«Abbà, non abbandonarci nella tentazione»

Il subdolo potere della tentazione. Dio è “bontà” quindi non può volere il nostro male. Non ci abbandona nell’ora della prova. Non ci lascia soli quando siamo tentati e, tanto meno, c’induce in tentazione. Una preghiera ebraica parafrasa così la supplica del Padre nostro: «Non portarmi in potere del peccato, né in quello della colpa e nemmeno nel potere della tentazione o del disprezzo».
La tentazione può avere diversi significati: seduzione al male, lotta e prova (cfr. 1Pt 1,6-7; 2Cor 13,5). La supplica: «Non ci indurre in tentazione» può essere meglio compresa se confrontata con l’esortazione di Gesù agli apostoli nell’orto del Getsemani: «Vegliate e pregate, per non entrare in tentazione. Lo spirito è pronto, ma la carne è debole» (Mt 26,41).

La parola di Dio ci ricorda che:

  • La lotta è necessaria per vivere. Noi non sappiamo se amiamo veramente Dio; lo scopriamo quando lottiamo con Lui e per Lui.
  • Non dobbiamo scherzare col pericolo. I nostri desideri di crescere in sapienza e grazia possono essere grandi, ma la nostra debolezza va oltre la nostra immaginazione.
  • Non dobbiamo presumere di vincere le future tentazioni soltanto perché le abbiamo già superate nel passato: «Chi crede di stare in piedi, guardi di non cadere» (1Cor 10,12).

Dio non tenta nessuno. «Non abbandonarci nell’ora della prova. Non lasciarci soli nella tentazione. Fa’ che non soccombiamo ad essa. Quando passiamo attraverso la tentazione, non permettere che rimaniamo impantanati nel fango».

Il verbo greco tradotto con “indurre in…” – e che corrisponde sia al testo greco che alla mentalità ebraica che attribuisce ogni avvenimento a Dio – si presta a fraintendimenti, per chi non tiene in considerazione questa immagine: quando un carro passa in una strada dopo la pioggia, può rimanere arenato nel fango. La supplica dell’orante consiste nel chiedere a Dio la grazia di passare illeso attraverso questa difficile situazione: le ruote possano uscire dal fango.

Ed è proprio nella fatica di superare gli aspetti drammatici dell’esistenza che il fedele scopre il valore positivo della preghiera, intesa come lotta con Dio stesso, come Giacobbe al guado del fiume Jabbok (Gen 32,25). Quella notte passata lottando nella polvere, il Patriarca intuisce qualche cosa del mistero di Dio, sperimenta che cosa sia la vita e scopre che la preghiera deve essere un combattimento con il Signore. Gesù non è risparmiato da questa situazione: dal deserto alla croce, il Figlio di Dio sperimenta tutte le possibili tentazioni e insidie del male e impara che cosa implichi l’obbedienza al Padre. Impara a pregare e a vivere.

La sconcertante prova del deserto. I profeti, i patriarchi e i grandi personaggi dell’Antico Testamento sono chiamati da Dio a mettere alla prova la propria fede nel deserto. Nell’arida solitudine, il Signore chiama il suo popolo per purificarlo attraverso quarant’anni di tentazioni. E in previsione delle future tentazioni che non sarebbero state risparmiate ai seguaci di Cristo, lo Spirito Santo “scaraventa” Gesù nel deserto. Lo scaraventa (dice espressamente il verbo greco “ekballein”) perché per nessuno è piacevole vivere il momento della prova. Ma questo rientra nel misterioso progetto del Padre, così messo in rilievo da Benedetto XVI.
«La tentazione viene dal diavolo, ma nel compito messianico di Gesù rientra il superare le grandi tentazioni che hanno allontanato e continuano ad allontanare gli uomini da Dio. Egli deve sperimentare su di sé queste tentazioni fino alla morte sulla croce e aprirci in questo modo la via della salvezza. Così, non solo dopo la morte, ma in essa e durante tutta la sua vita deve in certo qual modo “discendere negli inferi”, nel luogo delle nostre tentazioni e sconfitte, per prenderci per mano e portarci verso l’alto. La Lettera agli Ebrei ha sottolineato in modo tutto particolare questo aspetto, mettendolo in risalto come parte essenziale del cammino di Gesù: “Infatti, proprio per essere stato messo alla prova ed avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova” (2,18). “Infatti non abbiamo un sommo sacerdote che non sappia compatire le nostre infermità, essendo stato Lui stesso provato in ogni cosa, a somiglianza di noi, escluso il peccato” (4,15)».

