Bisogno di famiglia

Paura della paura. Prima di affrontare un’assemblea studentesca di adolescenti, spesso chiedo all’insegnante di religione di preparare i futuri uditori ponendo loro queste “semplici” domande: «Chi sei? Che cosa cerchi? Che cosa ti rende felice e che cosa ti rattrista? Quali sono i tuoi sogni? E che cosa pensi della tua famiglia?». In sintesi, solitamente, tanto al Nord come al Sud del Paese emerge questa situazione: l’interesse maggiore di tutti è vivere l’amicizia, stare con i compagni e gli amici, divertirsi con Internet, con i messaggini a persone mai incontrate, con la PlayStation… A scuola si va per “socializzare”. Va bene, ogni tanto, la messa domenicale, senza che questa sia vissuta come un obbligo.

Quanto alla famiglia… I ragazzi amano tanto papà e mamma. Ma il loro amore si converte, spesso, in una grande sofferenza. Sperimentano tutto l’affetto dei genitori, ma intravedono in esso una trappola. Dipendono eccessivamente da loro, dal loro stato d’animo, dai loro eccessivi servizi, dalle rare gioie legate all’armonia familiare e dai frequenti litigi all’interno della coppia. Sono schiacciati da innumerevoli paure. Paura di perdere i genitori, nel caso morissero; di perdere il calore di una famiglia qualora papà e mamma si separassero; di deluderli; di restare soli; di essere abbandonati dagli amici; di dover affrontare situazioni definitive; di non realizzarsi nella vita. Paura. Paura… E paura della paura.

Chi ha stilato il documento preparatorio del sinodo è ben cosciente di questi problemi e cerca di non drammatizzarli ulteriormente, mettendo in evidenza le potenzialità dei giovani: la voglia di vivere nel miglior modo possibile; la certezza che gli altri possono fallire, ma ciò non capiterà a loro; «il bisogno di figure di riferimento vicine, credibili, coerenti e oneste, oltre che di luoghi e occasioni in cui mettere alla prova la capacità di relazione con gli altri (sia adulti, sia coetanei)»; la ricerca di «figure in grado di esprimere sintonia e offrire sostegno, incoraggiamento e aiuto a riconoscere i limiti, senza far pesare il giudizio»; la percezione del ruolo dei loro genitori come «cruciale e talvolta problematico».

C’è da chiedersi quanto siano coscienti i genitori delle aspettative e dei reali bisogni dei loro figli. Spesso papà e mamma, nell’incertezza educativa, reagiscono in modi contrapposti ed estremi: «la rinuncia a farsi sentire e l’imposizione delle proprie scelte». Si potrebbe commentare questa situazione con un riferimento al padre di San Giovanni Battista: in seguito alla sua mancanza di fede diventa muto. Comincerà a parlare solo quando diventerà papà. Possiamo forse dire che non sanno comunicare con i figli coloro che non sono ancora “padri” nel senso vero della parola? Sarebbe ingiusto fare generalizzazioni, ma forse c’è un’anima di verità nel supporre che ci sia una colpa nell’“afasia” (parlare senza essere capaci di comunicare) di tanti padri e di tante madri.

E dalla incapacità di comunicare valori all’interno della famiglia risulta questa penosa situazione: «i giovani non si pongono “contro”, ma stanno imparando a vivere “senza” il Dio presentato dal Vangelo e “senza” la Chiesa, salvo affidarsi a forme di religiosità e spiritualità alternative e poco istituzionalizzate o rifugiarsi in sette o esperienze religiose a forte matrice identitaria. In molti luoghi la presenza della Chiesa si va facendo meno capillare e risulta così più difficile incontrarla, mentre la cultura dominante è portatrice di istanze spesso in contrasto con i valori evangelici».

Voglia di famiglia. Durante il primo Sinodo sulla famiglia (2014) i vescovi hanno supplicato i cristiani di tutti i continenti perché formino soprattutto i giovani alla vita, mostrando loro gli inestimabili valori del progetto di Dio sulla coppia, in vista della loro stabile unione, del loro fecondo amore. Hanno sottolineato la “voglia di famiglia” ovunque, anche là dove ci sono poligamia, promiscuità e divorzi in numero crescente.

Per rispondere a questa esigenza, occorre una seria preparazione all’arte d’amare e una costante formazione a creare una famiglia che sia veramente un’oasi dello spirito, un luogo dove sia bello vivere assieme, pregare assieme, mangiare assieme.

Guardando al desiderio dei giovani di costruirsi un futuro creando una realtà degna dei loro sogni, si può affermare che non è tanto in crisi il concetto di famiglia, quanto il concetto di “uomo”: “crisi antropologica”. Papa Francesco, in un incontro con il presidente Napolitano (Palazzo del Quirinale, Roma, 14 novembre 2013), ha indicato il cammino obbligatorio per uscire dall’attuale crisi: «Al centro delle speranze e delle difficoltà sociali, c’è la famiglia. Con rinnovata convinzione, la Chiesa continua a promuovere l’impegno di tutti, singoli e istituzioni, per il sostegno alla famiglia, che è il luogo primario in cui si forma e cresce l’essere umano, in cui si apprendono i valori e gli esempi che li rendono credibili. La famiglia ha bisogno della stabilità e riconoscibilità dei legami reciproci, per dispiegare pienamente il suo insostituibile compito e realizzare la sua missione. Mentre mette a disposizione della società le sue energie, essa chiede di essere apprezzata, valorizzata e tutelata».

La via della bellezza. Il documento preparatorio del Sinodo afferma che «la persona di Gesù e la Buona Notizia da Lui proclamata continuano ad affascinare molti giovani». Di essi si realizzano quanti non subiscono i cambiamenti, ma li guidano e fanno scelte coraggiose: «“Come possiamo ridestare la grandezza e il coraggio di scelte di ampio respiro, di slanci del cuore per affrontare sfide educative e affettive?”. La parola l’ho detta tante volte: rischia! Rischia. Chi non rischia non cammina. “Ma se sbaglio?”. Benedetto il Signore! Sbaglierai di più se tu rimani fermo» (papa Francesco, Discorso a Villa Nazareth, 18 giugno 2016).

«I giovani – sempre secondo il citato documento in vista del Sinodo – apprezzano la possibilità di combinare l’azione in progetti concreti su cui misurare la propria capacità di ottenere risultati, l’esercizio di un protagonismo indirizzato a migliorare il contesto in cui vivono, l’opportunità di acquisire e raffinare sul campo competenze utili per la vita e il lavoro. L’innovazione sociale esprime un protagonismo positivo che ribalta la condizione delle nuove generazioni: da perdenti che chiedono protezione dai rischi del mutamento a soggetti del cambiamento capaci di creare nuove opportunità».

Per consentire alla presente generazione di sperimentare un nuovo modello di sviluppo, si può indicare una strada privilegiata: la via della bellezza. Non cambia vita il giovane quando sente un adulto dirgli quello che deve fare, ma se incontra persone che mostrano la bellezza di realizzarsi coltivando valori umani e divini: dalla legge all’amore, dal «Tu devi» al «Tu puoi», dal terrore del peccato alla prospettiva della bellezza di seguire la legge della creazione e della nuova Alleanza. Non penso ci siano altre vie per stimolare i giovani a puntare in alto, se non quella della bellezza, come ho cercato di dimostrare nel nuovo testo di morale dal titolo: Della gioia e della bellezza (Ancora 2017). Non è un’idea nuova: già Dostoevskij l’aveva intuita allorché affermò che «la bellezza salverà il mondo».

Valentino

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