Per spezzare la catena del male (Mt 17,1-13)



Bellezza liberata dalla preghiera



Abisso chiama abisso, ripete di frequente la Bibbia. Negatività genera negatività. E per spezzare la catena del male e opporsi a quanto è brutto, occorre scegliere il bene e immergersi nella bellezza. Così si comporta Cristo, dopo sei giorni d’imbarazzante silenzio, di fronte alla sconcertante situazione dei discepoli che non capiscono nulla del suo messaggio. Egli comunica loro la decisione di andare a Gerusalemme per affrontare la morte, ed essi litigano per “i primi posti”: a chi spetta il “diritto” di sedere alla destra o alla sinistra di Colui che scaccerà i Romani dalla Palestina? A chi compete essere “primo ministro”? Chi sarà “ministro degli esteri”?…
Matteo introduce il tentativo di Gesù di spezzare la catena della tristezza sua e degli apostoli, premettendo all’avvenimento della Trasfigurazione l’espressione «sei giorni dopo». Non è un riferimento puramente cronologico, ma anche teologico. Il numero sei simboleggia negatività e imperfezione. Gesù vuole scacciare dai suoi discepoli la tristezza di non comprendere il suo messaggio, contrapponendo la positività di rivelarsi come Messia «Figlio del Dio vivente» (vivificante): Colui che, come il Padre, comunica la vita e non colui che la toglie scacciando gli invasori dalla Palestina.

Gesù, oltre a Giacomo e Giovanni, prende con sé il “tentatore” Pietro, per insegnare che la condizione divina non si ottiene dominando, ma dando la vita per gli altri. E, in un contesto di preghiera, si trasfigura. La bellezza è in tutti noi, la preghiera la fa emergere. Bellezza: splendore di verità, vita in pienezza e capacità di stare bene nella propria pelle.

Il volto di Cristo «brillò come il sole» per manifestare la pienezza della condizione divina. Qual è il messaggio? Siccome il Vangelo parla di Gesù che discute con Mosè ed Elia della sua morte, si può dedurre il seguente invito: non dobbiamo aspettare la morte per rivelare noi stessi e la luce che è dentro di noi. La morte di cui parla Cristo non è un’ombra che offusca il suo essere Figlio di Dio, ma una sottolineatura che il dono di sé, nella morte per tutti, è la vera manifestazione della sua divinità. La morte non diminuisce una persona, ma le permette di manifestare il suo vero splendore.

Gesù sembra dirci: «Non abbiate paura della morte: guardate a me! Morendo diventerete raggianti così come lo sono io che, amando, ho già sconfitto la morte».

Pietro prende la parola di nuovo per tentare Gesù. «È bello per noi essere qui» (tentazione di fermarsi, intimismo). Pietro è d’inciampo, di scandalo. Pensa ancora come gli uomini e non come Dio. Si attende quel Messia che sarebbe dovuto venire durante una festa popolare, la festa delle capanne: «Se vuoi, farò qui tre capanne»… La vita di Pietro non è estasi (etimologicamente estasi significa uscire da sé, andare verso l’altro), ma stasi, blocco, intima fruizione di un privilegio.

Ed ecco, una manifestazione divina (la nube luminosa) interrompe bruscamente l’intervento inopportuno di Pietro. Povero Pietro… invitato a tacere! Anche negli Atti degli Apostoli (10,44) troviamo: «Pietro stava ancora dicendo queste cose, quando lo Spirito Santo discese…» mettendo fine al suo discorso.
Mentre Pietro parla, Dio Padre lo blocca per dire che non vanno seguiti né Mosè, né Elia, ma che va preso a modello il Figlio, Colui che assomiglia al Padre, l’Erede; Colui che non cerca privilegi personali, ma salva il popolo morendo per il bene comune: «Questi è il Figlio mio, l’amato: in lui ho posto il mio compiacimento. Ascoltatelo».

I discepoli cadono faccia a terra: Giacomo e Giovanni capiscono che, pensando come Pietro, hanno sbagliato. La voce dal Cielo li mette sulla strada giusta: «Ascoltate Lui. Non fate come gli Ebrei, che hanno abbandonato la sorgente d’acqua viva per scavarsi cisterne screpolate» (cfr. Ger 2).
Scendendo dal monte, Gesù ordina di non parlare a nessuno della visione: i discepoli non devono parlarne perché sono incapaci di seguire il Maestro sulla via della croce e di capire che la condizione divina non è data dall’Alto, miracolosamente. Essa è il risultato di una scelta: essere dono per tutti e accettare la morte per la salvezza altrui.


Per rivelare la nostra bellezza



Tanta luce è seminata in noi, alla nostra nascita. Semi di luce, spesso sepolti in un corpo opaco al Mistero. Ognuno di noi è un foglio d’oro sul quale è abbozzato il volto di Cristo. Solo abbozzato: sta a noi completarlo e realizzarlo secondo il progetto, unico e irripetibile, sognato dal Padre per ogni sua creatura. Siamo icone incompiute. Tutti potenzialmente bellissimi.
 
La bellezza è in noi: va rivelata. È offuscata da chi è ripiegato su di sé, bloccato dal male che compie, prigioniero dei suoi peccati.  Rivelata da chi prega, guardando tutti e tutto con gli occhi dello Spirito Santo, l’Amore. Rivelata da chi sale sul Tabor: là dove, nel silenzio, ci si immerge nel Mistero. Rivelata da chi decide di abitare nella luce che non conosce tramonto e che imbeve di Cielo il mendicante d’Amore, che prega quando riesce ad esclamare che è bello stare aggrappati a Dio.
Diventare persone luminose

«Il divino traspare dal fondo di ogni essere», afferma Teilhard de Chardin, nei cui scritti si parla di una evoluzione dalla materia allo spirito; dallo spirito al Cristo che vive in ciascuno di noi: cosmo-genesi, noo-genesi (nascita del pensiero), Cristo-genesi. Tutta la nostra vita deve essere caratterizzata dal gioioso impegno di liberare la nostra bellezza, superando noi stessi, trasfigurandoci come ha fatto Cristo.

E in questo processo di continua evoluzione di bellezza in bellezza, è doveroso e bello coinvolgere quanti la Provvidenza ci mette accanto, facendo emergere la luce presente in questa umanità: non sottolineando sempre le tenebre che avvolgono il mondo, non ripiegandosi nella stasi di un attimo di felicità, ma buttandosi nell’estasi di una continua ricerca del vero, del bello e del buono.

Ecco la nostra vocazione a vivere il battesimo: diventare persone luminose, grazie a quella trasfigurazione che deve iniziare qui, su questa terra. «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto» (Nm 6,24-25). Benedizione concretizzata nella luce interiore per scoprire la Verità, per camminare alla luce della Parola, per gustare la gioia di costruirci giorno dopo giorno un volto sempre più bello.
In molte culture, in diverse parti del mondo, aforismi analoghi mettono in evidenza questa realtà: fino ai vent’anni, una persona ha il volto ricevuto dalla natura, poi… ha il volto che si merita. E nel crearsi lineamenti sempre più dolci, belli e divini gioca un ruolo importante la scelta di stare davanti a Dio, lasciando che il suo viso illumini il nostro volto.

Valentino

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