Quel talento nascosto nel sudario (Mt 25,14-30; Lc 19,11-27)

Paura di mettersi in gioco

In Palestina, al tempo di Cristo, i bambini non contano nulla. Gesù sconcerta la sua gente ribaltandone la mentalità: «Se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18,3). Sceglie i piccoli, gli ultimi, i poveri, i peccatori e li presenta come “prediletti” dal Padre. In linea con l’insegnamento dei profeti, è benevolo verso quanti la società scarta ed è sferzante verso i ricchi, i superbi e quanti non accettano il suo amore: «Dio resiste ai superbi, ma dà grazia agli umili» (1Pt 5,5). Non sopporta chi è pieno di sé, chi soccombe alle tentazioni della prosperità, popolarità e potere, chi non moltiplica i talenti ricevuti a comune beneficio.

Parlando in parabole, Gesù mostra un padrone che dà a tutti dei talenti, assieme all’obbligo di adoperarli in vista del bene comune. Quanto più uno riceve “grazie”, tanto più aumenta la sua responsabilità. I talenti vanno raddoppiati. Guai a chi non li fa fruttare, “mettendoli nel sudario” (espressione che equivale a seppellire un tesoro nel campo). Sudario che non ha tasche – come ci ricorda papa Francesco –, ma si presta a nascondere quanto stoltamente uno accaparra solo per sé stesso.

Nelle parole di Gesù viene stigmatizzata la paura di colui che, ricevuto un talento, non lavora per produrne un altro, meritandosi l’appellativo di servitore cattivo e infedele. Il Maestro critica la concezione che il servo ha del suo padrone: “uomo duro, che miete dove non ha seminato e raccoglie dove non ha sparso seme”. Chiara a questo punto è l’allusione al modo che ognuno ha di rapportarsi a Dio: chi non capisce che Egli è Amore, si autocondanna a essere paralizzato dalla paura del giudizio.

Chi crede nell’Amore vince ogni paura e raddoppia i propri talenti, assumendosi l’onere delle proprie responsabilità e delle proprie decisioni. Ciò crea il miracolo di aprire nuovi orizzonti: «Camminando s’apre cammino». Chi invece si lascia bloccare dalla paura, si chiude nella noia della quotidiana ripetitività, teme di perdere i suoi beni – dei quali non è mai sazio –, vive schiacciato dalla triste consapevolezza di non essersi fidato della parola di Dio: «L’amore perfetto scaccia il timore» (1Gv 4,18).

La paura stravolge il rapporto con Dio e fa della nostra vita una realtà sterile per noi e dannosa per gli altri. Chi nasconde nel sudario il proprio talento dimostra di non accettare che Dio gli sia amico, che conti su di lui e lo voglia coinvolgere nella creazione di un mondo nuovo e di una società più fraterna. Teme il castigo e la mano che offre un’opportunità. Invece di godere dei beni della terra, li percepisce come paralizzante ossessione, facendo l’opposto del re Mida, vale a dire trasformando l’oro in cose di poco valore. Quel talento d’oro…

La pena di non credere nell’Amore genera sfiducia, paura del castigo, stoltezza nello stravolgere il significato del dono che da privilegio si muta in incubo e rende sterile la vita: «Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra» (Mt 25,24-25).

Stolto chi non capisce che il Signore non ci offre i talenti perché glieli restituiamo, ma perché li moltiplichiamo a comune vantaggio. Doni utili a ributtarci nella vita con maggiore slancio e con una sempre nuova creatività.
Non pochi giovani oggi, in virtù della loro proclamata “tolleranza”, giustificano il servo che seppellisce il talento e fanno l’elogio dei “don Abbondio”, che ha la sensazione di essere «come un vaso di terra cotta costretto a viaggiare in compagnia di molti vasi di ferro» (A. Manzoni).

Poveri “figli” di don Abbondio! Hanno paura di tutto: di perdere i genitori e gli amici, di non trovare un posto di lavoro, di dover fare scelte definitive… e di essere schiacciati da un mondo che diventa sempre più complesso e li fagocita, rubando loro il sogno, il senso della meraviglia e la speranza.

Non è esclusivamente colpa loro se si trovano in questa situazione: molti sono cresciuti senza un approccio alla fede in famiglia, senza fiducia nelle istituzioni, senza esperienze forti, punti di riferimento e testimonianze credibili. Andrebbero incoraggiati a cercare Dio e a rispondere a quell’invito che continuamente compare nella Bibbia: «Non temete!». Invito riproposto anche da persone sapienti, tra le quali basti citare Martin Luther King: «Un giorno la paura bussò alla porta, il coraggio si alzò e andò ad aprire e vide che non c’era nessuno» (Martin Luther King).


Essere per sé stessi un talento

Dieci talenti: trecento chili d’oro. Ma anche un solo talento non è una somma indifferente! Nella parabola i talenti sono dati a persone di alto rango, ad amministratori validi, anche se il testo evangelico parla di “servi”. Applicando la parabola a noi stessi, siamo chiamati a renderci conto del valore dei doni che il Signore ci elargisce: Egli ci indica che ciascuno di noi, mentre condivide i propri talenti, è innanzitutto un talento per sé stesso. Dono proporzionato alle nostre possibilità di godere al massimo la nostra vita, qualunque sia la nostra posizione nella società.

Ciascuno di noi è unico al mondo, irripetibile e dotato di una immensa potenzialità di crescita, di amore e di sacrificio, purché creda in sé stesso. Indipendentemente dalla sua età, dalla sua cultura e dai mezzi a sua disposizione… Ognuno di noi è perdonato, dopo uno sbaglio riconosciuto come tale; è buono, pur commettendo sempre tanti errori; è amato, nonostante tutto. E quindi è chiamato ad amare sé stesso, a cercare sempre nuovi orizzonti, a non perdere mai la speranza, cosciente che la santità non consiste nel non peccare ma nel tornare ogni giorno da capo, nel disseppellire il talento nascosto nel terreno e nell’accettare il miracolo di essere vivo.


Essere per gli altri un dono

La vita, la famiglia, la fede e il proprio posto nella società sono doni affidati a noi per essere posti come semi in un giardino. Fioriranno a comune vantaggio. Ma per fiorire il seme deve marcire, non morire. Se morisse non produrrebbe frutti. È un po’ repellente l’immagine del marcire, ma è realistica: è una questione vitale. Ora, marcire sul trono di Pietro o nel paesino più piccolo della terra, non fa differenza. L’importante è marcire!

Questa è la legge della creazione e della crescita, alla quale nessuno può sottrarsi. E nel marcire, nel farsi frutto per l’utilità del prossimo, chi si fa dono riceve già sulla terra il centuplo di ciò che ha elargito. E quando busserà alla porta del paradiso, il Padre non gli chiederà se ha vissuto come Abramo, Mosè o Davide, ma se è stato bene nella sua pelle, se si è sforzato di capire ciò che Dio si aspettava da lui, se ha raddoppiato i talenti ricevuti. Se è stato sé stesso. Se è stato un dono anche solo per una persona.

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