Ponte Nossa, 30 Luglio 2008

"Io e Beethoven"

24 luglio 2008. In prima TV, Sky Cinema proietta il film “Io e Beethoven” di Agnieszka Hollan. Benché la critica lo abbia stroncato, a me piace, non solo per la sublime esecuzione della Nona sinfonia, ma anche per il tema di fondo: senza un maestro non si diventa grandi.
Ecco la trama: nel 1824 Ludwig van Beethoven è già quasi del tutto afflitto da sordità. Sta finendo di comporre la sua ultima sinfonia. A fargli da copista per scrivere sul pentagramma la partitura viene mandata una giovane allieva di composizione del conservatorio di Vienna, Anna Holtz. Il genio e la sregolatezza di un Beethoven ormai reso ancora più bruto e scontroso dal peggiore dei mali per un compositore, porta i due a un rapporto difficile e tormentato, ma l’affettuosa premura e la consapevolezza musicale con cui la ragazza si dedica al grande maestro farà sì che il loro legame diventi un’affinità elettiva, ricca di empatia e di crescita non solo artistica ma anche esistenziale.

La giovane studentessa di musica, nonché aspirante compositrice, è frenata dal timore reverenziale che nutre nei confronti di Beethoven. Inizialmente si trova in difficoltà con lui, non sa come avvicinarlo, ma nel giro di poco fra i due nasce un profondo rapporto di aiuto e di complicità. Indispensabili l’uno all’altra, Anna aiuta il maestro a dirigere il trionfale debutto della sua ‘Nona”, mentre lui comincia a supervisionare le composizioni della ragazza, consigliandola e riprendendola come un insegnante brusco ma sensibile. I due rimarranno insieme anche nel momento peggiore, quando Beethoven, troppo innovativo con le sue ultime creazioni, rimarrà solo e incompreso.
Il film ruota tutto intorno al rapporto simbiotico fra Anna e Beethoven, secondo i canoni tipici del confronto/scontro fra allievo e maestro che pare assorbire la vita di entrambi. Anna dà nuove intuizioni al maestro e questi la sferza in modi apparentemente brutali, ma in realtà suscitati dal desiderio di far emergere nella giovane artista il genio che Dio ha messo in lei.
Beethoven è convinto che “la musica è una rivelazione, più alta di qualsiasi saggezza e di qualsiasi filosofia”. Può apprenderla chi si mette all’ascolto del silenzio, interpella la natura, dà un volto e un nome ai suoni ed percepisce se stesso come la voce stessa di Dio. Un Dio spietato, che ti fa capire le cose più importanti e grandi, quanto più ti sferza e umilia con la sofferenza. Metodo che il musicista applica con Anna, umiliandola al punto di proferire una serie di indicibili volgarità mentre esegue al pianoforte la musica dell’allieva .
E la funzione di Maestro è svolta da Beethoven anche nei confronti del fidanzato di Anna, al punto da demolire il modello del ponte da lui progettato, gridando davanti a tutti che quella è un’opera indecente, senz’anima.
Metodo discutibile, senz’altro. Ma Anna Holtz diventa una grande musicista, grazie alla frequentazione e all’amore che Beethoven ha per lei.
Quand’ero giovane amavo suonare il pianoforte. All’inizio del liceo andai da un maestro per prendere qualche lezione. Era vecchio, poverissimo, mangiava poco e male. A dire la verità, quando ero stanco di lui, continuavo ugualmente a prendere qualche lezione, perché mi faceva pena e mi sarebbe rincresciuto di privarlo dei soldi che gli davo… Ma in seminario c’erano poche possibilità di studiare musica. Poi vennero i lunghi anni d’Africa, dove non c’era il piano, ma solo un armonium che dava angoscia ai miei studenti, quando mi sentivano. Essi tripudiavano e danzavano al suono del tamburo e giudicavano l’armonium uno strumento per gente depressa. Fu così che mi dovetti rassegnare ad abbandonare l’idea di suonare in pubblico. Ma non mi rassegno all’idea d’invitare i giovani a mettersi nelle mani di buoni maestri. Qualcuno mi dice che vuole fare da se’. Io rispondo che le note sono già state inventate e la scuola di un bravo maestro fa risparmiare tempo e crea il genio. E ciò che dico per la musica, vale per ogni aspetto delle vita.
In ciascuno di noi dorme il poeta: La musica dell’universo lo risveglia e invita a dare una voce al canto del ruscello, al vento tra le fronde, al cinguettio degli uccelli. Musica e canto.
Sentimenti e immagini. Occhi rivolti al cielo, per dare al tutto un’anima e intravvedere l’Eterno e captare dalle su labbra sospiri e sussurri che fondono in perfetta armonia la lode a Dio, all’uomo, al creato.
La musica del creato e degli strumenti può dire le cose che il cuore sogna. Il maestro aiuta ad interpretare i sogni e a dare loro un volto, un vestito e le scarpe, per incamminare l’allievo verso quella via privilegiata per la quale l’anima nobile si nutre di cielo, porta un frammento di cielo sulla terra e con serenità torna al cielo.

