Ponte Nossa, 31 Marzo 2008

Un cielo bello, ma vuoto?

Trascorro la settimana santa e pasqua con giovani che cercano Dio e si lasciano da lui cercare. Il pregare diventa una festa. Ogni pasto un’eucaristia. E ogni notte sembra troppo corta, dopo quelle messe che si prolungano fino all’una …

Ma poi c’è il rientro a casa. Comincia la vita d’ogni giorno, con l’impatto con i compagni di classe che non solo non capiscono come si possano spendere le vacanze pregando, ma addirittura lanciano frecciatine contro la demenza di andare con i preti e con gente alienata, sprezzante delle gioie del mondo. Frecciatine che sono parole amare anche per chi le pronuncia, perché è faticoso giocare la parte dell’ateo quando il cuore sa bene che senza Dio le cose difficilmente quadrano.

Lì, al ritiro pasquale c’è una giovane liceale che ha accettato la proposta di una compagna di classe di fare un’esperienza alternativa. Dice di non credere, eppure fa la comunione. Ma non per mettersi in mostra, bensì perché vede la sublimità di quel gesto e non vuole essere esclusa dalla circolarità di quell’amore che si percepisce fluttuante nell’aria.

Il ritorno a casa è drammatico. Mi telefona. Vuole vedermi. E quando entra nel mio studio si siede presso la finestra e mi parla guardando il cielo: «Io speravo…».

«Noi speravamo…». Lo stesso discorso dei discepoli di Emmaus.

Se ne vanno, al tramonto, delusi due pellegrini. Fuggono da Gerusalemme, dove sono crollate le loro speranze, in seguito all’uccisione di Cristo. Allo sconosciuto che li accosta aprono il loro cuore: «Noi speravamo che fosse lui a rendere concreti i nostri sogni…».

E’ crollata la speranza perché non è subentrata la fede. L’esperienza fantastica di camminare con il Maestro per tre anni non ha retto di fronte allo scandalo di quella croce, erta a maledizione per il giusto, sfidato dalla Sapienza dell’Antico Testamento: «Maledetto chi pende dal legno». Le parole di Gesù, che prima facevano ardere il cuore, ora non dicono più nulla, anzi, sanno di bestemmia.
E quel pane spezzato mentre sublimi parole venivano pronunciate: «E’ il mio corpo per voi», non è più visto come una eucaristia, un rendimento di grazie, ma come una beffa, come un tradimento.

«Noi speravamo…».

Se la fede non sostiene tutta un’esistenza, non può essere colto in pienezza il senso del vivere, muore la speranza e con le altre virtù svanisce pure la capacità d’amare. Fino ai venticinque, trent’anni il problema non si pone in maniera tragica, perché la vita stordisce. C’è sulla piazza chi s’accorge di te. Sei appetibile sul mercato delle umane possibilità. Le forze si rinnovano in ogni stagione, soprattutto a primavera…Perciò sembra di potere fare a meno di Dio.

Ma il passare degli anni ti confronta con la sfida: con Dio il mondo è mistero. Senza Dio è assurdo.

Mi ascolta la giovane amica e non ribatte. Non m’imbarazza il suo silenzio: lo converto in preghiera e invoco lo Spirito Santo che mi dia le parole giuste e illumini il suo cuore: «Sono contento che tu guardi il cielo». «Non sto guardando il cielo, ma le nubi».

Povera creatura! Altro che nubi, senza una fede!

Le ribadisco l’idea che è assurdo il mondo senza Dio, pur rimanendo Lui mistero e pur non pretendendo di dimostrarlo. Chi dimostrerebbe l’Illogico per amore? L’amore si sperimenta, non si dimostra.

«Accettare l’assurdo?», sussurra la studentessa. La invito a meditare lo stupendo brano degli Atti degli Apostoli (capitolo 17), là dove Paolo, all’Areopago, in Atene, elogia la sapienza dei Greci, che hanno eretto un altare al Dio ignoto. Per paura di escludere un Dio, onorano anche la divinità ignota. Anche gli idoli. Gli idoli che tanti giovani oggi adorano. Ogni giovane che passa nelle loro vita è una sfida: potrebbe essere un amico. Potrebbe essere l’occasione buona. Potrebbe essere colui o colei che riempie la vita. Idoli.

Ma presto l’idolo s’infrange e che pena se ti cade addosso! La stella brilla per un attimo poi cade. Sono belle le stelle cadenti, quando sono lontane. Terribile quando svaniscono sotto i tuoi occhi!

Per questo Paolo ai tanto religiosi ateniesi imbastisce quel bellissimo discorso su Cristo, iniziando da suo Padre, quel Dio che ha creato cielo e terra, e nel quale noi viviamo, ci muoviamo e siamo. Noi fatti a sua immagine. «Di lui stirpe noi siamo».

Lui, tanto discreto, si cela nel creato, silenziosa firma dell’umiltà di Dio. Un Dio che si rivela nascondendosi, per farsi da noi cercare, se mai arriviamo a trovarlo, andando a tentoni, come ci confida ancora l’Apostolo.

A tentoni. Nel buio. Dandogli fiducia. Vivendo come se lui esistesse, anche quanto, soprattutto di fronte al dolore e alla morte, tutto in noi si ribella all’idea che Egli possa veramente esistere. Si ribella di fronte ad un eventuale Dio che permetta al male di prevalere sul bene. Un Dio indifferente al fatto che l’odio non possa essere sconfitto dall’amore e che la vendetta non possa essere disarmata dal perdono.

Vivere come se lui ci fosse, nell’attesa che egli riveli il suo volto. Nella certezza che quando il miracolo avverrà, saremo costretti a gridare ad ogni fiore: «Taci! Taci! Tu mi rimproveri perché tardi ho cercato Dio, verità antica e sempre nuova. Tardi l’ho amato»…

La giovane amica conosce la citazione di S. Agostino e mi sfida dicendo che il santo si è convertito a trentatre anni, quindi lei ha ancora tempo per attendere quel Dio che, se c’è, può degnarsi di creare con lei un contatto, se è vero che è l’Amante, l’Amato e l’Amore.

«Continua a guardare il cielo…».
«Le nubi». «Le nubi si stanno tingendo di rosa, non è bello questo cielo?»
«Ma è vuoto».
«Riempilo tu, con la stessa logica con la quale t’accosti ad una persona. Perché la ami? Che cosa ami? Prima tu metti in lei l’amore, poi ad esso ti abbandoni e in esso credi. Così è per il cielo. Così è per Dio. Quindi, credi a S. Agostino : “Ama e capirai “».

L’amica vorrebbe replicare ma io penso di non avere altro da aggiungere e le chiedo di fermarsi: non voglio vincere ma convincere, vale a dire vincere assieme. Per il momento, sia per me che credo, sia per lei che vuole credere può bastare la frase: «Continua a guardare il cielo…».

Valentino