«È tuo fratello» (Lc 15,11-32)

Storie di fratelli

Se nel rapporto tra fratelli di sangue non interviene Dio, dopo uno sbaglio, un malinteso, uno scontro è difficile la riconciliazione. Ce lo insegna l’Antico Testamento, a cominciare dai primi due figli dell’uomo, Caino e Abele. Consumato dall’invidia, Caino uccide il fratello. Ne prova rimorso e teme il castigo di Dio. Ma Questi, contrariamente alle aspettative umane, si preoccupa di proteggere Caino, pronto a difenderlo contro i fautori della pena di morte.
Giacobbe baratta la primogenitura di Esaù per un piatto di lenticchie. “Ruba” al padre Isacco la benedizione e fugge di casa per non cadere vittima dell’ira del fratello. Vorrebbe riconciliarsi, ma da solo non ne ha la forza, né Esaù è disposto al perdono. Dio dà un appuntamento a Giacobbe al guado del fiume Iabbok. Lotta durante tutta la notte con il Patriarca, in quel corpo a corpo che umanizza il Signore e divinizza Giacobbe. Solo dopo questo intervento del Misericordioso, diventa possibile la riconciliazione dei fratelli.
Significativa è pure la storia del patriarca Giuseppe. Il padre Giacobbe lo manda a vedere i suoi fratelli che pascolano il gregge. Per Giuseppe sono “fratelli”. Per questi, Giuseppe è il preferito del padre e, come tale, una persona scomoda, da eliminare: «Eccolo! È arrivato il signore dei sogni!» (Gen 37,3). Non lo chiamano “fratello”, ma sognatore… È a tutti nota questa storia, il cui finale dimostra che, se Dio non fosse intervenuto a mettere a dura prova i fratelli invidiosi, la riconciliazione non sarebbe stata possibile ed essi sarebbero tutti periti durante i sette anni di carestia.

La parabola del padre prodigo

La “Buona Novella” proclamata da Luca e chiamata “Vangelo dello Spirito Santo (Amore)”, Vangelo della misericordia e Vangelo della fratellanza, trova il suo apice nella parabola del “padre prodigo”.
Non pochi individui hanno sperimentato l’angoscia d’attendere una persona amata che se ne è andata di casa sbattendo la porta. Nell’attesa, le ore non passano mai, soprattutto nelle lunghe notti in cui i fardelli si fanno più pesanti. I minuti paiono eternità, mentre si guarda all’orizzonte e ogni sagoma umana che avanza nelle tenebre fa sobbalzare il cuore…
Più passa il tempo, più sembrerebbe logica la sfuriata di chi ha tanto atteso, sofferto e sperato. Invece – miracolo dell’illogicità dell’amore –, quando finalmente c’è il ritorno a casa, colui che tanto soffrì nell’attesa, dimentica le ore d’inferno trascorse e butta le braccia al collo della persona cara ritrovata.
Che felicità essere attesi così! Che sconvolgimento interiore rendersi conto che l’amore può regnare al di là del dare e del ricevere, al di là della logica basata sui meriti! Chi ama non calcola, non fa ritorsioni, non ricorda l’ingiuria subita: «Tutto scusa, tutto crede, tutto spera, tutto sopporta» (1Cor 13,7).
Così si comporta il genitore della parabola che andrebbe intitolata: “Il padre prodigo”. Quando il secondogenito gli chiede la sua parte di eredità e se ne va, quanto più s’allontana materialmente da casa, tanto più scende in profondità nel cuore del padre che, dalla terrazza, lo vede allontanarsi da lui. Ai bagordi sopraggiunge la miseria, ed ecco quel figlio del padrone ridotto ad essere guardiano dei porci – la peggior umiliazione per un ebreo – e a competere con questi, strappando loro di bocca le carrube per potersi sfamare. Non fosse altro che per convenienza, meglio tornare a casa, e lavorare come i servi di suo padre.
Ed ecco che questi, prodigo nell’amore, non solo non rimprovera né punisce, ma accoglie l’errante con una grande festa. Il papà non ascolta la confessione del figlio, perché la gioia per il suo ritorno lo porta a vedere al di là della sua colpa. Fuori di sé, folle d’amore, grida: «Facciamo festa!». E anziché rinfacciare al figlio i suoi sperperi, gli dona il suo anello: gesto che equivale a renderlo di nuovo “padrone”, insieme a lui, di tutti i suoi beni.
Comprensibile l’invidia e l’ostilità del primogenito che non vuole vedere il fratello, né considerarlo tale: «Questo tuo figlio…». E il padre lo corregge: «Questo tuo fratello!».
Il primogenito, il giusto, colui che è sempre rimasto con il padre senza neppure chiedere un capretto per far festa con gli amici, mostra la sua miopia e l’ingratitudine di non rendersi conto che è stato più fortunato del fratello. Infatti, gli è stata risparmiata la caduta nel male, e ha sempre goduto dei beni paterni: «Tutto ciò che è mio è tuo…». Si rifiuta di entrare in casa e d’incontrare il fratello. Ecco allora l’opera di mediazione del padre, che vorrebbe far capire al primogenito che il figlio minore ha sbagliato, ma non si identifica con il suo peccato. Suo compito è intervenire perché senza di lui, vivente immagine di Dio, impossibile sarebbe la riconciliazione. Impossibile che gli estranei o gli “estraniati” si riconoscano fratelli.

Riconciliazione con la comunità

Di fronte a qualsiasi situazione di peccato, il cristiano, confessandosi, si riconcilia con Dio. Di Lui ha estremo bisogno per riallacciare i ponti con i fratelli di sangue e la comunità. Purtroppo il “narcisismo” (l’alto concetto che una persona ha di sé, al punto di non accettare la degradante situazione di aver peccato) penalizza quei cattolici che, dopo un qualsiasi sbaglio o peccato, scompaiono dalla comunità, non hanno più il coraggio di tornare a celebrare la festa nell’Eucaristia domenicale e, addirittura, cambiano paese…
Questo comportamento non è conforme all’insegnamento di Gesù, che ci chiede di amare noi stessi e il prossimo come Lui ci ama. Non ci vuole ripiegati sul nostro peccato. L’abbiamo confessato? Non esiste più! Ricevuta l’assoluzione, siamo chiamati a vivere da risorti, a riscoprire la nostra bellezza, i nostri doni, la nostra unicità, la nostra immensa potenzialità di cambiamento, di crescita e di amore. Grandi cose possiamo ancora fare, se crediamo nella misericordia di Dio e in noi stessi.
Non hanno importanza la nostra età, la nostra cultura, gli errori che abbiamo compiuto… Noi siamo amati, nonostante tutto. Possiamo quindi tornare a vivere bene, grati alla Provvidenza per il privilegio d’invecchiare, di cogliere in ogni attimo del nostro precario vivere un frammento di immortalità, di godere per la riconciliazione con ogni persona e sentire ciascuno come nostro fratello.

Valentino

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