Quale bellezza salverà il mondo?

Oltre la difficoltà a sentirci belli

Sul solarium di una casa canonica nella provincia di Sorrento, davanti al golfo di Napoli, mentre il sole tramonta dietro l’isola di Capri, un gruppo di adolescenti mi attende per la conferenza: Quale bellezza salverà il mondo? Il loro parroco – molto in gamba –, proveniente da una famiglia agiata e testimone di quella povertà che Cristo chiamò beata, è disponibile, come maestro di vita, a prendere questi ragazzi sulle spalle, per condividere la sua esperienza di fede ed essere garante della loro gioia. Li introduce a un’esperienza di fede attraverso campi scuola, ritiri mensili, partecipazioni all’Eucaristia domenicale, celebrata con i giovani che servono all’altare e continuata spesso con un pasto comunitario: pane cotto in casa, pomodori squisiti, frutta che profuma le mani e delizia il palato. Proibito l’uso del cellulare quando si è assieme. Suggerita una vita sobria, essenziale, staccata dalla televisione, assente nella casa del parroco.
I cinque animatori degli adolescenti, prima di darmi la parola, si isolano per qualche minuto. Chiudono gli occhi. Si tengono per mano e, perché l’incontro sia fruttuoso, sussurrano un’invocazione allo Spirito Santo. La Sua presenza non tarda a farsi sentire…

Hanno già letto tutti la mia riflessione Celebra te stesso e qualcuno anche il libro La gioia di credere, per cui tocca a loro iniziare facendo la risonanza delle idee che più li hanno colpiti e ponendo domande. Tra queste, le più ricorrenti riguardano il motivo delle mie espulsioni dai Paesi impoveriti, le mie crisi di fede e la sorgente della mia forza di vincere il male con il bene, dopo quarantotto anni che lavoro per l’Africa e l’Asia.
Quanto a loro, faticano a sentirsi belli, anche dopo la spiegazione che la bellezza è splendore di verità. Sono coscienti di vivere in un angolo di paradiso, per cui è facile pregare sentendo una “Presenza”. Non si vergognano di essere cristiani, anche quando qualche giovane – invidioso della loro bellezza – fa il bullo deridendoli perché frequentano la casa del prete. Mi chiedono se anche in Africa si verifichi il fenomeno del bullismo, per poi passare ancora a voler sapere come viva la mia fede, che cosa mi faccia sentire bello e quali siano i cardini della mia teologia. Questa richiesta mi intriga ed è motivo anche per me per fare chiarezza a me stesso, per cui – sulle orme di Sant’Agostino, delle Confessioni e del suo “inquieto cuore” – sintetizzo il mio “credo”, grato a chi mi farà quelle critiche necessarie per “aggiustare il tiro”, nella speranza che anche a settantaquattro anni si possa ancora cambiare vita.

Bellezza di scoprire la mia vocazione

Come cristiano mi sento chiamato a riconoscere il privilegio e la bellezza della vita, dell’incontro con Cristo, della vocazione a:

  • Prendere coscienza che l’unica carriera cui un cristiano deve aspirare è quella di vivere il proprio battesimo, in virtù del quale non solo è “profeta, sacerdote e re”, ma Cristo. Il battezzato è il Risorto del Terzo Millennio. Non è un semplice seguace, ma figlio. Riflesso dell’amore del Padre, oltre a essere sua immagine e somiglianza.
  • Imitare Cristo, mia estasi e tormento. Mia sicurezza nell’inquietudine. Mia passione. È Lui che dà un gusto e un senso al vivere, mentre è contemporaneamente una spina nel fianco: vuole essere cercato nell’alto dei cieli, per essere trovato nell’ultimo dei fratelli.
  • Respirare in continuazione l’Amore, lo Spirito Santo, che mi riveste di quella bellezza che è la Verità fatta carne per godere della mia amicizia, per rendermi “non servo, ma amico” e gioioso testimone del Vangelo.
  • Prendere coscienza che la fede va comunicata, e le esperienze devono essere vissute non come patrimonio personale, bensì universale, da raccontare agli altri (morale narrativa) quale testimonianza delle meraviglie che Dio non cessa di operare in me, mutando anche il lutto in passi di danza. E – mentre cerco di convertire sempre più me stesso – essere consapevole di creare un mondo migliore alla luce del Discorso della montagna: dalla Legge all’Amore, dal «Tu devi!» al «Tu puoi!», dalla paura del castigo alla gioia di godere della “libertà dei figli di Dio”.

