Vocazione a dare un senso al dolore - Nunzio Sulprizio

Il mio nome è Nunzio…

Sono nato nell’entroterra abruzzese nel 1817, a Pescosansonesco: paesaggio incantevole, clima ideale, lontano da centri inquinati e situato tra il Gran Sasso e la Maiella. Fui subito battezzato e ricevetti la cresima a tre anni: la presenza dello Spirito Santo operante in me mi accompagnerà sempre, nel pur breve percorso della mia vita, dal calvario alla gloria.

La mia famiglia ha vissuto in una povertà dignitosa, in qualche caso nella miseria, perché erano tanti i soprusi che i contadini dovevano sopportare in quel periodo storico in cui vissi. Grande era l’umanità della mia gente, che sopportava le angherie dei padroni con cristiana rassegnazione, senza mai tradire la propria etica.

Il mio sogno di studiare s’infranse di fronte alla dura realtà della morte prematura di mio papà. La mamma si risposò e io non fui accettato dal nuovo padre. Andai ad abitare da una nonna, che m’introdusse alla dottrina cristiana e alle parabole di Gesù: da Lui imparai a sopportare i maltrattamenti del patrigno, grazie alla virtù della speranza in Dio, presente sempre nella mia vita.

A nove anni mi morì anche la mamma: tutta la responsabilità della mia formazione fu affidata alla nonna, che mi faceva sognare il giorno in cui avrei ricevuto la Prima Comunione. Giorno che lei non vide, perché… pure lei morì. Mi sentii orfano per la terza volta. Scacciavo la tristezza impegnandomi ad aiutare chi era nel bisogno, frequentando il più possibile la chiesa e pregando continuamente, qualunque cosa stessi facendo.

Grazie a questo attaccamento al Signore, che mi permetteva di sperare contro ogni umana speranza, sono riuscito ad accettare la mia vita che – umanamente parlando – è stata un disastro:

  • - ho dovuto lasciare la scuola per guadagnarmi il pane quotidiano;
  • - sono diventato artigiano nella bottega di uno zio che era peggio del secondo marito di mia mamma: rude, burbero, incapace di accorgersi dei bisogni degli altri, avido di denaro per consumarlo bevendo vino;
  • - il mio lavoro era pesante e inadatto a un minore;
  • - sono stato sottoposto a sfruttamenti e vessazioni;
  • - i miei compagni di lavoro non mi risparmiavano insulti e maltrattamenti;
  • - sono stato oppresso da un lavoro impari per le mie forze, tanto che esso costituirà il mio vero calvario e la croce che mi porterà alla morte prematura;
  • - a causa di questo disumano lavoro, non solo non potevo frequentare una scuola, ma spesso ero impedito a stare là dove maggiormente avrei desiderato trovarmi: nella casa del Signore.

Chi mi dava la forza di andare avanti e di sorridere a quanti incontravo, senza scaricare la mia croce sulle spalle degli altri? Quello Spirito Santo che avevo ricevuto a tre anni, infondeva in me la speranza di vincere il male con un supplemento di bene. Mi plasmava con i suoi santi doni, affinché la mia vita fosse di esempio e di utilità alla mia comunità e alla Chiesa tutta. Vita resa “carisma”, vale a dire, un dono per la mia comunità: Dio mi ha vagliato come oro al crogiolo per purificarmi, rafforzarmi nella fede, propormi al mondo come esempio, modello di santità.

«Se il chicco di grano non marcisce…». Se Cristo, anziché dire che il grano deve marcire, avesse usato l’espressione “deve morire sotto terra”, l’immagine sarebbe stata forse più accettabile. Ma l’idea di marcire ha in sé qualche cosa di repellente, disgustoso e contrario alla natura. D’altra parte, se il grano morisse, non porterebbe frutto… E il Maestro non si è smentito: «Bisogna marcire per portare frutto!». È inoltre interessante sapere che nel linguaggio biblico portare frutto non significa arrivare a dei risultati tangibili, concreti, sperimentabili, bensì essere nelle condizioni di pregare, lodare il Signore e aiutare gli altri a pregare.
Ho accettato di marcire per divenire fecondo facendo della mia vita una preghiera, coinvolgendo pure altri giovani nella lode al Signore, insegnando ai cristiani che la virtù della speranza – anche se non toglie il dolore – dà un senso al soffrire, aiuta a sopportare meglio le avversità della vita, consola il “paziente” all’idea che sta contribuendo a “completare nel suo corpo quello che manca alla passione di Cristo”.

Il dolore, allora, non è più visto come maledizione e castigo, ma come leva potente della santità e fonte d’intima gioia: chi muore con Cristo, vive e fa vivere. Chi si identifica nella sua croce, sperimenta già in terra l’alleluia della risurrezione.

E che gioia pregare per chi mi faceva soffrire: «Padre, perdona loro»!
Con questa segreta gioia, pur in mezzo a strazianti tormenti, ho affrontato la morte. Il 5 maggio 1836 ricevetti i Sacramenti. Strinsi forte il crocifisso e consolai un mio benefattore: «State allegro, dal Cielo vi assisterò sempre». Verso sera, un sospiro: «La Madonna, la Madonna, vedete quanto è bella!». E tra le sue braccia tornai alla casa del Padre.


Croci proporzionate alle nostre forze

Per essere in grado di affrontare ogni sofferenza come vocazione alla santità, occorre chiedere insistentemente il dono della fede: credere in Dio, con il quale il mondo rimane pur sempre mistero, ma senza del quale sarebbe assurdo.

Come per San Nunzio, anche per noi la preghiera incessante alla Santissima Trinità deve essere vissuta come un’intima espressione di amicizia con Gesù, che regala serenità, pace e felicità a quanti gli rimangono fedeli nei momenti della prova e “completano nel loro corpo quello che manca alla passione di Cristo”.

I santi ci insegnano quanto sia utile e bello permettere alla preghiera di forgiare la nostra vita, sperimentando che come si prega, così si vive! Dall’intimità con Dio scaturisce il dono dell’abbandono filiale alla sua volontà, assieme alla determinazione di non confidare nelle nostre forze, ma unicamente nel Signore che, quando fa le croci, fa anche le spalle proporzionate a portarle: «Dio non turba mai la gioia dei suoi figli, se non per procurarne loro una più certa e più grande».


Risposta a Dio che permette il dolore

Padre, concedi ai tuoi figli le virtù teologali, quale dono per valorizzare al massimo le cose belle di questa terra e quale forza per passare attraverso le tristi vicende terrene con lo sguardo rivolto a Te, speranza che non delude.

Cristo, aiutaci a scommettere su di Te che sconfiggi la morte con la tua morte e fai brillare la tua luce in fondo ai nostri tunnel.

Spirito Santo, opera in noi le meraviglie da Te compiute nel giovane Nunzio quale Maestro interiore, Padre dei poveri, Consolatore perfetto.

San Nunzio, la tua vita sia di esempio soprattutto ai giovani affinché riescano a entrare nella logica della sofferenza, fisica e morale, e del dolore, proprio e dell’umanità con quello spirito con il quale tu – animato dalla fede e sorretto dalla speranza – hai saputo dare un senso al soffrire.

Valentino

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