La domanda del senso della vita

Ciò che lo schiamazzo cerca di coprire. È una bellissima giornata di maggio. Mentre il treno passa veloce dai monti alla pianura, è facile e bello lodare Dio con il creato in festa, per una giornata sempre nuova che il Signore instancabilmente ci regala. A una stazione, un gruppo di adolescenti entra nella silenziosa carrozza. Il primo impatto è positivo: vengono ad aggiungere vita alla vita, penso. Invece sono chiassosi, volgari, vani e… insultano un anziano che non cede il posto ad un loro amico.

Mi alzo. Guardo in silenzio quei ragazzi, con un volto che si fa sempre più triste al punto da abbozzare una lacrima. Finalmente, uno di essi si accorge che la situazione è insostenibile: «Facciamo troppi schiamazzi? Perché ci guarda così triste?». E nasce una bella discussione, incentrata su quel rumore programmato nella loro vita per evitare di pensare; per non permettere al silenzio di essere il guardiano della loro anima; per soffocare nel chiasso quei sentimenti belli e puri che ancora esistono nei singoli individui, ma che scompaiono nel gruppo; per non porsi la domanda più che mai scottante per la presente generazione: «Che senso ha la mia vita?».

«Padre – afferma un giovane – in gruppo siamo delle bestie, ma in due riusciamo ad essere umani. E ora, benché in gruppo, ci fa piacere che lei si sia accorto di noi e ci parli della fede e del senso della nostra vita».

Chi ha stilato il documento preparatorio del Sinodo del 2018 ha ben presente questa problematica: «Attraverso il percorso di questo Sinodo, la Chiesa vuole ribadire il proprio desiderio di incontrare, accompagnare, prendersi cura di ogni giovane, nessuno escluso. Non possiamo né vogliamo abbandonarli alle solitudini e alle esclusioni a cui il mondo li espone. Che la loro vita sia esperienza buona, che non si perdano su strade di violenza o di morte, che la delusione non li imprigioni nell’alienazione: tutto ciò non può non stare a cuore a chi è stato generato alla vita e alla fede e sa di avere ricevuto un dono grande. (…) Se la vocazione alla gioia dell’amore è l’appello fondamentale che Dio pone nel cuore di ogni giovane perché la sua esistenza possa portare frutto, la fede è insieme dono dall’alto e risposta al sentirsi scelti e amati.

La fede non è un rifugio per gente senza coraggio, ma la dilatazione della vita. (…) Accompagnare i giovani richiede di uscire dai propri schemi preconfezionati, incontrandoli lì dove sono, adeguandosi ai loro tempi e ai loro ritmi; significa anche prenderli sul serio nella loro fatica a decifrare la realtà in cui vivono e a trasformare un annuncio ricevuto in gesti e parole, nello sforzo quotidiano di costruire la propria storia e nella ricerca più o meno consapevole di un senso per le loro vite».

Vivere… se questo basta. Dio chiama l’uomo a scoprire la dignità della sua vocazione a vivere un’esistenza degna di un essere umano e a essere un’unica realtà con Cristo, portando frutti d’amore per la vita del mondo. “Vita in abbondanza” promessa dal Maestro a chi coltiva la propria fede e ha la coscienza di essere chiamato a fare della sua esistenza un dono, in vista del bene comune.

Presi ad uno ad uno, i giovani sono contenti di essere aiutati a scoprire il progetto di vita che Dio ha nei confronti di ciascuno di loro e dell’umanità; a cercare il senso dell’avventura umana nel suo inizio, nel suo svolgersi, nella sua fine; a porsi la domanda del senso di tutto ciò che capita. Domanda tanto più esigente, quanto più si è convinti che l’essere umano non è il frutto del caso o di una forza selettiva, bensì di una Forza che Hegel chiama “Oggetto immenso” e il credente chiama Dio.

E quando si parla di vita, è opportuno ricordare la sapienza dell’Antico Testamento: «Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti, e il loro agitarsi è fatica e delusione» (Sal 90,10). Al Salmista fa eco Qohelet: «Vanità delle vanità: tutto è vanità»(Qo 1,2). Ma la sapienza cristiana si ribella alla vanità del tutto, affermando che tutto è vano tranne amare, cercare il senso della vita, rendere belli i giorni della nostra esistenza più che aumentarne il numero, e intraprendere un cammino verso quell’amore che scioglie l’enigma: «Vivere… se questo basta».

Ed è proprio la fede ad indicare che vale la pena vivere bene, accogliere anche la sofferenza come opportunità di crescita e accettare la morte, non come scacco matto dell’esistenza, ma come realtà che ci obbliga a cogliere l’istante presente: essendo mortali, non sappiamo se avremo domani un altro giorno per continuare ad amare.

Porsi la domanda del senso implica anche il chiedersi se valga la pena moltiplicare i giorni della nostra esistenza senza preoccuparsi della qualità della vita stessa. Finché si è giovani, si vive “di rendita”: si è appetibili sulla piazza, gli amici bastano al bisogno di svago, la scuola serve come luogo in cui socializzare, il divertimento momentaneo impedisce di pensare e di essere preoccupati per il futuro. Ma quando si tratta di entrare nella vita da adulti, se le mani suono vuote e ancora più vuoti sono la mente e il cuore, che sarà di quello sprovveduto che non ha mai sparso semi di bontà e di bellezza? Su che cosa si baserà per formare una famiglia? A chi si rivolgerà se non ha mai cercato di capire che Dio è gratuito, ma non superfluo?

E qual è il disegno di Dio? Che il credente ponga Dio al centro della sua vita e lo percepisca come il valore assoluto, con la chiara coscienza che ciò si raggiunge amando se stessi e il prossimo. Se il rapporto con Dio non fosse considerato in relazione con l’essere umano, diverrebbe uno stimolo al fanatismo e all’integrismo, pericoli esclusi perché proprio il parametro dell’amore verso Dio è l’amore per il prossimo.

Il cristiano vede nella Rivelazione la risposta alla domanda del senso della vita umana. La prima pagina della Genesi (soprattutto 1,26-28) ci rivela la nostra identità: l’essere umano è immagine e somiglianza del Creatore.

È il coronamento della creazione. È simile a Dio nella capacità di conoscere e di amare; è capace di creare relazioni con il Signore e con il prossimo; è immagine di Dio in quanto maschio e femmina, cioè nella differenziazione sessuale, che gli permette di crescere in un amore aperto alla vita, di collaborare con Dio stesso all’opera continua della creazione e di realizzare lo scopo per cui siamo venuti al mondo: amare ed essere amati.

Ed è l’amore che dà un colore, un gusto, un senso all’esistenza in qualsiasi stagione, a qualsiasi età, in ogni situazione: in famiglia, a scuola, sul lavoro e… in treno. In treno basta uno sguardo profondo che interpella, come quello che Gesù rivolse al giovane ricco (cfr. Mc 10,17-27), per una sana confessione pubblica: «Padre, in gruppo siamo delle bestie, ma in due…».

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