La vocazione all’amore

«Come se…». «Quelli che hanno moglie, vivano come se non l’avessero» (1Cor 7,29). Con questa frase, San Paolo intende mettere in risalto che Dio deve stare al primo posto nella nostra vita ed essere amato più dei genitori, degli amici, del coniuge e dei figli. Il Padre vuole essere al centro della nostra esistenza, Cristo il vero “Sposo” del cristiano e lo Spirito Santo quell’Amore che dà un senso, una bellezza e un gusto al nascere, al vivere e al morire. In altre parole, l’Apostolo invita tutti noi a prendere una giusta distanza anche dalle persone che pur tanto amiamo, quale condizione per non soffocarci a vicenda e per espanderci negli sconfinati orizzonti dell’amore. La sapienza arabo-maronita c’insegna che tra chi si ama devono poter danzare i venti. Marito e moglie devono essere come le colonne dei templi, staccate l’una dall’altra; come le corde della chitarra, che suonano solo se c’è uno spazio tra esse… Unità nella distanza!

Tanti giovani, probabilmente, avrebbero meno paura di amare se vivessero il rapporto con gli altri – e con il partner al momento opportuno – in modo più semplice, più rilassato e più animato da quella fede che fa mettere Dio al primo posto, nella certezza che Egli non è geloso del nostro amore, anzi, ne è il garante.

Cosciente di ciò, la Chiesa parla della nostra vocazione all’amore e vuole educare tutti nell’arte d’amare, inviando continuamente messaggi di speranza: incoraggia ogni persona – di ogni cultura, provenienza ed età anagrafica – a credere nell’amore, ad avere il coraggio di vivere oggi, nel contesto di un mondo sempre più secolarizzato, la fede in Gesù Cristo. Andando anche controcorrente, se necessario.

…E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi” (1Gv 4,16). Se fosse semplice voler bene agli altri, l’apostolo Giovanni non avrebbe sottolineato il bisogno di credere nell’amore. Il discepolo che Gesù amava insiste sulla necessità di avere fede nell’amore, di dare fiducia alla vita, di scommettere sulla bontà e fedeltà del prossimo. Questi i presupposti per educare all’amore, per correre con gioia verso il matrimonio e per salvare il seme dell’uomo sulla terra. Valorizzare, salvare e vedere la famiglia come palestra di serenità, ammortizzatore dei mali sociali, piccola Chiesa, culla in cui si apprezzano i valori umani, spirituali e divini.

Essere collaboratori dell’altrui gioia. Con questa intuizione di San Paolo (cfr. 2Cor 1,24) si può riassumere l’introduzione al documento di preparazione al Sinodo sui giovani 2018, che inizia con queste parole del Maestro: «“Questo vi ho detto perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena” (Gv 15,11): ecco il progetto di Dio per gli uomini e le donne di ogni tempo e dunque anche per tutti i giovani e le giovani del III millennio, nessuno escluso. Annunciare la gioia del Vangelo è la missione che il Signore ha affidato alla sua Chiesa. (…) Attraverso un nuovo percorso sinodale sul tema: “I giovani, la fede e il discernimento vocazionale”, la Chiesa ha deciso di interrogarsi su come accompagnare i giovani a riconoscere e accogliere la chiamata all’amore e alla vita in pienezza, e anche di chiedere ai giovani stessi di aiutarla a identificare le modalità oggi più efficaci per annunciare la Buona Notizia. (…) La vocazione all’amore assume per ciascuno una forma concreta nella vita quotidiana attraverso una serie di scelte (…) da cui nessuno può esimersi. Lo scopo del discernimento vocazionale è scoprire come trasformarle, alla luce della fede, in passi verso la pienezza della gioia a cui tutti siamo chiamati».

