Lasciarsi inondare di Luce

Preziosi perché fragili

In un angolo di paradiso, sui monti che sovrastano la baia di Sorrento, una settantina di adolescenti – alla fine di agosto 2019 – affronta il tema della risposta da dare a Dio, che ci chiama a fare di tutta la nostra vita un dono. Vuole illuminare, con la luce del suo volto, il nostro cammino di fede ed essere forza nella scelta della propria vocazione al matrimonio, al sacerdozio o alla vita consacrata. Per approfondire questi temi, mi viene affidato il compito di mostrare i nuovi volti della morale, basata sulla gioia e sulla bellezza. Una morale “responsabile”, aggettivo che deriva dal verbo “respondeo” (rispondo), chiara allusione al fatto che la nostra vita deve essere una risposta alla chiamata del Signore.

Chiedo che alzino la mano i ragazzi che si sentono belli. Solo due lo fanno. Alcuni si sentono brutti. La maggior parte, mediocri. Negli anni Ottanta la stessa domanda al Nord trovava perplessità, al Centro un buon numero di risposte positive, al Sud… i ragazzi alzavano non soltanto le mani, ma anche i piedi! Ora la televisione ha omologato tutto, per cui si verificano le stesse reazioni tanto in Lombardia quanto in Sicilia.
Va notato che quando una persona non si sente bella – e la bellezza è “splendore di verità” – facilmente diventa vuota, insignificante, vana. Diventa mediocre, se non cattiva, per cui risulta quasi impossibile proporle valori sia umani che divini. Arduo presentare ideali che coinvolgano la propria vita in un’alleanza con un’altra persona o con Dio, tramite una scelta celibataria.
E sono espliciti questi ragazzi amalgamati dalla fede, e accomunati dal privilegio della stupenda vista dei golfi di Napoli e Sorrento: non si sentono belli perché hanno paura di sé stessi, della possibile morte di papà e mamma, dell’abbandono degli amici, di non riuscire a trovare un posto e un lavoro nella vita. Soprattutto, sono terrorizzati di fronte a scelte definitive.

Nei confronti di questa generazione estremamente fragile – preziosa proprio perché fragile, e fragile perché preziosa – non si può applicare la “terapia d’urto”, che veniva suggerita nel passato facendo ricorso allo slogan: «La gioventù è chiamata all’eroismo». Ricordo che già una quindicina di anni fa, durante gli esercizi spirituali a giovani di tutta Italia, sulle montagne della Carnia, di fronte alla citazione: «Volete andarvene anche voi?», un amico friulano mi supplicò: «Per l’amor di Dio, Valentino. Non ripetere più quella frase, anche se l’ha detta il Signore! Tanto meno l’altra: “O caldi o freddi, altrimenti Dio ti vomita”, anche se scritta dall’Autore dell’Apocalisse».

Date queste premesse, per un discorso vocazionale che sia conforme ai segni dei tempi, può essere valida la proposta di incamminare la comunità dei credenti sulla “via della bellezza e della gioia”, presentata da sacerdoti memori della vocazione esplicitata da San Paolo: essere collaboratori della gioia dei fedeli a essi affidati.
Gioia e bellezza che possono essere adombrate nell’immagine della Luce. A essa giova ricorrere, soprattutto nel periodo che intercorre tra la festa dell’Immacolata Concezione e l’Epifania: tempo di grazia per educare all’attesa, alla celebrazione di un evento di salvezza e alla testimonianza del privilegio di “seguire la stella”.

L’attesa

Il genere umano, per generazioni e generazioni, attende la realizzazione della promessa di Dio: la nascita di una Donna, simbolo dell’umanità perfetta, pronta ad accogliere il dono di una inaudita maternità. In questo mistero vediamo adombrato il destino dell’umanità.
Negli ultimi 165 anni, la Chiesa ha proclamato solo due dogmi di fede ed entrambi riguardanti la Vergine: l’Immacolata Concezione e l’Assunzione. Perché a essi attribuiamo tanta importanza? Non è solo per il fatto che ci dà gioia pensare alla nostra comune Madre inondata di grazie, ma anche perché tutto ciò che diciamo di Lei, può essere detto di ciascuno di noi. Anche noi, nel pensiero eterno di Dio, siamo stati scelti, eletti e concepiti puri, santi e immacolati. Dio non ha certo voluto e programmato il nostro peccato! Anche noi possiamo concepire in noi stessi Cristo e identificarci con Lui. Noi, figli nel Figlio. Anche noi abbiamo davanti ai nostri occhi un futuro di gloria: vedremo Dio faccia a faccia e saremo come Lui. Noi pure saremo rivestiti di luce, inondati di gloria e canteremo per tutta l’eternità: «Grandi cose ha fatto per me l’Onnipotente e Santo è il suo nome» (Lc 1,49).

