Empatia: guardare gli altri con gli occhi di Cristo



Indifferenza fratricida



Nel 2013, a Lampedusa, papa Francesco parla degli «immigrati morti in mare, da quelle barche che invece di essere una via di speranza sono state una via di morte». E continua:«…ho sentito che dovevo venire qui oggi a pregare, a compiere un gesto di vicinanza, ma anche a risvegliare le nostre coscienze».

Poi non esita a parlare dell’indifferenza fratricida: «La cultura del benessere, che ci porta a pensare a noi stessi, ci rende insensibili alle grida degli altri, ci fa vivere in bolle di sapone, che sono belle, ma non sono nulla, sono l’illusione del futile, del provvisorio, che porta all’indifferenza verso gli altri, anzi porta alla globalizzazione dell’indifferenza. In questo mondo della globalizzazione siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza». E sfida il suo auditorio: «Chi di noi ha pianto per questo fatto e per fatti come questo? Chi ha pianto per la morte di questi fratelli e sorelle? Chi ha pianto per queste persone che erano sulla barca? Per le giovani mamme che portavano i loro bambini? Per questi uomini che desideravano qualcosa per sostenere le proprie famiglie? Siamo una società che ha dimenticato l’esperienza del piangere, del “patire con”: la globalizzazione dell’indifferenza ci ha tolto la capacità di piangere!».

Che non piangano gli adulti, a volte, è comprensibile: la vita, le delusioni, i problemi familiari possono aver reso duro il loro cuore. Ma che i giovani non si commuovano di fronte ai mali del mondo, che non siano capaci di piangere, che non prendano coscienza che contro i mali del mondo Dio ha fatto ciascuno di noi, è un segno negativo delle ferite che la nostra società infligge loro: non li ha educati ai valori, al senso della meraviglia, alla capacità d’indignarsi, all’arte di creare relazioni empatiche.


Sentire come proprio l’altrui dolore



Per capire bene ciò che succede attorno a noi, e per essere in grado di aiutare quanti sono nel bisogno, non è sufficiente conoscere alcuni dati oggettivi (ad esempio, come vada l’umanità, quanti bambini muoiano di fame, quante guerre si combattano nel mondo). Se non si passa dalla testa al cuore, ogni discorso rimane sterile.

Nelle assemblee studentesche, parlo spesso delle mie esperienze in Africa e Asia. Drammatizzo fatti sconvolgenti, come il triste vissuto di una mamma che, da sola, butta la rossa terra sul corpo del suo bambino morto per fame. E quando le dico che i suoi sentimenti sono pure i miei, è lei a confortare me: «Non soffrire per me, padre. Mio figlio mi ha dato cinque anni di gioia: lo vedrò ancora. Ringrazio voi, missionari, che ci avete portato Cristo. Lui basta a riempire la mia vita».

Il mio cuore è a pezzi mentre racconto questo fatto. Gli studenti seguono in silenzio. Ma non mostrano emozioni sul loro viso. Poi… magari, uscendo per strada, assistono alla morte di un cane schiacciato da una vettura e allora piangono!

Quanti problemi si eviterebbero se fossimo capaci di educare la presente generazione a creare relazioni di carità basate sull’empatia, sulla capacità di metterci nei panni degli altri, di immedesimarci con il [dolore altrui](). Di capire che la carità consiste nel comprendere, prima che nel dare. Nell’essere attenti alle altre persone, nel mettere da parte le preoccupazioni personali, nel saper ascoltare senza giudicare, nel sentire come propria la fame degli altri. Fame di pane e fame d’amore.


Vedere gli altri in modo diverso



Papa Francesco mette in risalto uno dei grandi limiti della società attuale: l’autoreferenzialità. E, per timore di non essere capito, ne dà una spiegazione: l’essere ripiegati su sé stessi a contemplare il proprio ombelico. Questo atteggiamento è il grande nemico della carità, per praticare la quale bisogna cominciare a riconoscere nell’altro una persona degna di considerazione, conoscerla bene, farsi carico della sua situazione, comprendere i suoi sentimenti. Ciò è possibile se si è in grado di fare nostro il motto di Paolo VI: «Ogni uomo è mio fratello» e l’esortazione di San Pietro: «Siate tutti concordi, partecipi delle gioie e dei dolori degli altri» (1Pt 3,8).

Dal primo degli apostoli ai papi dei nostri giorni, c’è un costante insegnamento a fare nostra l’empatia provata da Cristo verso i suoi connazionali. Gesù passa in mezzo alla gente facendo del bene, perché s’immedesima con i bisogni degli altri, percepisce come proprio il dolore altrui. Appena arrivato a Nain, senza che ci sia bisogno di parole, condivide il dramma della vedova che ha perduto il suo unico figlio. Si preoccupa di quanti non hanno da mangiare. Piange con Marta e Maria per la morte di Lazzaro. S’indigna per la durezza dei cuori di Giacomo e Giovanni, i quali vorrebbero che un fulmine distruggesse quei Samaritani che non accolgono il Maestro. Accetta di essere considerato come mangione e beone, amico dei peccatori e delle prostitute: non gli interessa quello che gli altri pensano di Lui, ma quanto di Lui abbiano bisogno gli ultimi, i poveri, i peccatori. 

Con la vita, la parola e l’esempio il Signore c’insegna che l’empatia è una melodia che, benché difficile da far risuonare, è necessaria per vivere in armonia con tutti. Accantonando il proprio egoismo e immedesimandosi nei bisogni altrui, facendo del bene, tornerà a noi – moltiplicato per cento – quanto facciamo agli altri, come ci insegna Gesù: «Si è più beati nel dare che nel ricevere!» (At 20,35).

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