Il dono del discernimento: riconoscere, interpretare e scegliere

Sfida e richiesta d’aiuto. «Benché non riesca a credere in Dio, leggo gli articoli che scrivi sul tuo sito. Sembri convinto di quanto affermi e hai uno stile che invoglia alla lettura, ma credo che esageri un po’ a riferirti sempre al Signore. La vita non è bella anche senza di Lui? E se non esistesse, continueresti a fare ciò che vai facendo qui e tra i poveri che cerchi in tanti angoli della terra? Tu sei entusiasta quando parli e hai idee chiare, io invece non ho prospettive e non so dove sbattere la testa: chi mi può aiutare e sostenere nelle mie scelte? Se mi rispondi, ti prego di non tirare in ballo le “cinque vie” di San Tommaso, né di dirmi che devo pregare…».

Così mi ha sfidato un giovane universitario che avevo incontrato in un liceo classico, in Sicilia. L’ho invitato ad un successivo incontro che avrei tenuto nella sua terra, dopo aver precisato quello che anche Gesù avrebbe risposto. Non una dimostrazione dell’esistenza di suo Padre, ma una proposta: «Vieni e vedi». Gli ho comunque accennato che, davanti alla fulgida luce del Mistero, i nostri occhi sono come quelli delle talpe. Nessuno ha il monopolio della verità. Chi pensa di possederlo, è imputabile di un “sequestro di persona”. E in questo caso, trattandosi della fede, il “sequestrato” sarebbe… lo Spirito Santo! Non presumo, quindi, di dimostrare l’esistenza di Dio, ma di stimolarne la ricerca.

Un ateo stava contemplando le bellezze di un tempio romanico e vide un giovane in preghiera davanti al tabernacolo: «Ti do mille euro se mi dimostri che c’è Dio». «E io te ne do duemila se mi dimostri che non c’è».


L’«eventuale» Dio non si dimostra: chi l’ha incontrato lo mostra. Magari con il volto raggiante del giovane in preghiera che ha indotto l’ateo a chiedere: «Dov’è il tuo Dio?».
Io mi rammarico di non avere una faccia, un corpo, una vita tali da indurre più di frequente i non credenti a chiedermi una ragione della mia fede. Dal corpo di Cristo usciva una forza che faceva stare bene quanti incontrava. Dal mio corpo emana un’energia positiva, che attrae le persone, oppure creo tensioni in quanti incontro? Peggio ancora: passo inosservato, né caldo né freddo, vomitevole agli occhi di Dio? C’è luce nel mio sguardo, oppure quella tristezza – sia pure legata al fatto di non riuscire ad aiutare tutti quelli che incontro e mi chiedono un aiuto – che dimostra la debolezza della mia fede?

Sono obbligato a pormi queste domande, perché l’arte del discernere non è un fatto isolato della nostra esistenza, ma un processo che deve caratterizzare ogni momento della nostra vita: nessun valore deve essere preso per scontato, o ritenuto un possesso acquisito una volta per sempre. Io posso aiutare gli altri a discernere le mozioni dello Spirito Santo nella loro vita, ma ho bisogno di più guide spirituali che mi aiutino a riconoscere, interpretare e scegliere quanto giova al mio spirito e ciò che devo consigliare agli altri, nel tentativo** **di accompagnarli nelle loro scelte.

Formazione, discernimento, confronto. Data per scontata l’idea che la prima, fondamentale formazione all’amore avviene in una famiglia in cui si respirano valori umani e divini – l’amore si apprende per connaturalità –, tutta la vita poi deve essere caratterizzata da una continua crescita nell’amore. I dettami della morale cristiana, riassunti nel Discorso della montagna, si perseguono quando Dio chiama a seguire la propria vocazione, in qualsiasi stato di vita. Tutti siamo chiamati alla santità, al raggiungimento dell’ideale di essere misericordiosi e perfetti come il Padre che è nei cieli.
Di fronte alla continua chiamata del Signore, il credente deve fare un discernimento, per poter scegliere il meglio di ogni situazione. Discernimento che va compiuto con l’aiuto della Parola, con la guida di un maestro di vita e il confronto con la comunità.
Chiamata e discernimento sono finalizzati alla quotidiana conversione, al continuo cambiamento, al nostro impegno di testimoniare agli altri il privilegio di avere una fede, di essere cresciuti nell’amore e di voler vivere il nostro battesimo che ci fa profeti, sacerdoti, re e missionari.

La formazione implica una costante revisione della nostra vita, un rinnovamento nell’agire, uno stimolo a trovare parole e gesti adatti per dare gloria al Signore e per farlo conoscere e amare sempre di più, con quella saggezza e fortezza che sono tipiche di chi “non si adegua allo stile del mondo” (cfr. Rm 12,2), di chi non si rassegna davanti alle crisi e di chi ascolta l’imperativo dell’apostolo Pietro: «…adorate il Signore, Cristo, nei vostri cuori, pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ragione della speranza che è in voi. Tuttavia questo sia fatto con dolcezza e rispetto, con una retta coscienza» (1Pt 3,15-16).

«Discernimento interiore e di maturazione della fede». Quanto finora accennato è oggetto di un lungo e ben articolato ragionamento, espresso nel documento preparatorio del Sinodo 2018: «Vi è un discernimento dei segni dei tempi, che punta a riconoscere la presenza e l’azione dello Spirito nella storia; un discernimento morale, che distingue ciò che è bene da ciò che è male; un discernimento spirituale, che si propone di riconoscere la tentazione per respingerla e procedere invece sulla via della pienezza di vita».

Il discernimento è considerato come il modo costante di condurre una vita spirituale docile agli impulsi dello Spirito. È un «processo con cui la persona arriva a compiere, in dialogo con il Signore e in ascolto della voce dello Spirito, le scelte fondamentali, a partire da quella sullo stato di vita». E ancor prima: «Prendere decisioni e orientare le proprie azioni in situazione di incertezza e di fronte a spinte interiori contrastanti è l’ambito dell’esercizio del discernimento. (…) Il percorso della vita impone di decidere, perché non si può rimanere all’infinito nell’indeterminazione».

Per facilitare questo percorso, giova avvalersi di quanto più volte papa Francesco suggerisce per descrivere un fruttuoso cammino di discernimento: “riconoscere, interpretare e scegliere”.

  • Riconoscere le nostre emozioni, i sentimenti, i desideri e le pulsioni ed essere capaci di dare a tutti un nome: capire ciò che proviamo e quello che attraversiamo, per vedere se lo Spirito Santo ci sta parlando negli avvenimenti della nostra vita.
  • Interpretare il proprio vissuto; vedere se, sostanzialmente, ciò che compiamo è in linea con il messaggio evangelico, se ci dà serenità e quella pace che sono frutto dell’opera dello Spirito Santo in noi.
  • Scegliere in modo responsabile e libero, non in base alle pulsioni o ai condizionamenti sociali, e tanto meno in base a interessi puramente egoistici, ma dopo essersi consultati non solo con la propria coscienza, ma anche con la comunità e con un “amico spirituale” particolarmente esperto nell’arte del discernere, perché egli stesso continuamente animato dallo Spirito Santo.

Lo Spirito Santo… Senza di Lui, vano sarebbe ogni nostro discernimento. È Lui che dobbiamo pregare con insistenza, senza mai stancarci, nonostante la supplica del giovane siciliano che m’invitava a non “tirare in ballo” la preghiera. E ricorrere proprio allo Spirito Santo perché il Padre ascolta le nostre suppliche quando lo Spirito muove le nostre labbra nella lode alla Trinità.

Valentino

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