Divieto di parcheggio al Calvario

Quando la legge è maledizione. «Cristo ci ha riscattati dalla maledizione della Legge, diventando lui stesso maledizione per noi, poiché sta scritto: Maledetto chi è appeso al legno» (Gal 3,13). Questa espressione di San Paolo può essere esemplificata nell’inizio del 28° capitolo del Vangelo di Matteo. Per comprenderlo è necessario porre una premessa. Ogni affermazione del Vangelo – anche quelle che apparentemente sembrano insignificanti o riguardanti un semplice accenno cronologico – presa sul serio, è gravida di significati. È proprio questo il caso del racconto della Risurrezione. «Passato il sabato». Le donne, per osservare la legge giudaica che limita il numero dei passi da compiersi il giorno di sabato, non vanno al sepolcro e quindi non sono testimoni dirette della Risurrezione. La legge prevale sul bisogno di confrontarsi con il Signore della vita. Chi non sa andare oltre la legge si fa del male, perché ritarda l’incontro con il Risorto.

L’espressione «all’alba del primo giorno della settimana» fa riferimento alla Genesi, alla creazione del primo giorno. Quest’alba del primo giorno della settimana, quello della Risurrezione, rappresenta la vera e propria definitiva creazione. Le prime ad essere testimoni dei tempi nuovi inaugurati dal Risorto sono «Maria di Magdala e l’altra Maria». Perché è assente Maria, madre dei figli di Zebedeo, che era stata lei pure ai piedi della croce? Probabilmente, vedendo Gesù morire, ha perso la speranza: è crollato il suo sogno di vedere il trionfo dei suoi figli, Giacomo e Giovanni, accanto al Messia. L’ambizione e lo spirito carrieristico impediscono l’incontro con il Risorto. Ieri, come oggi…

Le due Marie si recano dunque al sepolcro e hanno in dono una manifestazione divina: «Ed ecco, vi fu un gran terremoto», quando l’angelo del Signore rotola la pietra e si siede sopra di essa. Il “terremoto”, secondo la mentalità ebraica, indica una rivelazione di Dio. L’evangelista non parla perciò di un sisma, realmente avvenuto, ma di una teofania. Come nella morte di Gesù si manifesta la presenza dell’amore di Dio nell’immagine del terremoto, così, con la stessa immagine, nella sua Risurrezione si manifestano le conseguenze di questo amore fedele. La Risurrezione è il «sì» che il Padre dice a tutta la vita di Cristo. Non è un miracolo, ma un mistero di fede. È un’esperienza forte riservata a chi è aperto alla vita, a chi cerca Dio, a chi chiede al Signore di dare un senso alla vita e alla morte.

Per questo motivo pur di fronte a quel terremoto «le guardie furono scosse e rimasero come morte». Quando appare il Vivente, coloro che sono nell’ombra della morte, anziché essere da Lui vivificati perdono anche l’ultima scintilla di vita. Le guardie – custodi della morte – non avendo la vita in sé, non la percepiscono quando si manifesta nel Signore della vita.

«Voi non abbiate paura!». Nell’Antico Testamento si parla sempre di timore di fronte ad ogni manifestazione divina. «Si può vedere Dio senza morire?», si chiede più volte il credente. Ciò significa: se ho incontrato Dio, posso vivere come gli infedeli, conformandomi alla logica del mondo (successo, ricchezze, piaceri smodati)? Ora però l’angelo del Signore invita le donne ad abbandonare il timore, che deve lasciare il posto alla gioia, perché Cristo vuole donare vita a chi crede in Lui.

Il Risorto «vi precede in Galilea; là lo vedrete. Ecco, io ve l’ho detto». Perché occorre andare in Galilea per vederlo? Perché in Luca e Giovanni l’apparizione di Gesù ai suoi si verifica lo stesso giorno della Risurrezione, mentre in Matteo c’è l’invito ad incontrare il Risorto in Galilea? Le differenze presenti nelle varie narrazioni dipendono dal fatto che i Vangeli non vogliono tanto trasmettere verità storiche, quanto piuttosto verità teologiche valide per tutti i tempi.

