Ponte Nossa, 11 Luglio 2008

Un maestro a distanza

Sta portando frutto il ripetuto tentativo di convincere gli amici ad avere un maestro di vita. Ne è prova questa lettera che con piacere riporto in parte, ringraziando chi l’ha scritta, anche perché mi dà la possibilità di mettere a fuoco idee antiche e sempre nuove, aggiornate dall’apporto che la psicologia dona al dialogo interdisciplinare, alla ricerca di una nuova antropologia.

“Di quale maestro abbiamo bisogno? E’necessaria la presenza? Una presenza assidua e quotidiana?

Quanti anni è che cerco un maestro io? Quanti ne ho passati? Ho trovato maestri che sono durati mesi, giorni, maestri per un giorno all’anno, una settimana. Ho conosciuto persone che mi sono diventate punti di riferimento in un solo giorno e poi non le ho più riviste. Professori universitari eccezionali che mi facevano andare in profondità nello studio dei libri. I libri stessi, grazie a quei professori mi sono diventati guide; guide di lettura e di paragone, di confronto con l’animo umano e le sue contraddizioni, vittorie, sconfitte,
lotte profonde.

Ma con questo sistema quanto sono cambiato? Poco. Periodi di preghiera vera, assidua e quotidiana mi hanno fatto cambiare molto, a lungo andare. Oppure una persona che mi sia sempre accanto…

Io sento che il maestro deve essere una realtà quotidiana, perché tu ,di fronte a lui, sei nudo e solo nella
quotidianità. Sei nudo e solo giorno per giorno e scopri veramente quello che sei. Altrimenti metti solo maschere.
Avere un maestro porta con sé fatica, ogni giorno sei messo davanti alle tue contraddizioni, però con una buccia – il maestro – che sa e ti protegge, come un guscio più grande di te. I passi li fai tu con la tua nudità di pulcino, se cadi lui è lì con un sorriso ti tende la mano: “Ricominciare da capo”. Ed è come crescere da
bambini, giorno per giorno…”.

Mentre fa onore a questo amico il fatto di sentire il bisogno di un maestro di vita, devo fare alcune precisazioni, dopo aver premesso che non rispondo per propormi come maestro di vita (si legga quanto ho scritto precedentemente), bensì per chiarire i ruoli del maestro e di chi si fa guidare.

Il bambino ha bisogno delle mamma, come presenza costante. Se lei va nella stanza accanto lui si sente già perso e piange quando è lasciato in mano ad estranei, anche per poco tempo. L’adolescente prende coscienza di sé e si separa dalle figure guida. Il giovane sa che può crescere se qualcuno lo ama, anche a distanza.

La distanza anzi è provvidenziale. Sottolinea la necessaria distinzione nel fare in modo che l’aiuto raggiunga il suo fine: camminare senza un appoggio continuo.

Il maestro rimane, anche se muore, purché sia interiorizzato il suo insegnamento e sia presente il suo modello di vita. Non a caso Cristo rimane il Maestro per antonomasia.

Inoltre il maestro non è l’amico. Che assurdità sentire una madre che afferma d’essere la migliore amica dei suoi figli! Chi dice così rinuncia all’evoluzione del rapporto verso la necessaria distinzione dei ruoli e verso quella maturazione che consiste nel non sostituirsi alla persona che si vuole aiutare. Una presenza invadente non solo non è costruttiva, ma ingenera aggressività in colui che è aiutato e crea il rigetto.

Ancora: maestro e alunno devono entrambi crescere. Il rapporto deve essere di reciproco aiuto e di rispetto, dei tempi e della privacy. Non è richiesta la presenza nel momento del dolore: il maestro sa che il soffrire non è vano, anzi è provvidenziale e lascia che l’alunno elabori il suo dolore, gestisca la sua crisi, assicurandogli che lui c’è e sarà disposto, al momento opportuno, ad ascoltare, consolare, confessare, ridare pace e mostrare che, se i problemi sono molti e ingarbugliati, lui ti aiuterà a risolverne uno. Basta un piccolo progresso in un campo per far riapparire luce all’orizzonte.

Se la vita di una persona è paragonato ad un fazzoletto: il maestro gli fa vedere come, sollevato un angolo del medesimo, tutto si alza, tutto si chiarisce, tutto si ridimensiona. L’arte del ridimensionare, sdrammatizzando!

Quand’ero in Africa, il mio maestro viveva a settemila chilometri da me. Quando ero in Italia, lui viveva ad ottocento chilometri da me, ed io ero disposto ad andare in Germania per consultarlo, quando lo scrivere non era più sufficiente o volevo confessarmi per bene.

E affrontavo la crisi come si affronta una malattia: o impari a vivere o diventi un peso per te e per gli altri. La malattia (così pure la crisi) può diventare un crinale. Su quel crinale il maestro è “presente” per indicarti la direzione giusta, la parte buona, in modo esistenziale, con la totalità delle sua vita, più che con la sua parola o con la presenza fisica.

Non è forse tutto ciò implicito nell’affermazione del Maestro: “Ecco, io sono con voi sempre, fino alla fine del mondo”?

Valentino

Commenti

  1. Davide
    lug 16, 00:32 #

    Il mio Maestro mi rende così nudo da non aver bisogno di guscio, così forte da non desiderare nemmeno una minima protezione.Il mio maestro mi ha incontrato per caso e l’ho accolto, in realtà è sempre stato lì e poi l’ho visto, sentito, percepito, toccato, inglobato.
    Il mio maestro mi consente di essere uomo perchè sa che l’ho assaggiato e tornero’ mille volte. Il mio maestro vive con la mia vita ed è Amore. Il mio amore non indica una direzione ma può avere la possibilità di contagiare e divenire Maestro.

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