare Qohelet. Vede, io non avevo capito il Cantico dei Cantici, ma, letto il suo commento, ho deciso di meditarlo assieme ai catechisti. Io non capisco Qohelet, ma mi rifiuto di pensare che non abbia un messaggio anche per il nostro tempo. Lo legga come una sfida, come una provocazione. E non mi faccia attendere molto prima di darmi qualche spunto per la formazione dei miei catechisti”.

Ora guardo questo giovane prete con riconoscente tenerezza, mentre ripenso alle parole dell’evangelista Luca: “I padri devono convertirsi ai figli”, e non i figli ai padri. I figli hanno bisogno di maestri di vita, ma pure questi devono convertirsi ai figli.

Convertirsi, accettando quella Parola antica e sempre nuova, tesoro dal quale imparare la sapienza del profeta Isaia: “Come la pioggia e la neve scendono giù dal cielo e non vi ritornano senza irrigare e far germogliare la terra, così ogni mia parola non tornerà a me senza procurare quanto desidero, senza aver compiuto ciò per cui l’avevo mandata”.

Stupenda “penitenza” rileggere Qohelet, dialogando con lui, usando il metodo dei rabbini che rispondono ad una domanda ponendone un’altra, procedendo a cerchi, allargando gli orizzonti, lasciando ogni discorso aperto alla novità, allo choc, all’impatto violento… come quando si vuole accendere un fiammifero.

Qohelet, come Giobbe, ci aiuta a porre la domanda del senso della vita, ricorrendo a “ parole disperate che il vento porta via con se’”. Il vento porta via ciò che potrebbe suonare come bestemmia e lascia la sostanza: l’atto di fede di chi, nella vanità del tutto, continua a cercare il consistente, nell’effimero l’eterno, nel male l’anima di bene celato in questa umanità talmente affascinate da far decidere al Verbo , prima ancora della formazione del mondo, di diventare uomo, l’apice delle creazione, il fiore più bello di questa terra che ogni giorno si rinnova sotto il sole.

Da una settimana non faccio altro che leggere quanto è stato scritto su Qohelet. Dal punto di vista letterario è un capolavoro. Reputo che il suo distruggere tutto possa aiutarci a porre le domande fondamentali per farci approdare a un Dio che non può essere preso per scontato: il Mistero non è alla nostra portata, ma ci fa grandi se noi viviamo cercando.

Mi appello agli amici perché mi mandino le loro impressioni su questo testo sacro. Soprattutto ai giovani che sono incapaci di gestire la noia, si sentano soffocati dal nulla e hanno tanto paura del vuoto e della vanità del tutto, chiedo intuizioni su Qohelet. Essi che cercano platee virtuali per uscire dall’anonimato e dal proprio nulla, abbiano il coraggio di dialogare con persone che si ribellino al “Nulla di nuovo sotto il sole” e si chiedono: “Ma sopra il sole?”.

Valentino