Pensando ai secoli in cui l’umanità ha atteso il Messia e alla trepidazione della Madre del Salvatore, concepita immacolata per diventare degna Madre di tutta l’umanità, il periodo dell’Avvento può essere vissuto come possibilità data ai credenti di coltivare un sogno: valorizzare ogni vocazione alla santità, in vista della creazione di un mondo migliore. Questo sarà il risultato di un sogno condiviso nella preghiera e nella ricerca di una liturgia significativa, vissuta non come rappresentazione, ma come attualizzazione del mistero di salvezza. E il sogno condiviso è già realtà, quando l’operatore pastorale ricorre a una teologia non basata sul peccato, ma sulla grazia. Non sull’inferno, ma sul paradiso. Non sull’imperativo «Tu devi!», ma sull’incoraggiante «Tu puoi!». Non sulla nostra miseria, ma sulla nostra “divinizzazione”.

Oltre l’idillio del Natale

Non occorrono molte parole per valorizzare il mistero del Natale come stimolo a una generosa risposta alla nostra vocazione. Occorre piuttosto fare ricorso a una sana teologia che non si perda in sentimentalismi, ma celebri la festa dell’Incarnazione con la visione profetica dei Padri della Chiesa, basata appunto sulla nostra divinizzazione: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio». Comune vocazione: non essere cristiani (vale a dire, semplici seguaci del Maestro), ma Cristo. Prendere coscienza che tutti noi possiamo degnamente rispondere alla vocazione alla santità, qualunque sia la scelta del nostro stato, perché Cristo ci fa come Lui. Non siamo solo immagine e somiglianza di Dio, sue icone: siamo i Risorti del Terzo Millennio.

E per evitare che il Natale si disperda in fuochi fatui, ecco ancora l’esempio della Madonna. Quando presenta suo Figlio al tempio, Simeone profetizza: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori» (Lc 2,34-35).

E se ne va la Madre alla sua dimora, con pesante fardello di dolore, sorretta solo dall’amorevole, silenzioso sguardo di Giuseppe. Pallida e pensosa guarda suo Figlio con ansioso stupore, gravido di sfide: «Chi ho portato per nove mesi in questa mia carne preannunciata santuario di Dio? Dovrà questo mio latte nutrire il sangue stesso del mio Signore per renderlo pietra d’inciampo, causa di caduta per molti? E in me, che volto avrà quella profetica spada?».

Per pudore, forse, Maria non avrà manifestato i suoi sentimenti neppure a Giuseppe, che silenzioso contempla quanto la sua donna assomigli a Dio, quanto gli sia vicina, quanto soffra, mentre il Figlio di Dio, sereno, si nutre dal suo seno.

Nell’idillio del Natale, si deve quindi presentare la vocazione alla santità con i sentimenti di chi non vuole illudere i fedeli, ma testimonia che «Gioia e dolore hanno un confine incerto» (Fabrizio De André). La presentazione di Gesù al tempio ha un messaggio alquanto rilevante per ogni generazione. Per i nostri tempi, s’impone la necessità di fare tesoro di tre aspetti messi in evidenza dall’evangelista Luca: la ricerca della Luce, l’urgenza della profezia e la necessità di immergerci nel mistero del dolore, da considerare come opportunità per crescere “in sapienza e grazia” (cfr. Lc 2,52).

Ricerca e comunicazione della verità e della Luce

In preparazione all’Epifania, gli operatori pastorali potranno essere aiutati nella ricerca della Verità che salva mettendosi sulle orme di Sant’Agostino. I suoi scritti andrebbero letti con quella intuizione che si presta a sintetizzare tutta la sua vita e il suo pensiero: «Ama e capirai». Capirai quella verità antica e sempre nuova che il Vescovo di Ippona, nel libro Le Confessioni, lamenta di aver scoperto troppo tardi: «Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova; tardi ti ho amato! Tu eri dentro di me, e io stavo fuori, ti cercavo qui, gettandomi, deforme, sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te…».

La ricerca della luce, della verità e della bellezza raggiunge il suo apice quando noi, come i Re Magi, intuita la verità la portiamo agli altri, la comunichiamo con la nostra gioia, mentre torniamo a casa «per un’altra strada» (Mt 2,12), vale a dire non ritornando più sui nostri passi. Abbiamo incontrato il Messia? Abbiamo “visto” Dio? Non ci resta che morire al nostro egoismo e diventare noi stessi dono per gli altri. È categorico l’Antico Testamento a questo riguardo: non si può vedere Dio senza morire (cfr. Es 33,20). Morire all’uomo vecchio. Morire al proprio egoismo. Rinascere uomini nuovi, rivestiti di Luce come di un manto, gioiosi nel rispondere alla nostra vocazione a vivere il battesimo che ci rende profeti, sacerdoti, re, missionari. Non cristiani, ma Cristo.

Valentino

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