Per essere in grado di vivere quanto propongo agli altri, scelgo uno stile di vita che mi permetta di pregare, soprattutto silenziosamente, contemplando Dio nella Parola, nel Pane e nel Prossimo. E guardo quest’ultimo alla luce dell’affermazione di Cristo: «Chi vede me, vede il Padre». Chi vede me, che sono “uomo”, vede Dio… Chi vede l’essere umano vede la divinità. A questo scopo mi sforzo di fare della mia memoria non una pattumiera, ma una “eucaristia”, vale a dire: non mantenere il ricordo delle cose negative del passato, ma far rivivere sempre le cose positive, per lodare (eucarizein) la Trinità beata.

Per quanto riguarda la comune chiamata a vivere il comandamento dell’amore verso Dio e verso il prossimo, mentre cerco di non fare distinzioni di persone, rispondendo ai bisogni di chi mi interpella, chiedo agli amici di aiutarmi a migliorare e a dare il meglio di me agli altri. Il “sacramento” dell’amicizia diventa essenziale per irradiare bellezza sul mio cammino, e farmi passare da un amore limitato all’Amore assoluto.

Grazie alla rete di rapporti con persone valide, posso accostare i lontani da Dio con l’intento di aiutarli a far emergere il bisogno d’Infinito che è in essi, capire la loro soffocata disperazione, la loro paura di essere fagocitati dal nulla e dare un volto alla nostalgia del divino che alberga in tutti gli esseri umani. Far emergere l’Eterno che è in noi, quale fonte per cogliere il tutto nel frammento, l’Assoluto nel particolare che deve essere celebrato, danzato e valorizzato al massimo.

Poiché la vita odierna distacca facilmente dagli amici – emigrano, fanno nuovi incontri o… tornano al Padre – mi sento chiamato a fare sempre nuove esperienze di amicizie che mi aiutano ad arricchire la mia fede, a lasciarmi plasmare dallo Spirito che è novità, ad avere sempre nuove idee da comunicare in modo positivo.
A questo scopo, non mi scoraggio a motivo del mio carattere, della passionalità e degli inevitabili errori. La passionalità, l’impulsività e l’irruenza possono far commettere sbagli, ma mi possono anche aiutare a dare il meglio di me stesso e a tendere a quella “umiltà che aspira all’alto” per servire più efficacemente i fratelli, come insegna magistralmente San Carlo Borromeo. Quanto poi alle mie mancanze… io sbaglio, ma non sono il mio peccato. Lo Spirito Santo tutto può purificare, riaggiustare e trasformare in grandezza.

Per innamorarmi sempre più della vita, familiarizzo con la morte, attesa come sposa che mi avvolgerà nelle sue bianche ali. Sarà lei a condurmi da coloro che ho amato qui in terra e mi hanno aiutato a passare, dai miei imperfetti ed effimeri amori, all’Amore perfetto ed eterno.

Sono grato alla Provvidenza che mi ha introdotto, fin da bambino, ad amare la Madonna, a scrivere e a parlare di Lei, grande e “beata perché ha creduto”. Lei, icona della bellezza e simbolo di quell’umanità che Dio ha progettato santa e immacolata, fin dall’eternità. La presento come persona viva – è in Cielo con il corpo – come Madre e come punto di arrivo di questa umanità, destinata a un eterno peso di gloria quando, “vedendo Dio, saremo come Lui”, finalmente trasformati in quella bellezza che ci divinizza.

Valentino

Cosa ne pensi?

Comment form