Sulle orme del discepolo amato

“Il discepolo che Gesù amava”. «Fissando lo sguardo su Gesù che passava, (Giovanni il Battista) disse: “Ecco l’agnello di Dio!”. E i suoi due discepoli, sentendolo parlare così, seguirono Gesù. Gesù allora si voltò e, osservando che essi lo seguivano, disse loro: “Che cosa cercate?”. Gli risposero: “Rabbì – che, tradotto, significa Maestro –, dove dimori?”. Disse loro: “Venite e vedrete”. Andarono dunque e videro dove egli dimorava e quel giorno rimasero con lui; erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,36-39).

Per il giovane che decide di vivere coerentemente il Vangelo, il Sinodo del 2018 avrà come figura esemplare, come icona, l’evangelista Giovanni. Figura, immagine, modello: si tratta dell’apostolo che, mentre si definisce egli stesso come “il discepolo amato da Gesù”, allude al fatto che ognuno di noi può ritenersi “il discepolo amato”.

Basta mettere in pratica il Discorso della montagna e sforzarci di amare come Dio ci ama. Essere grati dell’amore che il Signore ha per noi e fare di tutto per rispondergli come meglio possiamo. Cercare continuamente il suo volto e, nei momenti di crisi, ripetergli: «Non so se ti amo veramente, ma ti chiedo di non dubitare che Tu mi ami. Non so se credo in Te, ma sono certo che Tu credi in me». Così si diventa “il discepolo che Gesù ama”.

I due seguaci del Battista sono alla ricerca del senso da dare alla propria vita e Gesù li sfida: «Che cosa cercate?». Di fronte alla domanda: «Maestro, dove dimori?» (che vuol dire: «Chi sei? Che cosa proponi?»), Gesù non risponde direttamente. Questo è il suo stile: non rispondere direttamente, perché le risposte chiudono gli orizzonti, le provocazioni li dilatano: «Venite e vedrete». Siamo di fronte ad un invito a mettersi in cammino, senza conoscere la meta di questo percorso interiore. Un cammino caratterizzato dalla tensione verso la novità, la bontà e la bellezza, che saranno raggiunte con il quotidiano sforzo di distaccarsi da tutto per possedere il Tutto.

«Che cosa cercate?». Chi ha il privilegio di credere in Dio e di essere affascinato da Cristo, chi l’accoglie, custodisce e ama, comprende in che cosa consista l’essenza dell’essere umano: bisogno d’amare e di essere amato. E l’essenza del Figlio di Dio – il suo amore – è oggetto di una accurata e seducente descrizione da parte degli evangelisti. Cristo, amore folle e gratuito ma non superfluo, estremamente liberante nella sua provocatoria sfida: «Voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna» (Gv 6,26-27).

Ognuno di noi, incontrando l’Amore è costretto a porsi una domanda radicale: «Chi cerco?». In Giovanni troviamo per tre volte la frase «Chi cercate?», domanda che torna nei momenti salienti della vita di Cristo: all’inizio della predicazione, quando i discepoli lasciano Giovanni Battista e vanno verso Gesù; nell’orto del Getsemani, quando Gesù è catturato e sfida le guardie; vicino al sepolcro, quando si mostra alla Maddalena subito dopo la Risurrezione.

Se questa domanda è posta all’inizio e al termine della vita pubblica di Cristo, se la stessa domanda è la prima rivolta ad una credente «all’alba del primo giorno della settimana» (Mt 28,1) – inizio dei tempi nuovi – vuol dire che non possiamo assolutamente ignorarla. Dobbiamo riproporcela continuamente per non correre il rischio di prendere per scontato il nostro rapporto con Cristo e di rimanere indifferenti di fronte a Lui, Parola di Vita sulla quale siamo chiamati a confrontarci ogni momento.

Ma perché la Parola produca in noi un effetto salutare, è necessario rispondere positivamente all’invito che Gesù fa ai discepoli: ritirarsi in luoghi appartati per riposarsi e per riflettere. È importante vagliare continuamente i motivi per cui viviamo, scegliamo e operiamo: «Sto cercando la verità che mi libera? Che cosa cerco? Dio, l’amore, gli altri, oppure me stesso, la carriera, il successo?».

Quando pesante s’insinua il dubbio che non sia Dio l’oggetto del nostro cercare, ci viene in aiuto l’invito dei santi a ritirarci nel deserto, con un cuore che ascolta, pronti ad accogliere il Signore che passa vicino alla nostra tenda, ricoperto dei poveri panni del più piccolo dei nostri fratelli.

«Rimasero con lui» (Gv 1,39). I due discepoli decidono di fidarsi del nuovo Maestro e di restare con Lui. Restare con Lui anche un giorno solo – dice la Bibbia – è meglio che abitare per mille anni nelle tende dei peccatori. È bello camminare con Gesù “verso la santa Gerusalemme”, la comune dimora dell’eternità. E quando al tramonto della vita le forze vengono meno, dà pace l’invocazione. «Resta con noi, Signore, perché si fa sera» (Lc 24,29).

La decisione di restare con Gesù si concretizza quando di Lui si fa un’esperienza forte: uno sguardo che mette il cuore in subbuglio. Quando Giovanni scrive il suo Vangelo, raccontando il suo incontro con il Maestro, sono passati molti, molti anni, eppure si ricorda perfettamente il momento in cui immerse per la prima volta il suo sguardo nello sguardo di Gesù: «Erano circa le quattro del pomeriggio» (Gv 1,39). È l’ora dell’esperienza di fede che ha radicalmente caratterizzato e plasmato la sua vita. A Patmos, nell’isola deserta, ormai carico di anni, l’Apostolo purifica la sua memoria dalle esperienze negative, ricordando la luce di quello sguardo che gli ha dato la capacità di guardare tutti e tutto con amore, quasi di vedere attraverso gli occhi stessi di Cristo.

Uno sguardo, un moto d’amore e una corsa a condividere l’esperienza di fede con un amico: «…e lo condusse da Gesù» (Gv 1,42). L’esperienza d’amore non può essere tenuta egoisticamente per sé. Chi ama si fa profeta, sacerdote, re e missionario. Sente il bisogno di gridare a tutti l’amore scoperto come dono gratuito. Lo predica dai tetti. Lo comunica a tutti, come adolescente innamorato che scrive sul muro il nome della persona amata.

Il discepolo diventa maestro: conduce a Cristo un amico. Non importa quanto sia giovane il messaggero di Gesù: l’esperienza d’amore lo ha fatto maturare, gli ha aperto gli orizzonti, ha dato significato alla sua esistenza, l’ha reso grande agli occhi di Dio che volge lo sguardo all’umile e gli dona, assieme alla sua pace, la gioia di gridare a tutti: «Eureka! Ho trovato Dio».

Giovanni: icona scelta dal Sinodo. Figura affascinante che «ci può aiutare a cogliere l’esperienza vocazionale come un processo progressivo di discernimento interiore e di maturazione della fede, che conduce a scoprire la gioia dell’amore e la vita in pienezza nel dono di sé e nella partecipazione all’annuncio della Buona Notizia».

Valentino

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