Chiamata alla radicalità del Vangelo

In discoteca, un sabato notte. Mi trovo a Vienna, desideroso di capire il mondo giovanile di questa città, senza perdere l’occasione d’incontrare giovani disposti a cercare quel Dio che ama anche la notte. Luci psichedeliche, rumore assordante, tavolini ingombri di bottiglie di birra… Senza alcun pregiudizio, ma con l’unico scopo di capire i “figli della notte”, chiedo ospitalità in sguardi pronti a ricambiare un sorriso.

Solo, in un angolo della sala, un ventenne mi fissa, lasciandomi intuire la sua volontà di parlare. A casa sua – dice – non si vive. L’atmosfera è soffocante. E dopo una settimana in cui ha dovuto conformarsi ai desideri degli altri, ora cerca uno spazio suo, contento che io mi sia accorto di lui.

Il discorso è interessante. Altri giovani si accostano a noi, curiosi di vedere un sacerdote in discoteca, intento a parlare con un giovane vestito in modo da attirare l’attenzione. La conversazione spazia dalla famiglia all’amicizia per sfociare, naturalmente, su Dio. E all’alba siamo ancora lì a cercarlo…

I giovani della presente generazione – questi figli della notte – con le loro scelte, le loro abitudini, i loro rumori e i loro silenzi stanno rivoluzionando la storia. Riportano in mezzo a noi, in modo nuovo, i sogni di Dio, per il quale «nemmeno le tenebre (…) sono tenebre e la notte è luminosa come il giorno…» (Sal 139,12).

«Incontrandoli lì dove sono». «Accompagnare i giovani – recita il documento preparatorio del Sinodo 2018 – richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono».

Molti di loro sono stati battezzati; qualcuno partecipa ancora alla messa domenicale, ma ciò non significa che abbia fatto un cammino di fede. «“Per questo, come ha ricordato Papa Francesco, “la pastorale vocazionale è imparare lo stile di Gesù, che passa nei luoghi della vita quotidiana, si ferma senza fretta e, guardando i fratelli con misericordia, li conduce all’incontro con Dio Padre”».

Ho avuto occasione di parlare del prossimo Sinodo ad alcuni sacerdoti, tanto all’estero quanto nel nostro Paese. In Scozia, ho sperimentato la fatica dei pochi operatori pastorali a confrontarsi con giovani che reputano il Natale la festa della famiglia e la Pasqua… la festa del cioccolato. In Francia, i pochi giovani che si dichiarano cristiani cercano nella Chiesa spazi significativi e segni di rinnovamento: una liturgia ben celebrata e coinvolgente, e proposte tanto più attraenti, quanto più radicali. In tante parti dell’Africa, i giovani sognano una Chiesa che dia loro spazi per cantare, sentirsi liberi e valorizzati nel loro bisogno di emergere. In Asia si fa fatica a capire quello che vogliono sia i giovani che i sacerdoti…

In Italia, è ancora forte la sete di Dio in tanti giovani che faticano ad accostarsi a sacerdoti oberati dal lavoro – soprattutto burocratico, dal quale aspirano vivamente a liberarsi – e poco soddisfatti del loro apostolato, perché le chiese si svuotano sempre di più. Vorrebbero incontrare i giovani, ma non sanno come e dove raggiungerli. Sentono il peso di non essere aiutati dalle famiglie. Hanno l’impressione di essere lì, spesso, ad arare le pietre.

A causa di queste situazioni tanto diverse, il Magistero della Chiesa fa fatica a dare suggerimenti concreti per rianimare la pastorale giovanile. Comunque – sia pure con prudenza, e sulle orme di papa Francesco – guardando al modo in cui Gesù incontra le persone del suo tempo, abbozza una pastorale che ruota attorno a tre verbi: uscire, vedere, chiamare.

Uscire, anzitutto da quelle rigidità che rendono meno credibile l’annuncio della gioia del Vangelo, per permettere ai giovani di essere protagonisti.

