Vita moderna: la gara dei topi?

Bisogno di una comunità. «…qui, in Australia, abbiamo un’espressione colorita per definire la vita moderna: “rat race” (la gara dei topi). Tutti a correre per arrivare primi, per vincere. La meritocrazia e il merito sono princípi indiscutibili di cui a volte si sente addirittura la mancanza, ma perché ci riduciamo a negarci un po’ di tempo per guardarci negli occhi? Come vincere la paura di amare questa comunità che, pur dandomi tanti problemi, percepisco come un valore, anche solo a livello teorico?».

Ecco un brano di una lettera di un giovane cattolico che cerca aiuto per non dover competere con topi, ma con esseri umani che si sentano abbracciati e valorizzati in una comunità di fede. A questa aspirazione vuole dare una risposta il Sinodo del 2018 che, nella parte finale del documento preparatorio, sottolinea l’urgenza di creare comunità formate da persone responsabili, credibili, non autoreferenziali, ma orgogliose di dare spazi ai giovani: «Servono credenti autorevoli, con una chiara identità umana, una solida appartenenza ecclesiale, una visibile qualità spirituale, una vigorosa passione educativa e una profonda capacità di discernimento».

Per parecchio tempo mi sono illuso di poter aiutare, con i miei scritti, molti giovani: questi semplicemente non leggono. Per loro settanta righe di un articolo sono insopportabili. Sette sono già troppe. Ora mi chiedono di scrivere aforismi: due righe, con una bella foto… Un raduno di giovani è già qualche cosa di più appetibile. Ciò che richiedono è un amore personale, convinti come sono che il mondo sia pieno di un “amore” astratto e controproducente. Vogliono esperienze vive, testimonianze di persone che dimostrino con la loro vita che distrugge se stesso chi non ama gli altri.

Forse è questa l’intuizione che, fin dall’alba dei tempi, in ogni cultura e a tutte le latitudini ha portato gli esseri umani a creare comunità. Il motivo basilare e originario che spinse l’uomo a raggrupparsi in unità ben definite e compatte pare sia stato il primordiale istinto di sopravvivenza. Uomo, speranza, comunità: valori non negoziabili per tutte le culture.

Uomo: progetto d’amore. Speranza: virtù che fa intravedere la spiga là dove il grano marcisce. Comunità: luogo in cui una persona è orgogliosa di dire: «Io sono, perché noi siamo», palestra per virtù umane e divine, spazio in cui sperimentare l’amore di Cristo, che conduce all’amore verso il prossimo.

Gli occidentali, per non ridurre la loro vita a un’assurda “gara di topi”, devono allenarsi a cercare la fede, il silenzio e il senso da dare alla loro vita.

La fede in Dio, in se stessi e in questa umanità che, nonostante i suoi limiti, ha il volto del Risorto.

Il silenzio, quale condizione indispensabile per prendere in mano la propria vita: nel deserto interiore e nell’assenza di rumori gli esseri umani imparano a sentire il bisogno degli altri, senza i quali l’esistenza è un inferno.

Il senso della vita che non è svelato una volta per sempre, ma presuppone una ricerca quotidiana mirante a conoscere i talenti che Dio ci ha dato, a moltiplicarli e a metterli a servizio di quella comunità senza la quale siamo privi di identità e di gratificazioni. Perché, come ci ha assicurato Gesù: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere».

Il bisogno di credenti autorevoli. Non è stimolante, per un giovane, ascoltare discorsi di persone che elogiano le glorie del tempo passato e vedono solo ombre del momento presente. Innanzitutto perché i nostri avi erano come noi, con i piedi per terra. Poi perché il momento presente – sia pure con alti e bassi – marcia verso “i tempi nuovi”, verso la pienezza dei tempi, verso il giorno in cui “saremo tutti simili a Dio” e “Dio sarà tutto in tutti”.

Anche quando il male sembra prevalere sul bene, l’uomo di fede mette in risalto le realtà positive, ricorrendo al metodo della “profezia autoavverantesi”: parlare di cose belle, perché si realizzino. E non si tratta di inventare ciò che non c’è, ma dare spazio al bello, al buono, al santo che c’è nell’uomo, spesso lacerato da ferite alle quali basterebbe un po’ di sole per rimarginarsi.

Tra gli innumerevoli esempi di persone che hanno scommesso sulla bontà dei giovani e per loro hanno creato seducenti comunità in tutto il mondo, merita un accenno il fondatore della comunità di Taizé, Frére Roger Schutz, (Provence,1915), l’uomo che ha insegnato a ricercare la Pace nel silenzio.

In adorante ascolto del mistero. L’immensa tenda-chiesa di Taizé contiene migliaia e migliaia di giovani provenienti da tutte le parti del mondo e lì convocati per amalgamarsi nel canto, nella lode, nell’adorazione del Signore.

I canoni biblici, cantati melodiosamente in tante lingue, accompagnati dai diversi strumenti musicali, immergono in un’atmosfera di mistica bellezza che rende quasi inevitabile percepire la presenza del divino. Non si calcola il tempo donato a Dio. Il comune desiderio di incontrarlo è già una stupenda preghiera. L’essenzialità del rito, l’abbondanza dei versetti biblici, le litaniche preghiere dei fedeli rendono inutili le spiegazioni e le omelie: parla il silenzio orante.

Ed ecco che molti giovani, provenienti da diversi angoli del pianeta, si prostrano a terra, nella penombra vivificata da innumerevoli lumini, per permettere al loro corpo di esprimere al Signore ciò che la parola non sa e non osa dire.

Così pregavo fin dalla metà degli anni Sessanta, con tanti amici che a Taizé si abbeveravano alla fonte della Grazia: lo Spirito Santo, lì percepito come Forza vitale, Padre dei poveri e Datore di ogni bene. Quando, una quindicina d’anni dopo, più volte espulso dall’Africa pensavo di diventare monaco a Taizé, il fondatore di questa comunità trascorse con me tutta una notte in preghiera e al mattino sussurrò: «Torna in Africa e in Asia e fa’ di quelle terre il tuo monastero».

Frère Roger è stato un inno alla gratuità. Un dono per Dio e per l’umanità. Un pellegrino alla continua ricerca dell’Assoluto. Così lo ha esaltato Giovanni Paolo II, che nel suo viaggio apostolico in Francia, nel 1980, così si è espresso: «Come voi, pellegrini e amici della Comunità, il Papa è di passaggio. Ma si passa a Taizé come si passa accanto ad una fonte. Il viaggiatore si ferma, si disseta e continua il cammino». Ecco lo scopo dell’esistenza della Comunità monastica ecumenica di Taizé: essere punto di ristoro, riposo e meditazione dello spirito, a qualunque confessione religiosa si appartenga, per poi riprendere – rinvigoriti e in comunione d’intenti – il cammino quotidiano, animato dalla speranza ecumenica e dal sogno di una vita migliore.

Per questo Roger non si stancava mai di pregare, fino alla conclusione della sua vita, a novant’anni, accoltellato durante la preghiera serale il 16 agosto 2015. Ammazzato nella chiesa della Riconciliazione, attorniato da tanti giovani, con i quali stava lodando Dio per la sua infinita misericordia.

Valentino

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