Vocazione al servizio - Francesco d’Assisi

Il mio nome è Francesco…

La perfetta letizia di spendere la mia vita servendo i poveri è racchiusa in questo segreto: sono stato amato. Mi sono lasciato amare. Ho cercato l’Amore. Mia madre era dolcissima, delicata e santa: mi ha amato come la più tenera delle madri. Anche mio papà, a modo suo, mi voleva bene e pensava di rendermi felice lavorando molto e lasciandomi un consistente patrimonio. Non era cosciente che Dio mi stava plasmando in modo tale che Lui, e Lui solo, fosse l’unica mia eredità. Mi hanno amato gli amici di Assisi e soprattutto Chiara, che con me ha sposato madonna Povertà.

Ho combattuto per il mio Paese e la prigionia è stata una grazia. Nel dolore ho avuto anche una rivelazione; una voce mi chiedeva: «Chi può meglio trattarti: il Signore o il servo?». Risposi: «Il Signore». Replicò la voce: «E allora perché abbandoni il Signore per il servo?». Mi sono immerso nella lettura del Vangelo e ho trovato la gioia di servire Dio nei suoi figli più poveri.

Ho sperimentato subito che non mi sarebbero servite la fede, la scienza e le ricchezze, se non avessi avuto quella carità che mi dava il privilegio di gustare indicibile gioia nel diventare un buon Samaritano.

Quando i primi seguaci – vedendo che i discepoli aumentavano di giorno in giorno – mi chiedevano insistentemente una regola, non mi stancavo di ripetere che bastava il Vangelo. Non ascoltato, vagai per i monti gridando al Padre il mio dolore e chiedendo dal Cielo un segno. Ma non avevo risposte da Dio…

Le risposte degli uomini, ai quali mendicavo ciò che occorreva ai miei fratelli più bisognosi – ai lebbrosi –, erano umilianti. Ma non ritenevo offesa personale gli insulti, i rifiuti e le beffe, e andavo ripetendo al mio confratello: «Frate Leone, scrivi ancor questo: “Questa è perfetta letizia”».

Indossato l’abito dell’eremita, mi dedicai all’assistenza ai lebbrosi e al restauro di chiese in rovina. Mentre stavo riparando la chiesa di San Damiano, udii una voce attraverso l’icona di un crocifisso: «Francesco va’, ripara la mia casa che, come vedi, è tutta in rovina».

Mi recai a Roma, dove papa Innocenzo III approvò la forma di vita religiosa che conducevo con i miei fratelli. Con alcuni di essi mi recai in Egitto: volevo predicare Cristo anche ai musulmani. Lodo il Signore che mi fece trovare grazia agli occhi del sultano al-Malik al-Kāmil, che non solo mi accolse e mi ascoltò, ma pure mi garantì la sua protezione.

Dopo il Capitolo di Pentecoste dei miei frati, nell’estate del 1224, mi ritirai sul monte della Verna. Grandi erano le mie sofferenze. Incessanti le suppliche al Cielo. Volevo delle risposte. E la risposta venne: le stigmate di Cristo impresse nel mio corpo.

Con i segni della passione del mio Signore, ho ripreso a pregare con più fervore: «Laudate et benedicite mi Signore, et rengratiatelo et serviatelo cum grande humilitate».

Con questo cantico sulle labbra sono stato chiamato al cospetto del mio Signore, per continuare la lode che avevo innalzato a fratello sole, a sorella luna, a fratello vento, a sorella morte. Lode a quel Dio che, amandomi per primo, mi ha chiamato – privilegiata vocazione! – a servirlo nei suoi figli, nei più piccoli dei quali Cristo si rivela, nascondendosi.


Gioioso servizio in obbedienza a Dio

Quando una persona assume un incarico, in qualsiasi campo, le viene concessa la “grazia di stato”, consistente in un particolare aiuto della Provvidenza per poter espletare al meglio il suo ministero a servizio della famiglia, della comunità, della Chiesa e dello Stato. Se – ad esempio – è stata eletta per essere parlamentare, riceve, pregando, l’aiuto indispensabile per compiere il proprio dovere nel miglior modo possibile, nella ricerca del bene comune. Lo stesso discorso vale per chi assume un posto di responsabilità nella Chiesa: se lo fa per servire e se è stato scelto, il suo incarico sarà fonte di serenità perché, qualunque cosa capiti, di fronte a una situazione difficile o a risultati – umanamente parlando – discutibili, l’interessato può dire: «Signore, non ho scelto io questa croce…».

Inoltre, quando si assume un posto di responsabilità, ci si rende conto che si è chiamati a obbedire innanzitutto a Dio, alla propria coscienza, e infine alla comunità in genere. L’“obbedienza” – parola che implica l’ascolto di Dio e del prossimo – richiede l’arte di mettersi con gioia al servizio delle persone che la Provvidenza ci mette accanto. Con gioia, perché tutti noi abbiamo la vocazione, la chiamata a metterci al servizio dei fratelli, in obbedienza a Colui che con i suoi comandamenti e la sua Parola altro non vuole se non il nostro bene integrale, la nostra perfetta realizzazione. Ci dà infatti la sua Legge come segno di amore per questa umanità, bisognosa di grandi ideali e – al tempo stesso – di chiarezza, di un cammino ben definito, con precisi “paletti” per non smarrirci e non soccombere, perché: «Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41).

Si legga, a questo proposito, il lunghissimo Salmo 119: inno alla Legge, obbedendo alla quale il fedele può raggiungere la perfezione. Legge che Gesù illuminerà e trasformerà in un amore più esigente della Legge stessa.

Amore che rende l’obbedienza e il servizio non un peso ma un mezzo assunto anche da Cristo, che “imparò dal dolore l’obbedienza al Padre” (cfr. Eb 5,8). Imparò, in altre parole, quanto sia liberante cercare la volontà di Dio che ci garantisce che Servire è regnare, come cantano le Gen verde:

«Guardiamo a Te che sei Maestro e Signore:
chinato a terra stai, ci mostri che l’amore
è cingersi il grembiule, sapersi inginocchiare,
c’insegni che amare è servire.

Fa’ che impariamo, Signore, da Te,
che il più grande è chi più sa servire,
chi si abbassa e chi si sa piegare
perché grande è soltanto l’amore.

E ti vediamo poi, Maestro e Signore,
che lavi i piedi a noi che siamo tue creature;
e cinto del grembiule, che è il manto tuo regale,
c’insegni che servire è regnare».


Risposta a Dio che ci chiama al servizio

Trinità beata, grazie per aver mandato in mezzo a noi quel prodigio di santità da tutti ammirato, quel santo che si è spogliato di tutto, per essere rivestito solo del tuo amore: San Francesco. Stupendo esempio quel suo camminare nella carità, scalzo, rivestito di un saio, semplice come un bambino, gioioso nel servizio ai fratelli… Un uomo che cercava Te nelle tacite stelle, nei lebbrosi, nelle notti in preghiera.

Guidaci sulle stesse vie, verso le vette di quella santità additata nel Discorso della montagna, e concretizzata nella vita del Poverello di Assisi. Facci scoprire la gioia di rispondere alla vocazione di metterci al servizio dei fratelli, collaborando per realizzare il sogno di Dio: l’avvento di un mondo in cui «Amore e verità s’incontreranno, giustizia e pace si baceranno» (Sal 85,11).

Valentino

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