Vedere. «Quando i Vangeli narrano gli incontri di Gesù con gli uomini e le donne del suo tempo, evidenziano proprio la sua capacità di fermarsi insieme a loro e il fascino che percepisce chi ne incrocia lo sguardo».

Chiamare. Lo sguardo di amore di Gesù si trasforma in una parola, in una proposta. Occorre «porre domande a cui non ci sono risposte preconfezionate».

Tappe verso la radicalità evangelica. Nella nostra cultura tanto disorientata, se vogliamo aiutare i giovani a scoprire il fascino della proposta evangelica, dobbiamo puntare decisamente sulla formazione dei formatori, sia genitori che operatori pastorali:

  1. Creare spazi di deserto, per permettere al silenzio di aiutare la presente generazione a riscoprire tutti quei valori esposti nei precedenti otto articoli: riprendere in mano la propria vita; non lasciarsi rubare la gioia di vivere in modo personale, responsabile e libero; respirare Dio; cercare spazi che permettano uno sviluppo integrarle della propria personalità; sperimentare la gioia di contribuire al bene comune…
  1. Sentirsi inseriti in una comunità che permetta di cercare e trovare vie di amicizia, come mezzo utile a comunicare valori umani e divini. Ad esempio: un sacerdote potrebbe decidere di vivere periodicamente con gruppetti di persone, condividendone la vita, con lo stile di Cristo che: «Ne costituì Dodici – che chiamò apostoli –, perché stessero con Lui» (Mc 3,14). Gruppetti di amici che si amalgamano attorno alla Parola, con lo scopo di incontrare poi altri coetanei: i giovani salvano i giovani.
  1. Essere presenti in piazza e nella discoteca, con una proposta che affascina i giovani di oggi molto più di quanto avveniva nel passato: sia per curiosità, sia per il fascino della novità, ragazzi e giovani si coinvolgono, mostrando – perlomeno – una grande attenzione nei confronti dell’adulto che dice cose intelligenti, con entusiasmo.
  1. Preparare i genitori all’educazione dei figli: ci sono giovani che si sposano senza avere “incontrato” dei bambini. Fanno esperienza con i loro figli, ma a loro spese, e quando emergono i problemi… è troppo tardi per risolverli, dato che la formazione principale avviene nei primissimi anni di vita.
  1. Celebrare liturgie che non siano “rappresentazioni” del Mistero, ma riattualizzazioni (memoriale) di ciò che Gesù ha compiuto per donarci la salvezza.
  1. Formare sacerdoti che non siano “amministratori” dei sacramenti, ma altri Cristo: vivano e muoiano per la loro comunità, celebrando ogni volta il Mistero senza mai abituarsi al Divino: non ci si accosta impunemente al sacro, al roveto ardente.
  1. Ascoltare i ragazzi che affermano di annoiarsi a morte durante le nostre Eucaristie: fino a dieci anni, se intervengono in chiesa come protagonisti (letture, preghiere dei fedeli, processione offertoriale… fino a suonare il campanello) accettano una messa domenicale, forse una volta al mese; diversamente, riescono a rovinare il giorno di festa ai pochi genitori che ancora vorrebbero portarli a messa. Eppure basterebbe poco per interessali: essere capaci di ascoltarli, proporre Eucaristie per gruppi di età e di interesse, celebrare la messa in luoghi belli, avere racconti affascinanti, porre domande durante l’omelia…

Questo è quanto ho cercato di fare per ventidue estati – sempre nello stesso paese, caratterizzato da una forte presenza di villeggianti – ogni volta che tornavo dall’Africa. Ho “portato frutto”? Se, con questa espressione, s’intende ciò che ho spiegato (pregare e far pregare) direi proprio di sì. Se invece s’intende “vedere dei risultati”, sarei bugiardo se dicessi di sì. Ma perlomeno mi piaceva quanto facevo, avevo sempre la chiesa e la casa piene di giovani, mi consolavo nel seminare, contento che altri in seguito avrebbero potuto mietere i frutti del mio ministero sacerdotale, nei tempi e nei modi solo a Dio noti.

Valentino

Cosa ne pensi?

Comment form