«Perché i padri si convertano ai figli»

Problema od opportunità? Molte persone, pur credenti e assetate di una liturgia ben celebrata, affermano di non partecipare più regolarmente alla messa domenicale. Sono scoraggiate dal fatto – triste e troppo generalizzato – di imbattersi in comunità che non accolgono con gioia chi vuole partecipare all’Eucaristia, e in omelie che non solo non aiutano a pregare, ma comunicano tristezza. Si tratta di cattolici saturi di tanti problemi creati dalla società, sbattuti in faccia dai mass media e mal vissuti in famiglia, per cui, almeno quando si recano in chiesa, si aspetterebbero un ambiente bello e parole di speranza. E così – sia pure anche per altri motivi – in Europa le chiese si svuotano un po’ovunque. Ad esempio, in Francia, sono molto pochi coloro che frequentano regolarmente la messa domenicale. Però, tra questo esiguo numero, i giovani cattolici non temono di organizzarsi e intraprendere anche lunghi viaggi per partecipare ad una liturgia celebrata bene, con canti belli e con una omelia in cui sia sapientemente spiegata la parola del Signore. Questi giovani si recano soprattutto nei santuari, dove i sacerdoti non sono preoccupati di celebrare l’Eucaristia in fretta “per paura di perdere i clienti”. Ricercano spazi di bellezza e di verità che appaghino la loro sete di Dio e la nostalgia del sacro.

Come giudicare questa situazione? Cerchiamo una risposta nel primo capitolo del documento preparatorio del Sinodo sui giovani, senza entrare nello specifico di tutti i problemi elencati, ma semplicemente suggerendo una chiave d’interpretazione positiva: vedere l’attuale crisi come una opportunità.

Si legge nel testo: «La rapidità dei processi di cambiamento e di trasformazione è la cifra principale che caratterizza le società e le culture contemporanee (…) Ci troviamo in un contesto di fluidità e incertezza mai sperimentato in precedenza: è un dato di fatto da assumere senza giudicare aprioristicamente se si tratta di un problema o di una opportunità».

Che la crisi, per le persone sapienti, sia un’opportunità è bene messo in evidenza da un famoso scritto di Albert Einstein: «Non pretendiamo che le cose cambino, se continuiamo a fare le stesse cose. La crisi può essere una grande benedizione per le persone e le nazioni, perché la crisi porta progressi. La creatività nasce dall’angoscia come il giorno nasce dalla notte oscura. È nella crisi che sorgono l’inventiva, le scoperte e le grandi strategie. Chi supera la crisi supera se stesso senza essere superato. (…) Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia. Senza crisi non c’è merito. È nella crisi che emerge il meglio di ognuno…».

Non basta guardare al passato. Di fronte ai tanti problemi del tempo presente – sia quelli della nostra società, come quelli dei Paesi impoveriti, costantemente presenti nell’animo delle persone più sensibili ai problemi dell’altro – solitamente siamo tentati di cercare una risposta guardando al passato. Ma la vita non si attarda su “ieri”. Il mondo va avanti e, sia pure con alti e bassi, fa dei progressi.

Studiando il fenomeno dell’evoluzione della specie, noi vediamo che non è il più forte che sopravvive, bensì colui che sa adattarsi, è flessibile, riesce a cambiare. Guardiamo gli alberi di una foresta: di fronte all’infuriare dei venti, resiste l’albero che è capace di piegarsi. Quello che è rigido, si spezza o sradica il terreno.

Analogamente: nella vita, tanto del corpo come dello spirito, si colgono valori umani e divini nella misura in cui si è disposti a cercare la novità, a rischiare, a osare cose che umanamente sembrerebbero impossibili. Ce lo garantisce il profeta Isaia: «Ora ti faccio udire delle cose nuove e segrete, che tu nemmeno sospetti. Ora sono create e non da tempo; prima di oggi tu non le avevi udite, perché tu non dicessi: “Già lo sapevo”» (Is 48,6-7).

La parola di Dio è viva, dinamica e protesa verso l’assoluta novità di un futuro che esige inventiva, fantasia e coraggio, come afferma papa Francesco: «La Parola di Dio non può essere conservata in naftalina come se si trattasse di una vecchia coperta da proteggere contro i parassiti! No. La Parola di Dio è una realtà dinamica, sempre viva, che progredisce e cresce perché è tesa verso un compimento che gli uomini non possono fermare».

Chi si rifà solo al passato, rinuncia praticamente a vedere l’opera di Dio nella storia. Fa archeologia. Non dà spazi all’impetuoso vento dello Spirito che crea continuamente realtà nuove, “soffiando come vuole e dove vuole”. Dimostra di non credere alla promessa di Gesù: «Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo». (Mt 28,20).

È interessante notare come nella Bibbia si parli di un superamento delle posizioni antiche: si veda, ad esempio, quanto afferma il profeta Malachia (3,24) rispetto al modo in cui lo corregge Luca (1,17).

Mentre l’antico profeta dipinge il precursore del Messia come colui che «convertirà il cuore dei padri verso i figli e il cuore dei figli verso i padri», l’evangelista afferma che il precursore convertirà il cuore dei padri verso i figli. E non viceversa! E il messaggio è molto bello: i figli vengono al mondo portando i sogni sempre nuovi del Creatore. Vengono con una missione precisa: rinnovare la faccia della terra. Purtroppo molti di loro, invecchiando, faranno svanire il sogno, perderanno l’entusiasmo e annacqueranno il vino… Ma Dio darà loro figli e nipoti per farli ridiventare bambini, aiutarli a sognare un futuro migliore e convertirli. Non a caso la prima frase di Gesù pronunciata in pubblico, secondo San Marco è: «Convertitevi e credete nel Vangelo» (Mc 1,15).

Perché non muoia in noi la speranza. Uomini di primavera, instancabili coltivatori di sogni, persone che guardano avanti, in alto, ricolme di speranza: così papa Francesco vorrebbe che fossero i cristiani. Commentando le parole dell’Apocalisse: «Ecco, io faccio nuove tutte le cose» (Ap 21,5), nell’Udienza generale del 23 agosto 2017 afferma che la speranza cristiana si basa sulla fede in Dio che crea novità. Il nostro «è il Dio delle sorprese.

Non è cristiano camminare con lo sguardo rivolto verso il basso (…) senza alzare gli occhi all’orizzonte. Come se tutto il nostro cammino si spegnesse qui, nel palmo di pochi metri di viaggio; come se nella nostra vita non ci fosse nessuna meta e nessun approdo, e noi fossimo costretti ad un eterno girovagare, senza alcuna ragione per tante nostre fatiche. Questo non è cristiano. (…) Crediamo invece che nell’orizzonte dell’uomo c’è un sole che illumina per sempre. Crediamo che i nostri giorni più belli devono ancora venire».

La Parola di Dio, il Magistero dei papi e il patrimonio teologico accumulato nei secoli fanno sì che il documento preparatorio del Sinodo per i giovani si articoli attorno a quella fede che aiuta i credenti a non morire alla speranza, in quanto: «venire al mondo significa incontrare la promessa di una vita buona e (…) essere accolto e custodito è l’esperienza originaria che inscrive in ciascuno la fiducia di non essere abbandonato alla mancanza di senso e al buio della morte e la speranza di poter esprimere la propria originalità in un percorso verso la pienezza di vita».

Valentino

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