Ponte Nossa, 12 Aprile 2008

Lascia il profumo dell'incenso

“Non m’interessa il tuo Dio-Amore, lontano ed astratto. Non m’importa che mi abbia amato fin dall’eternità, né che mi attenda oltre questa vita. Se c’è, ’interesserebbe goderlo adesso, percepirlo nelle persone che mi stanno accanto, dare un senso all’oggi, non al domani. Incontrarlo tra la gente, non in chiesa: in me, non in paradiso”.

Così mi scrive una adolescente che vuole restare anonima. Provo nei suoi riguardi una grande simpatia, perché, tra l’altro, mi fa riandare al tempo in cui pure io dicevo e scrivevo le stesse cose.

Mi trovavo in Burundi, in un momento cruciale della mai terminata guerra tra Utu e Tutzi. Non era mio compito prendere posizione per gli uni o per gli altri, ma appellarmi al governo perché lavorasse per quella pace che nasce dalla giustizia. Una giustizia da applicare subito, perché una giustizia rimandata è una giustizia tradita.

Ero voce critica nei confronti di una classe dominante che regnava creando divisioni, all’interno e all’esterno del Paese, che alla fine mi espellerà in modo violento, come se fossi stato un criminale, colpevole d’avere amato secondo gli insegnamenti di Cristo.

A quel tempo invitavo i miei studenti a seguire il discorso della montagna, per cercare e trovare Cristo negli ultimi, nei piccoli, nei perduti: “The list, the last, the lost”.

Avevo un studente, Terence, che sarebbe andato nel fuoco per difendere le mie idee. A lui dovevo dire di andare piano, di contare sui tempi lunghi e di non pretendere di essere al di sopra delle parti, perché si sarebbe reso vulnerabile, esposto alla persecuzione tanto degli Utu, quanto dei Tuzi.

Da notare che al momento della mia espulsione lui fu l’unico studente che mi accostò per dirmi: “Mio Socrate, il Burundi ti fa bere la cicuta. Io sarò il tuo Platone”. Poveretto: mi voleva riabilitare, invece lui pure fu espulso.

Dunque, in quel periodo, per invitare i miei studenti a “sporcarsi le mani”, lavorando con i più poveri al di là dell’ideologia e della razza, scrissi una lunga lettera, di cui riporto la parte centrale.

Lascia il profumo dell’incenso
Smetti di accendere candele
Esci dalla sacrestia
E corri nei prati all’alba e al tramonto
Conta le stelle del cielo
Alza la tua voce sulla piazza.
E’ lì il Risorto
Tra la gente comune
Che lotta soffre e spera
Cerca e dona amore.

Ti chiameranno rivoluzionario
Sarai messo al bando
E ti appenderanno ad un palo
Come Gesù.
Rideranno del tuo bigottismo
Dei tuoi sogni di giustizia
Del desiderio di volare alto
Come i gabbiani.
Nel deserto le tentazioni:
Prosperità, popolarità e potere…

“Se hanno perseguitato me
perseguiteranno anche voi”.
Ma hanno ucciso Lui
Non il suo messaggio.
Hanno ammazzato i profeti
Non la buona novella.
Hanno sparato ai corpi
non alle canzoni
Che dall’alto della croce intonano
L’alleluja della resurrezione.

Mentre non rinnego nulla di quanto ho scritto, rivolto alla adolescente sopra citata vorrei metterla in guardia contro il pericolo di cercare una risposta di fede solo nell’azione. Al fare si deve premettere l’essere. Se Dio è persona, vuole da noi un rapporto personale. Capita con Lui ciò che avviene per le nostre amicizia: se non si coltivano, svaniscono.

Se non si scrive all’amico, se non si va a trovarlo, se non si fa qualche cosa assieme – oltre a pregare assieme, per sottolineare il divino presente in noi – l’amicizia si raffredda, diventa poco interessante, inaridisce, muore. Da amico si passa a “conoscente”, da conoscente a “indifferente”, da indifferente a straniero, al punto tale che è meglio iniziare un’altra amicizia, che cercare di riscaldare quanto si è raffreddato.

La stessa cosa capita nel nostro rapporto con Dio. Egli vuole essere cercato, desiderato e amato, sempre. Allora sì che riempie la nostra vita, anima i nostri sogni, illumina le nostre notti con il desiderio di vedere un’altra alba, per avere la possibilità di godere di un altro giorno in cui noi possiamo amarlo ancora , amando il nostro prossimo.

Tutto questo è espresso nell’immagine che prima di puntare sul fare, bisogna scommettere sull’essere. Essere con lui. Tutto il resto viene da sé. Anche quando la sua presenza non è percepita, il fatto di cercarlo dà già sicurezza e pace: “Non ti cercheremmo Dio se non ti avessimo già trovato” (S.Agostino).

Non vorrei banalizzare il discorso, ma abbozzare una analogia. Dagli appassionati nella ricerca dei funghi ho appreso che c’è grande gioia in questa ricerca. Gioia anche nel fare contente altre persone nel condividere quanto è stato trovato. Io non ho la passione dei funghi, ma posso capire i loro ricercatori, per il fatto che ad ogni primavera concedo a me stesso mezza giornata per raccogliere , in alta montagna, le cicorie. Solo, cammino a lungo, fin che arrivo al luogo prescelto, meglio ancora se si tratta dei pascoli un tempo appartenuti alla mia famiglia. Cerco il terreno più favorevole e godo nel raccogliere questa verdura che mangerò cruda, erba amara che mi fa ricordare i riti della cena ebraica. Sono ancora più contento pensando che a mia mamma piccono tanto le cicorie: le mangia con devozione, pensando al tempo pasquale vissuto in Friuli con i suoi familiari: cicorie amare e uova bollite, attingendo tutti dallo stesso piatto.

Così è anche nei confronti della ricerca di Dio… Non un Essere astratto e lontano. Non solo il Signore circonfuso del profumo d’incenso nelle nostre chiese, ma anche il Dio che “è più interiore a me, di quanto io lo sia a me stesso”. Non un Essere residente in cieli inaccessibili, ma nel mio cuore, da lui scelto come mio paradiso e suo regno. Non un Dio geloso dei nostri amori, ma un Padre che si commuove quando ci vede abbracciati, quando ci baciamo, quando rivolgiamo il nostro sguardo a Lui, garante di ogni autentico amore.

Valentino

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