Valentino

Commenti

  1. Elia
    ago 2, 18:40 #

    Carissimo Valentino,
    
un articolo stupendo. Uno scritto che fa 
volteggiare l’anima e rivela il profondo legame che c’è tra arte e 
vita: come l’artista necessita di un maestro che lo aiuti ad 
addentrarsi nel suo profondo per scoprirvi le grandi intuizioni, così 
l’uomo ha bisogno di un maestro per comprendere il senso che Dio vuole 
che egli scriva, l’amore che egli deve portare nel mondo.
L’arte di cui 
si parla in questa lettera non è solo l’arte creativa, ma l’arte della 
vita, la più grande: l’uomo è chiamato da Dio stesso a creare nel mondo 
qualcosa di bello e positivo, a far nascere in se stesso l’amore che lo 
potrà salvare.
Come si ha bisogno di un maestro per imparare a legger 
le note, 
così si necessita di un maestro per imparare a vivere 
(davvero) la vita.
Ti ringrazio moltissimo per questa lettera, che mi 
darà di sicuro modo di riflettere.

    
Un abbraccio,

    

Elia

  2. francesco montemagno
    set 1, 18:14 #

    Carissimo don Valentino. Ho visto anche io il film di cui sopra ed ho meditato con parole simili alle sue. Ritengo fondamentale l’avere un maestro per ogni disciplina dell’animo umano. Il maestro che ti porta con sapienza e dolcezza alla conscenza di ciò che lui già conosce e ti indica le strade di ciò che non conosce, ma che sa che puoi intraprendere perchè “buona cosa” per te; e che lo fa per amore . Per amore “per te” e per la conoscenza. Che è disposto a darti del “suo”.Che ti è vicino se cadi (ma ti rialzi da solo). Purtroppo, per esempio, nel mio mestiere(la medicina)non ne esistono molti. Io ho avuto la fortuna di avere un vecchio zio medico che mi è stato maestro anche se ormai non esercitava più. Ma mi ha fatto appassionare all’uomo. Ne ho avuto un altro che mi ha illuminato in altre cose, ma che non c’è più.Dei miei mestri mi sono rimasti dei solchi dentro. Degli insegnamenti. Dei segnali stradali da guardare quando mi perdo. E che non cerco in maniera ragionata. Quando “mi ritrovo per una selva oscura”, in maniera inconscia mi rendo conto che cerco quei segnali dentro di me. Oggi, però, cerco un nuovo maestro. Lo cerco per aiutarmi a dare corpo a ciò che sento in questa nuova primavera del mio animo. Che mi aiuti perchè so di cosa si tratta ma che non sono sicuro di come tirarlo fuori. Perchè a volte mi sento così legato e pesante da non riuscire a spiccare il volo.
    Spero di potere essere un maestro per qualcuno, per le mie figlie. Ritengo che non ci sia soddisfazione più bella per un essere umano che essere stato per gli altri di aiuto a venire fuori, a tirare fuori da dentro ciò che di bello esiste.
    “Per aspera ad astra”
    Grazie don Valentino.
    Francesco

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