Non è un fantasma (Lc 24,13-48)

Quale Dio?

Quel Dio che qualche decennio fa sembrava morto, sepolto dall’oblio dell’uomo “evoluto”, è ancora vivo, più vivo che mai. Però, ciò che preoccupa è la questione del volto che molti gli attribuiscono: quale Dio si sceglie?
Mass media e “religioni” studiate a tavolino sembrano fare a gara per passare dallo Zeus fulminante al Dio intimistico-consolatorio; dal Dio della Legge che crea l’inferno, al Dio misericordioso che salva tutti; dal Dio immagine dell’uomo, al Dio “totalmente Altro”.

Ora le persone abituate a riflettere non si dichiarano più atee: affermano, eventualmente, di essere “agnostiche”. Molti sono passati dall’ateismo all’indifferenza religiosa. Fase che già il filosofo danese Kierkegaard aveva previsto: «La nave è in mano al cuoco di bordo e ciò che trasmette il megafono del comandante non è più la rotta, ma ciò che mangeremo domani».

Tace il maestro di vita e la parola passa alla televisione, dove i cuochi ci insegnano a preparare succulenti cibi e dove i commercianti ci dicono il prezzo di ogni cosa. Il prezzo, non il valore…

«Noi speravamo»

Siamo tutti, in questo momento storico, disorientati come i discepoli di Emmaus che lasciano alle spalle Gerusalemme, la città santa, perché delusi della morte di Cristo: «Noi speravamo…».
Emmaus, simbolo delle nostre strade che partono dal nulla e si dirigono verso il nulla, là dove vaga chi si muove come un ubriaco sulle macerie dei suoi sogni infranti. Cammino intrapreso durante la notte, con l’illusione che il buio possa coprire la vergogna di trovarsi a mani vuote, senza un ideale, senza la voglia di aspettare che il sole torni a dare un colore e un senso alle cose.

Ma ecco che uno sconosciuto accosta i pellegrini, di ieri come di oggi, con la capacità di far ardere il cuore mentre parla delle Scritture. Cuore che poi esplode di gioia allo spezzare del pane. Pane che, pur nel mistero, rivela una Presenza. Pane che ci riporta a quel vaso spezzato, a Betania, da parte di quella donna che unge il corpo di Cristo con nardo costosissimo (costa dieci volte di più di quanto prenderà Giuda nel vendere Gesù ai membri del Sinedrio). Nardo che spande un inebriante profumo, simbolo e rivelazione del divino.

Ed ecco una corsa verso il Cenacolo: «Partirono senza indugio e fecero ritorno a Gerusalemme». Non è più notte, non vi sono più stanchezza e delusione, ma solo la voglia di gridare agli apostoli che Cristo è vivo. E mentre essi danno l’annuncio arriva il Risorto, accolto dagli Undici con paura, dubbio, perplessità. Dubbio provvidenziale: è la garanzia che la Risurrezione di Gesù non è una fantasia inventata da loro, ma una realtà che li ha spiazzati, sconvolti, sorpresi, al punto da costringere Cristo a chiedere qualche cosa da mangiare per fugare il dubbio che si tratti di un fantasma: «Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho».

Gesù non vuole essere visto come qualche cosa di evanescente e collocato nell’alto dei cieli, lontano dalla storia degli esseri umani. Vuole essere considerato come il fratello, il compagno di viaggio, l’amico che chiede qualche cosa da mangiare. Vuole condividere la nostra vita, sentirsi vivo nel vivere quotidiano. Vuole essere presente nei nostri sogni, nei nostri amori, nella lotta per dare un senso al vivere, un perché al soffrire, una bellezza al nostro impegno di lenire il dolore di tanti fratelli che, forse, possono avere solo noi per tornare a sperare nella vita.

Gesù desidera ardentemente che noi siamo capaci di stupirci, che il nostro cuore arda, che ci rimettiamo per le strade del mondo a gettare reti in mare, a correre tra gli ulivi, a cogliere spighe di grano, godere dei gigli dei campi e degli uccelli del cielo. A fare le cose di ogni giorno con uno spirito sempre nuovo, perché nel nostro operare non siamo mai soli: c’è sempre Lui, il Risorto, che ha il volto del giardiniere, quello del pescatore che prepara pesce arrostito sotto la brace, le sembianze del pellegrino che dà un volto nuovo alle nostre “Emmaus”.

Il Dio di Gesù Cristo ora ha il nostro stesso viso e per tutti ha un messaggio: «Di me voi ora siete testimoni». Così si conclude il brano che stiamo analizzando: siamo chiamati – più che a predicare – a testimoniare che Gesù non è un fantasma, ma il Dio che ci dà vita, ci immerge nella sua pace, chiama ciascuno di noi a essere il Risorto del Terzo millennio.

Chiamati a essere testimoni

Molte persone affermano che non esistono più maestri di vita, così sono dispensate dal cercarli. Denigrano tutti e tutto, così non provano vergogna delle loro nudità. S’abbrutiscono davanti al televisore, così non hanno il tempo per leggere libri che dilaterebbero i loro orizzonti, con immagini come quelle che ci offre Bonhoeffer: «Dio è impotente e debole nel mondo e così e soltanto così rimane con noi e ci aiuta (…) Cristo non ci aiuta in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù della sua sofferenza».

Quale Dio? Ecco uno dei suoi orizzonti: la debolezza che San Paolo non esita a definire vera forza. Debolezza e sofferenza, come ali che si irrobustiscono nel tentativo di non lasciarci schiacciare dai mali del mondo. Debolezza e sofferenza adombrate nel deserto, dove il credente si rifugia non per cercare le consolazioni di Dio, ma il Dio di ogni consolazione. Là, il Signore si rivela quale voce sottile, come sconcertante silenzio (cfr. 1Re19,12).

Silenzio che si fa urlo nell’Incarnazione, punto Alfa e Omega della storia, in cui l’impotenza di Dio diventa forza di ogni nostro corpo, che Cristo fa suo per essere aiutato, venerato, adorato in ciascuno di noi. Ecco il fondersi dell’orizzonte divino con l’orizzonte umano, in questo silenzio e urlo – “l’urlo del silenzio” – che risuona nella coscienza individuale e collettiva. Dio si fa storia, si fa povero, diventa l’ultimo dei fratelli. Uomo e divinità s’incontrano non nei cieli dorati, ma nelle polverose strade “delle opere e dei giorni”.

Tra tutti gli orizzonti divini, il più indicato per scoprire il sacro e la pienezza dell’umano è innegabilmente il deserto: un luogo appartato, una montagna, una riva del mare solitaria o – per chi ne ha la possibilità – proprio il deserto fisico, là dove il nulla più assoluto è un potente richiamo al Tutto. Orizzonte infuocato, cocente e affascinante, vivificato e vivificante, grazie a quel vento sottile sottile di cui si ode la voce, anche se non si sa da dove venga e dove vada. Lì Dio tace, perché io parli. Si fa debole, perché io divenga forte. Si nasconde, perché io mi riveli Dio, alla continua ricerca del suo volto.

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