Meditando sul mistero del male e prendendo in considerazione la drammaticità delle nostre tentazioni, San Giacomo categoricamente afferma: «Nessuno, quando è tentato, dica: “Sono tentato da Dio”, perché Dio non può essere tentato al male ed egli non tenta nessuno» (Gc 1,13). Ciò nonostante Dio “tenta” l’uomo, vale a dire, prova la consistenza della sua fede. Vuole che la prova faccia scaturire il meglio delle potenzialità insite in ogni essere umano. Vuole sapere se Egli è importante e se la sua parola basta a dare un senso al cammino verso la santità. Vuole purificare le intenzioni, saggiandole come l’argento e l’oro, provati attraverso il fuoco (cfr. Sap 3,5-6; Prv 17,3). In questo senso la tentazione equivale ad un’opportunità: è un mezzo per vagliare le proprie intenzioni e uno stimolo a considerare l’esistenza come una palestra in cui le difficoltà rafforzano il carattere e sprigionano nuove energie.

Per tutte queste ragioni, prima di morire, Cristo prega per i suoi discepoli non perché siano tolti dal mondo, ma custoditi dal maligno (cfr. Gv 17,15). Chiede al Padre che il loro passaggio attraverso la tentazione non sia motivo di caduta, di perdita di fede, bensì un’occasione per rafforzare la fedeltà a Dio, che non abbandona quanti confidano in Lui e lo invocano con il nome di “Abbà”.

Sulle orme dei santi. «Quando sono debole, è allora che sono forte» proclama San Paolo, per sconfiggere tutte quelle tentazioni che fanno della potenza, del prestigio, della carriera, della ricchezza le armi per il successo e l’espansione del Regno.
La Provvidenza, non il calcolo umano, sorregge l’uomo di Dio che fa grandi cose partendo dal nulla, solo sorretto dall’amore per tante persone bisognose d’aiuto. Tra queste, i giovani che hanno in San Giovanni Bosco (1815 – 1888) una guida sicura, un valido aiuto, un “padre”. Egli fonda la Società di San Francesco di Sales (Salesiani) e le Figlie di Maria Ausiliatrice, con lo scopo di consacrare la vita a servizio della gioventù tanto bisognosa non di un amore astratto, ma di gesti concreti: un affetto specifico, la formazione, un luogo in cui giocare, mangiare, istruirsi e pregare, per sottrarsi dalle lusinghe del “mondo”.
Pio IX vuole sapere da don Bosco con quale politica risolverebbe lo scottante problema del rapporto Stato – Chiesa. Il Santo, alla logica del potere contrappone la logica dell’uomo di fede: «La mia politica è quella di vostra santità. È la politica del “Pater noster”. In questa preghiera noi supplichiamo ogni giorno che venga il regno del Padre celeste sulla terra, che si estenda cioè sempre più, sulla terra, che si faccia sempre più sentito, sempre più vivo, sempre più potente e glorioso».
Alla tentazione della prosperità, della popolarità e del potere – le stesse tentazioni sperimentate da Gesù nel deserto – don Bosco contrappone l’evangelica intuizione: «Servire è regnare». Servire Cristo nel povero, nel piccolo, nel giovane mentre trascorre un periodo tanto bello, ma altrettanto delicato della sua vita. Essere nel mondo, senza essere del mondo.

Valentino

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