Ponte Nossa, 22 Luglio 2008

Svelto e indolore

Mi ero abituato alla critica, fatta dai miei compaesani, di essere lungo nelle celebrazione eucaristiche. Ciò non mi amareggiava, perché ritenevo riprovevole la fretta nel compiere un rito talmente sublime da riattualizzare la morte e la resurrezione del Maestro. Mi illudevo di affascinare la gente con una messa in cui tutto parlava di armonia, bellezza e novità. “Oltre tutto, un’ora intensa e bella di comunicazione con il Mistero – pensavo- vola via più in fretta di trentacinque muniti monotoni”. Invece, mentre qualcuno m’apprezzava e faceva chilometri di strada per le mie eucaristie, molti erano fermi all’accusa della lunghezza della predica.

Per un po’ ( una trentina d’anni…) ho ignorato la critica e ho anche irrigidito la mia posizione: in un paesi vicino al mio, una ventina d’anni fa, richiesto di celebrare l’eucaristia in venti minuti, sono rimontato in macchina, dopo aver detto: “Io vi faccio risparmiare anche quei venti minuti”.

Ma è arrivato il momento in cui, alla lunghezza, si è aggiunta un’altra accusa: “Parlo troppo dell’Africa”.

Ho atteso che i testi biblici della liturgia fossero appropriati e, senza ricorrere alle parabole, usando un linguaggio profetico, ho espresso il dolore di vedere una generazione che non solo ha un atteggiamento molto problematico nei confronti dei paesi impoveriti, ma addirittura si lamenta di chi si fa voce dei senza voce. Apice del sermone fu l’immagine dei bambini che mi sono morti di fame tra le braccia. Inevitabile la mia commozione, mentre concludevo che mi scandalizzava più il silenzio e l’indifferenza dei “buoni” che la malvagità e l’egoismo di alcuni ricchi.

Terminata la messa, uscii dalla sagrestia sperando di incontrare qualche sguardo compassionevole, invece la chiesa era già completamente vuota e sul sagrato non c’era una sola persona. La solitudine dell’uomo di Dio…

Non volendomi rassegnare a questo assordante silenzio, chiamai al telefono un cinquantenne che avevo notato in chiesa, tanto per ricevere il colpo di grazia: “Mi meraviglio che tu voglia essere più grande di Cristo. Hai dimenticato le sue parole: ‘Nessun profeta è accettato in patria’? Anzi, a te è andata bene fin ad ora: non ti hanno messo in croce”.

Cristo… Sì, Lui ha detto che a un certo punto bisogna scuotere la polvere dai calzari e andare a predicare altrove. Ma quando comincia questo “certo punto”? Dove inizia e dove termina la mia patria? Non è forse la patria “là dove si vive”? Non dovrebbe essere proprio il paese natale il luogo più idoneo, anche se il più difficile, per testimoniare la fede ed essere più incisivi, perché si conosce tutto di tutti?

Nel paese natale o altrove si presenta sempre la stessa situazione: dove arriva un cristiano, porta scompiglio, novità, rivoluzione. Il suo esempio, la sua parola, la sua testimonianza devono cambiare il mondo. Il suo corpo, il suo entusiasmo, il suo passaggio, la sua ombra devono essere sacramento, comunicazione, invito e luce.

Come quando passava Pietro e la gente metteva i malati lungo la strada perché la sua ombra li sanasse.

Questo dovrebbe essere il cristiano, ovunque viva:

- l’uomo dotato di parole franche e precise: “Così dice il Signore”;

- il maestro che incoraggia e sprona a vedere il bene, anche nella “vanità delle vanità”;

- l’emblema delle speranza espressa nella capacità di distinguere i colpevoli dalle vittime: il Papa a Sidney ha incoraggiato i giovani, non li ha fatti sentire responsabili di tanti loro sbagli. Ad essi ha affidato il mondo, perché lo prendessero in mano e lo portassero avanti. Ha detto loro che non sono solo problema: sono possibilità, soprattutto se incontrano Cristo;

- il profeta che addita la luce in fondo al tunnel, mentre non esita a far notare quanti vivono nella miseria, nella disperazione, sul ciglio del baratro dove l’inghiotte la fame.

A Sidney i giovani si sono assiepati attorno al Papa, vedendo in lui la figura del maestro che dà speranza. Hanno partecipato a liturgie lunghissime senza guardare all’orologio. Hanno mantenuto un impressionante silenzio d’adorazione davanti al Cristo eucaristico, esposto durante la notte: mezzo milione di giovani che sanno immergersi nel silenzio è un miracolo. E’ un segno di una novità di vita e di una nostalgia di assoluto che non possono avere quanti vanno in Chiesa con la sola speranza che il celebrante si svelto e indolore: non parli dell’Africa.

Valentino