Vocazione alla vita di famiglia - San Giuseppe

Il mio nome è Giuseppe…

Sono lo sposo della Vergine Maria. Il giovane sposo della Madre di Gesù. Sorrido quando mi dipingono come se fossi un anziano, benché la cosa suoni un po’ come un’offesa: non è forse scritto nella legge ebraica che la ragazza si sposa a quattordici anni con un giovane che abbia due o tre anni più di lei? Purtroppo gli Apocrifi mi hanno reso un brutto servizio…

Il Vangelo mi chiama “uomo giusto”. I fedeli mi dipingono sognatore, “tob” (bello e buono), desideroso di realizzare la mia vocazione a formare una famiglia, capace di ascolto, innamorato della mia Sposa, invidiabile per il mio silenzio, “papà” – nel senso più bello del termine – di Gesù.

Sognatore: è bello sognare adocchi aperti, perché sono troppo enigmatici i sogni notturni. Ma anche questi ultimi erano per me rivelatori di una verità che veniva dall’Alto, e davano un senso e una direzione alla mia vita e a quella della mia famiglia.

Bello: al di là dei tratti fisici, senz’altro ho goduto di quella bellezza che è splendore di verità, forza che emana dal corpo e fa stare bene le persone che Dio ci mette accanto.

Capace di ascoltare: un ascolto che in ebraico si dice “shemà”,** **implicante non tanto l’udito quanto il cuore. Ascolto coraggioso, che mi portò a rinunciare al sogno di tutti i giovani di farsi una famiglia “normale”, vale a dire, senza quelle rinunce e quei sacrifici che mi furono imposti dalla custodia di Maria e di Gesù.

Giusto: osservante della Legge, ma anche capace di andare oltre la prescrizione per salvare la persona; “salvarla dalle pietre della Legge”: le pietre che avrebbero dovuto lapidare Maria, qualora io non l’avessi presa come mia sposa.

Innamorato della mia promessa Sposa: mi sono fidato di Lei, anche di fronte a quella rivelazione che a tutti sarebbe parsa assurda: quella inverosimile gravidanza…

Grande nel mio eloquente silenzio: il Vangelo non riporta una sola delle mie parole, eppure, nel mio non dire nulla ho reso possibile tutto. Posso paragonare il mio ruolo a quello del suggeritore teatrale: non si vede, ma ha in mano il copione dello spettacolo, per intervenire al momento opportuno. Ho sempre taciuto, ma ho reso possibile l’affascinante avventura del Dio che si fa uomo.

Padre nel senso più bello del termine: è “papà” chi aiuta una persona a trovare uno scopo alla propria vita. E al di là dei legami biologici, egli custodisce il figlio “come pupilla dei suoi occhi”.

Io, Giuseppe, ho dato all’umanità la testimonianza della bellezza di formare una famiglia. Sono stato vero padre di Cristo al di là dei vincoli della carne, perché, come dice mio figlio Gesù, «È lo Spirito che dà la vita, la carne non giova a nulla». E sono stato vero sposo di Maria: l’ho amata tantissimo, l’ho salvata da morte certa, le sono stato fedele, ho custodito con amore il Figlio di Dio permettendogli di compiere fino in fondo la sua missione di salvezza di tutta l’umanità.


Dio, prima del coniuge e dei figli

Quando benedico l’amore nuziale dei miei amici, non esito a raccomandare, sull’esempio di San Paolo: «Voi che siete sposati, vivete come se non lo foste». L’Apostolo intende mettere in risalto che, nella vocazione al matrimonio e a formare una famiglia, per il cristiano Dio deve stare al primo posto, prima del coniuge e dei figli. Fa capire che il vero sposo è Cristo. Invita gli sposi a quella distanza necessaria per non soffocarsi a vicenda, lasciando che tra di essi danzino i venti: le corde della chitarra suonano solo se sono distinte, separate l’una dall’altra…

Reputo che tanti giovani avrebbero meno paura di sposarsi se vivessero il rapporto con il partner in modo più semplice, più rilassato e animato da quella fede che fa sperimentare la verità dell’intuizione di Santa Teresa di Lisieux: «Tutto è grazia».

In questo periodo storico in cui aumentano le proposte di creare un tipo di famiglia contraria alle leggi naturali ed ecclesiastiche, abbiamo bisogno – rifuggendo da ogni polemica – di testimoni che portino avanti un discorso decisamente positivo sul matrimonio. Mostrino la bellezza dell’esistenza, dell’amicizia, dell’amore. Illustrino la parabola della vita: meravigliosa nella sua origine; affascinante non solo quando l’amore è allo stato nascente, ma anche quando si consolida con il passare degli anni; provvidenziale anche nel momento della prova.

E a quei giovani che si lamentano di avere avuto dei genitori inadeguati e si pongono il problema se tanto loro soffrire, fin da bambini, abbia un senso, sia pure con difficoltà si può balbettare qualche risposta.

Alla luce della fede, la sofferenza non è una disgrazia: nel dolore guardiamo a Cristo, che non è venuto a liberarci dalla sofferenza, ma dal nonsenso in essa implicito per chi non ha fede. Guardando a Lui comprendiamo che è possibile non subire passivamente il dolore: se questo è subito, diventa una maledizione. Accettato con fede e con lo sguardo rivolto all’Uomo dei dolori, è liberato dalla sua disperata inutilità.

Le ferite inferte dai genitori con i loro sbagli, i loro litigi e… anche i loro tradimenti, possono mutarsi per i figli in “feritoie”, in possibilità di vedere la realtà in modo nuovo, e in uno stimolo a lottare per una maturità affettiva che impedisca loro di ripetere gli errori dei genitori. Le crisi si possono convertire in opportunità.


Risposta alla vocazione a formare una famiglia

Santissima Trinità, lo scorrere dei giorni ci fa dimenticare che siamo stati bambini e che, per Gesù, la capacità di ridiventare bambini è la condizione per entrare nel regno dei cieli. Fa’ che cresciamo negli anni esercitando la carità in famiglia, guardando sempre al luminoso esempio di Nazareth per imparare «ad osservare, ad ascoltare, a meditare, a penetrare il significato così profondo e così misterioso di questa manifestazione del Figlio di Dio tanto semplice, umile e bella. (…) Imparare la comunione di amore, la sua bellezza austera e semplice, il suo carattere sacro ed inviolabile» (PaoloVI).

Valentino

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