I sogni non hanno prezzo

Nessuno mai merita l’amore

«Quando fu sera, il padrone della vigna disse al suo fattore: “Chiama i lavoratori e da’ loro la paga, incominciando dagli ultimi fino ai primi”. Venuti quelli delle cinque del pomeriggio, ricevettero ciascuno un denaro» (Mt 20,8-9).

Spesso la Bibbia parla della vigna, simbolo di Israele e di ciascuno di noi. È un terreno che il contadino ama, coltiva con gioia e che forma l’oggetto dei suoi sogni preferiti. Il padrone del campo, di cui parla la parabola di Gesù, è talmente appassionato della sua proprietà da uscire addirittura cinque volte in un giorno per cercare operai, affinché nulla manchi alla sua vigna. Fin qui… tutto va bene. Ma la parte sorprendente del racconto riguarda il momento della paga: chi ha faticato una sola ora riceve la stessa moneta di chi ha sopportato la fatica tutto il giorno, fin dalla prima ora. Se il padrone della vigna rappresenta Dio, si può ritenere giusto? Sa contare? È buono?

Dio non è un ragioniere, un contabile, un padrone. Se così fosse, non avrebbe il diritto di farci innamorare di Lui. Affascina, invece, proprio il fatto che si mostri illogico per amore, che non calcoli, che abbia pensieri diversi da quelli richiesti dalla logica umana: «I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie. Oracolo del Signore. Quanto il cielo sovrasta la terra, tanto le mie vie sovrastano le vostre vie, i miei pensieri sovrastano i vostri pensieri» (Is 55,8-9).

Il nostro è un Dio che sogna e retribuisce i suoi figli in base ai loro sogni e ai loro bisogni. È un Dio che volutamente trasgredisce le regole del mercato, perché conosce situazioni ignote a quegli uomini che giudicano secondo le apparenze: Egli conosce i cuori, ciò che uno ha ricevuto dalla natura e dalla vita, ciò che avrebbe voluto fare e quanto invece è stato capace di realizzare, a causa di un intreccio di fattori ignoti a chi non “vede”, non è “padre”, non ha il cuore del Creatore.

L’essere umano calcola e misura, spesso con “il contagocce del farmacista”, mentre il Signore ama e sovrabbonda nei suoi doni. Ci insegna che la bontà va oltre la giustizia. Al mondo non esistono due persone uguali: abbiamo sette miliardi di situazioni diverse. Di uguale c’è solo il bisogno d’amore. E chi non sa che l’amore va al di là di ogni misura? Si può essere giusti quando si ama? Se non esistesse l’illogicità dell’amore che esige perdono, pazienza, tolleranza, capacità di “scusare tutto, credere tutto, sperare tutto, sopportare tutto” – come canta San Paolo nell’Inno alla carità – il mondo cadrebbe nel nulla, distrutto dalla cecità, dall’invidia e dall’egoismo: «Tu sei invidioso perché io sono buono?». Perché prendersela con quel Dio che ha come suprema legge il benessere di tutti i suoi figli, ai quali promette la vita, e la vita in abbondanza? Egli non è ingiusto verso i primi, ed è generoso verso gli ultimi. È come un papà, che al figlio che lavora con lui non dà uno stipendio, ma dona. Dona tutto e lascia tutto in eredità.

Si consuma dall’invidia chi non guarda il prossimo come costituito da persone che sono figlie e figli di Dio, assetati di quell’amore che nessuno mai può meritare, ma solo accogliere con immensa gratitudine: «Signore, non sono degno, ma…».


Sogna, Cristo, e fa sognare tutti noi

Gesù incontra il giovane ricco. Apprezza il suo sogno di voler essere perfetto. Sogna di fare di lui un discepolo, ma… che tristezza quando vede che entrambi i sogni si infrangono!
Sogna Zaccheo di poter anche solo vedere il Maestro. Tralascia le esigenze della dignità richiesta dal suo rango e si nasconde tra le foglie del sicomoro. Zaccheo ha un nome che significa “puro”, “innocente”, “nitido”, mentre per i suoi connazionali è un impuro, venduto ai Romani, sfruttatore della povera gente. Ma su di lui Gesù ha un sogno: «Oggi devo fermarmi a casa tua!» (Lc 19,5). E i sogni si fondono in una festa che redime poveri, peccatori e prostitute.
Sogna Maria Maddalena la possibilità di intraprendere una vita nuova e con lei sogna Cristo, che fa della peccatrice la discepola preferita e la prima testimone della sua Risurrezione.
Sognano i discepoli di poter trovare pace “stando con Lui”, al di là delle loro debolezze, dei loro peccati e del loro tradimento, e il Maestro sposa il loro sogno perdonandoli, reintegrandoli e affidando loro il compito di “essere collaboratori dell’altrui gioia” (2Cor 1,24).
E dopo venti secoli, Gesù continua a nutrire un grande desiderio: che ciascuno di noi, insieme ai fratelli che ci ha donato, abbia un sogno da condividere con Lui.


Oltre la pur necessaria meritocrazia: un amore disposto a perdere

Noi abbiamo la tentazione di monetizzare tutto: di tutto conosciamo il prezzo, e non sempre il valore; vogliamo essere retribuiti secondo i meriti. Che un po’ di meritocrazia abbia i suoi vantaggi – stimolare la moltiplicazione dei talenti – è comprensibile. Ma è inconcepibile scordare che Cristo è gratuità assoluta. Egli elargisce a tutti lo stesso salario, perché guarda alla dignità di una persona che vede derubata nei suoi sogni, frustrata perché nessuno l’ha chiamata a lavorare, non valorizzata secondo le sue potenzialità: «Nessuno ci ha chiamati a giornata». È assurdo dimenticare che i sogni non hanno un prezzo. È disumano non sapersi mettere nei panni altrui, e sono tante le situazioni che ci interpellano. C’è chi muore di fame. Vi sono poveri che cercano il cibo nella spazzatura. Giovani ben qualificati che non trovano lavoro. Innamorati che non hanno il necessario per credere nella vita: per sposarsi, costruirsi una casa, avere “almeno” tre figli.
Cristo, Amore folle e disposto a perdere, al termine della giornata è risoluto nel dare a tutti la stessa moneta. Che follia essere invidiosi!

Valentino

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