«Ave alle donne come te, Maria»

Maria, una di noi

«Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.
Femmine un giorno e poi madri per sempre…».

Questa canzone di Fabrizio De André può aiutarci a vedere ogni donna come nostra madre, sorella, figlia. Tutte le donne… da trattare con rispetto e amore, scorgendo in esse la Vergine Madre, icona della Chiesa. Il termine “icona” fa riferimento al fatto di “essere simile, apparire, essere immagine artistica di…”: tutto ciò rimanda alla contemplazione più che alla spiegazione. Perciò, in questo periodo pasquale, è bello contemplare la nostra comune Madre come immagine di una Chiesa che con Gesù muore e risorge, cogliendo il messaggio che i Vangeli ci offrono: noi siamo il Risorto del Terzo millennio. Noi siamo chiamati ad accostare ogni persona sussurrando nel nostro cuore la frase che “il discepolo amato” disse di Gesù: «È il Signore!» (cfr. Giovanni 21,1-14).
Quelle donne che, ai piedi della croce, hanno resistito allo sconcerto della morte di Gesù, sembrano soccombere allo “scandalo” della Risurrezione. Che la vita sia più forte della morte è una verità difficile da credere, perché l’esperienza comune dimostra che: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione; passano presto e noi voliamo via» (Sal 90,10). Le donne al sepolcro si comportano come se fossero convinte che sia impossibile la Risurrezione. Sono lì a piangere accanto al corpo del Maestro tanto amato. Sono lì a venerare l’umanità dell’amico Gesù, avvolto nelle ali della morte.

A esse viene rivelato il mistero della Pasqua. Si aprono i loro occhi ad accogliere l’annuncio della Risurrezione fatto dagli angeli, quale incomparabile dono della fede. Fede che implica una conversione, un cambiamento di mentalità, un ribaltamento totale del modo comune di considerare la vita: «Perché cercate tra i morti colui che è vivo?» (Lc 24,5).

Quelle donne non sono testimoni dirette della Risurrezione, ma credono ai “due uomini in vesti sfolgoranti” (cfr. Lc 24,4; Gv 20,12) che le invitano a correre verso i fratelli. Molto significativo il testo evangelico: «Abbandonato in fretta il sepolcro […] Gesù venne loro incontro…» (Mt 28,8-9). In fretta! Si incontra con il Vivente chi si affretta a lasciare alle spalle una tomba e corre verso i fratelli… Esse vanno a riferire agli Apostoli che la tomba è vuota, usando parole che «parvero loro come un vaneggiamento» (Lc 24,11), così che nessuno crede alla loro testimonianza. La Risurrezione non è un miracolo, ma un mistero: è un’esperienza intima di fede che sovverte la nostra vita, grazie all’intuizione che la morte non è dolore, ma amore. Non è fine, ma inizio. La morte non è l’ultimo respiro, ma il primo sorriso di un’esistenza che non avrà mai fine.

… E il Vivente appare ai discepoli. Prima che a loro, appare anche a sua Madre? Ne era convinto Giovanni Paolo II, anche se su questo punto nulla ci rivelano i Vangeli. Questi, del resto, non narrano tutte le cose che Gesù ha compiuto. Alcune credenze appartengono al patrimonio della Chiesa, nella cui tradizione si contempla anche l’apparizione di Gesù a sua Madre. Ciò risponderebbe a una genuina attesa dell’umanità: non è fuori dalla logica comune il fatto che il Risorto si manifesti prima di tutto a Colei che Egli ha tanto coinvolto nell’opera della redenzione. D’altra parte, però, il silenzio delle Scritture su questo argomento ci obbliga a riflettere sul cammino di fede della Madonna.

Lei poteva essere più certa di altri delle parole di suo Figlio riguardo alla Risurrezione, in quanto illuminata in modo particolare dallo Spirito Santo. Ma risulta pure significativo quel silenzio del Vangelo che ci fa supporre che anche Lei credette nella Risurrezione grazie alla testimonianza delle donne e degli apostoli: persone che avevano incontrato il Risorto, dopo averlo abbandonato, rinnegato e tradito.

È consolante pensare a Maria come a una di noi, disponibile ad accettare le vie di Dio, tanto diverse da quelle puramente umane. Ella non ha ritenuto la sua maternità un dono riservato alla sua sola esistenza; anzi, sembra quasi che ai piedi della croce abbia rinunciato al rapporto privilegiato con suo Figlio, per diventare Madre universale. Allo stesso modo – se Cristo non è apparso a Lei per prima – possiamo dedurre che Maria abbia accettato di percorrere il cammino normale dei credenti: «Credo perché Pietro testimonia per me».

Un’ultima ipotesi: forse l’intimità tra Gesù e Maria era così forte da rendere superflua l’apparizione visibile a Lei, mirabilmente grande proprio in virtù della sua fede: «Beata colei che ha creduto!» (Lc 1,45).

Questa frase, che Elisabetta ha rivolto alla Vergine Madre, è riservata solo a Lei? Se, durante questo nostro pellegrinaggio terreno, ci saremo sforzati di cercare il volto del Risorto sul viso dei nostri fratelli, se avremo nutrito la nostra fede con opere di giustizia, se avremo pregato la Madonna per essere belli come Lei, il Signore sarà misericordioso rispetto a tante nostre miserie. E quando busseremo alla porta del paradiso, nell’ultimo nostro giorno sulla terra, correrà gioioso verso di noi salutandoci così: «Beato te che hai creduto!».

A queste parole di Gesù, tenderà verso di noi la mano la nostra comune Madre, Maria, che ora così salutiamo:

Sola
portasti, Madre,
la speranza del mondo
in quella notte
dopo che t’uccisero il Figlio
e
trepida
vivesti l’attesa
della nuova, definitiva creazione.
Tu, donna del sabato santo,
vigilia del tempo
che più non muore,
giorno eterno
di perfetta gioia,
come quando al mondo
donasti il Redentore.

Valentino