Al termine del Concilio Ecumenico Vaticano II, i vescovi di tutto il mondo hanno mandato ai giovani un messaggio che oggi la Chiesa vuole riprendere, proclamando «ciò che fa la forza e la bellezza dei giovani: la capacità di rallegrarsi per ciò che comincia, di darsi senza ritorno, di rinnovarsi e di ripartire per nuove conquiste». Mentre nel passato la Chiesa, spesso, presentava la morale cattolica legata al dovere di osservare comandamenti e precetti e all’obbligo di seguire tutti gli orientamenti del Magistero, oggi si esprime con un nuovo linguaggio. Non punta sul comando: «Tu devi», ma sull’incoraggiamento: «Tu puoi». Non fa leva sulla paura dell’inferno, ma sulla bellezza del paradiso. Non colpevolizza i credenti con il terrore del peccato, ma vuole affascinare con la predicazione della divina misericordia.

Permanente formazione all’amore. Più volte sono invitato nelle scuole (soprattutto nel Meridione e nelle Isole, mentre al Nord, spesso, il fatto di essere un sacerdote non aiuta a spalancare le porte degli istituti scolastici, anzi…) a tenere assemblee sui temi riguardanti la pace, lo sviluppo, la nuova morale e soprattutto il rapporto fede-scienza. Quest’ultimo il tema più gettonato e più discusso, perché i giovani hanno nostalgia di Dio. Quando dalla fede si passa allo stile di vita richiesto ai credenti, queste sono le domande più ricorrenti:

«Perché la Chiesa pensa di educarci all’amore, mentre si presenta con tutta una serie di proibizioni che tarpano le nostre ali?».

«Perché la Chiesa chiama peccato ciò che per noi è cosa bella e utile per rafforzare il vincolo tra i fidanzati?».

«Perché la convivenza è proibita, anziché essere vista come un tempo di verifica e di preparazione al matrimonio?».

«Perché si parla di paternità responsabile e poi non si approvano i contraccettivi?».

È interessante notare come, dopo il Vaticano II, ci sia stato un radicale cambio generazionale nella valutazione di ciò che è bene o male: prima gli adulti chiedevano al confessore quanto grave fosse il loro peccato, legato soprattutto al sesto o al nono comandamento; ora i giovani – e con loro molti adulti – si chiedono perché la Chiesa giudichi peccato quanto per essi non è percepito come tale, o addirittura è visto come una cosa buona.

Seguendo il metodo di papa Francesco, il conferenziere e il confessore non dovrebbero dare “rispostine” prefabbricate sulla bontà o peccaminosità di chi pone un problema, ma – attraverso una serie di domande – dovrebbero mettere gli uditori o i penitenti nelle condizioni di trovare essi stessi la risposta moralmente giusta ai loro problemi. Questo modo di procedere non fa cadere nel relativismo, purché chi l’adotta – alla luce del Vangelo e del Magistero – si preoccupi di formare le coscienze alla vita, all’amore, al matrimonio.

Educazione all’amore. Quando un individuo scopre la sua vocazione ad amare un’altra persona, vuol dire che è disposto a darle il meglio di sé. Ma subito si pone il problema: se io non mi conosco, che cosa offro? Posso dire di essere capace di amare, di donarmi, se non mi possiedo? Chi vuole iniziare un cammino d’amore non può evitare di porsi le eterne domande che i saggi, i filosofi e tutti i grandi fondatori di ogni religione hanno suggerito per l’essere umano: chi sono? Cosa è l’uomo? Che senso ha la mia vita? Da dove vengo? Verso quale meta sono incamminato? E tutte queste domande non possono essere disgiunte da queste altre: esiste Dio o non esiste? Chi è Dio? Che cosa vuol dire chiamarlo “Amore”?

Domande che vanno approfondite con l’aiuto della famiglia, di un maestro di vita e dalla Parola rivelata, come suggeriva il cardinale Ratzinger, commentando la Familiaris consortio: «L’uomo è l’immagine di Dio. (…) La vocazione all’amore è ciò che fa dell’uomo essenzialmente l’immagine di Dio. Egli è immagine di Dio nella misura in cui può amare; diventa simile a Dio nella misura in cui diventa qualcuno che ama».

Valentino

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