Conta soprattutto il messaggio: l’esperienza della Risurrezione non è legata al privilegio dei contemporanei di Cristo, ma è riservata a tutti i credenti che sono disposti a mettere in pratica le Beatitudini proclamate da Cristo su quella montagna della Galilea. «Là lo vedrete»: lo percepirete interiormente (come per la beatitudine dei puri di cuore che vedranno Dio: ne faranno esperienza mistica). Il monte della Risurrezione è quindi legato al monte delle Beatitudini: chi vuole vedere Dio, cioè riconoscerlo, deve essere puro di cuore ed essere fedele al messaggio e alla persona di Gesù.

L’obbligo di abbandonare il sepolcro. Per incontrare il Signore, le donne abbandonano in fretta il sepolcro e corrono verso i discepoli. Il corpo di Cristo è stato poche ore sulla croce. Il “parcheggio” al Calvario non deve superare le tre ore, dopo di che «ci sarà la rimozione forzata di tutte le croci». Le donne, lasciando l’oscurità della disperazione e del dubbio, passano dal timore alla gioia grande. Corrono, hanno fretta perché irrompe in loro la vita. Nei Vangeli le donne non solo sono innalzate al livello degli uomini, ma hanno una dignità superiore, proclamata da Cristo non tanto a parole quanto con i fatti.

Chiaro il messaggio anche per i nostri giorni: se vogliamo sperimentare la risurrezione dei nostri morti, non dobbiamo attardarci al sepolcro. Se crediamo che i nostri cari non sono stati ingoiati dalla morte, siamo chiamati a cercarli tra i vivi, oltre che attorno all’altare. Se ci attardiamo a piangere davanti ad una fredda lapide, non scopriremo che il sorriso dei nostri defunti rivive nel sorriso di quanti hanno bisogno di noi per vivere bene qui in terra, per sognare un futuro conforme alle promesse di Cristo e all’augurio rivolto alle donne: «Rallegratevi!».

Perché questo verbo? È lo stesso usato a conclusione delle Beatitudini: «Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli» (Mt 5,12). La ricompensa è una vita non scalfita dalla morte. Per questo il Risorto, il non sconfitto dalla morte, Lui che gli altri giudicavano “maledetto perché appeso al legno”, pronuncia come prima parola dopo la Risurrezione: «Rallegratevi», collegando così il monte della Risurrezione con il monte delle Beatitudini.

All’esortazione alla gioia segue un invito: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli…»: i discepoli per la prima volta sono chiamati fratelli di Cristo. In precedenza, Gesù aveva detto: «Chiunque fa la volontà del Padre mio che è nei cieli, egli è per me fratello, sorella e madre» (Mt 12,50). Adesso che i discepoli hanno intuito che attraverso la morte non si va verso la fine, ma verso la pienezza della vita, possono essere chiamati fratelli.

«…vadano in Galilea»: Gesù non appare a Gerusalemme, città della morte. La stella dei Magi non aveva brillato su Gerusalemme. Il Risorto, secondo Matteo, si manifesterà fuori dal tempio, fuori dall’Istituzione. Questi luoghi scomodi e ambigui non sono adatti per l’incontro con Gesù, che vuole essere riconosciuto nel fratello, specialmente nel più povero. Povero perché privo di pane, di amore e di fede. Perciò Cristo conclude così il suo messaggio: «A me è stato dato ogni potere in cielo e sulla terra»: quello che Satana aveva promesso a Gesù sul monte della tentazione, il Figlio di Dio l’ottiene non attraverso il potere ma grazie al dono di sé.

A differenza degli altri evangelisti, Matteo non ci dice che Gesù sale al Cielo. Egli non si allontana da questa terra. Resta con i suoi seguaci che, praticando le Beatitudini, sentono Dio vicino a loro, intuiscono che il regno dei cieli è il loro cuore, comprendono che l’incontro con il Dio vivo avviene sulla montagna dove Cristo ha annunciato il suo messaggio d’amore, che può essere così parafrasato: «Se tu ti preoccupi del fratello, io, Dio, mi preoccupo di te e ti rendo come me, Figlio di Dio. Pure tu risorgerai».


Ti aiuti il Risorto a sperimentare
in questa Pasqua
che nessuna pietra sepolcrale
è tanto pesante
da non poter essere ribaltata
dall’Amore.


Valentino

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