La bellezza di vivere il Battesimo

«Tutti voi siete figli di Dio mediante la fede in Cristo Gesù,
poiché quanti siete stati battezzati in Cristo vi siete rivestiti di Cristo» (Gal 3,26-27).

«Non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte?
Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché,
come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre,
così anche noi possiamo camminare in una vita nuova» (Rm 6,3-4).

Non “cristiano”, ma CRISTO è il battezzato. Per sette secoli i Padri della Chiesa hanno ribadito questo concetto, osando dire: «Dio diventa uomo, perché l’uomo diventi Dio». Questo il mistero affascinante e tremendo che celebriamo ogni Natale. Mistero affascinante perché in virtù dell’Incarnazione, della redenzione e della grazia ricevuta dai sacramenti questo nostro corpo è divinizzato. Mistero tremendo perché il battezzato, chiamato a vivere immerso nella vita, morte e risurrezione di Cristo, deve immedesimarsi con Lui, sapendo che se hanno perseguitato il Maestro, perseguiteranno anche il discepolo.

Il battezzato è sepolto con Cristo e con Lui è già risorto e assiso alla destra di Dio Padre. La sua vita si modella su quella di Gesù, per cui, pur continuando la sua esistenza, vive come se fosse già morto. Vale a dire: passa tra i beni della terra con il cuore che pulsa nei cieli. Se è insultato, calunniato e perseguitato, mantiene serenità e letizia, tipiche di chi non riceve più alcuna offesa, appunto perché non è più scalfito dalle cose negative della terra. E mentre è morto al male, è più vivo che mai in tutto quello che c’è di bene. Già gode qui, in terra, un anticipo di paradiso.

È lui il cristiano, “il Vivente”, il Risorto, il Cristo del Terzo Millennio. È lui il Signore che passa in mezzo alla gente facendo del bene, trovando “più gioia nel dare che nel ricevere” e onorando la sua vocazione a collaborare perché a tutti sia data la propria porzione di gioia (cfr. 2Cor 1,24).
Contemplando il volto del Signore e ascoltando la sua Parola, sperimenta la bellezza della sua fede, che addita nel volto del fratello il volto stesso di Dio che lo chiama a imitarlo, in un tripudio di gioia, danzando come nei giorni di festa (cfr. Sof 3,16-18).

Da questa visione teologica è facile dedurre che la grandezza del cristiano non consiste nella posizione che occupa nella Chiesa: sacerdote, religioso, monaca, frate, laico, neobattezzato o papa… Agli occhi del Signore queste differenze non contano. Non la sua posizione, ma il modo in cui vive il suo battesimo caratterizza la sua statura morale, la sua santità. Questa idea è adombrata da un discorso di Gesù, rispetto alla necessità che il grano “marcisca” per portare frutto (cfr. Gv 12,24). Da notare: il grano non deve morire, altrimenti da esso non nascerebbe più nulla. Il grano deve marcire. E marcire è peggio che morire… Ma la sorte è questa: marcire. Ora, tra il fatto di marcire sulla cattedra di Pietro, o nella più piccola parrocchia d’Italia, non c’è alcuna differenza. Sia il papa che il sacerdote devono marcire se vogliono seguire Cristo. E questo vale anche per i laici, grandi nella misura in cui seguono la logica del chicco di grano, del servizio ai fratelli, della responsabile collaborazione con il sacerdote che, di volta in volta, la Provvidenza mette sul loro cammino.

Preghiamo

Amore che si fa carne. Amore che redime. Amore che santifica.
Questi i tuoi prodigi, Spirito Santo, Creatore di ogni bene.
Planando sulle torbide acque del caos,
hai ricreato tutto secondo il progetto eterno.
Planando sul corpo del Salvatore, l’hai reso tabernacolo dell’Eterno,
per riportare l’umanità ferita nell’armonioso vortice dell’amore trinitario.
Planando sul mio corpo da infante, con l’acqua del battesimo,
hai reso me non cristiano, ma Cristo.
Non un generico figlio di Dio, ma Dio.
A questo ineffabile dono, Signore,
aggiungi la grazia che non si deturpi mai il mio spirito,
né si offuschi la primitiva immagine del progetto eterno.
Rimanga sempre viva in me la nostalgia del tuo Volto.

La bellezza di vivere come fratelli

«Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme!
È come olio prezioso versato sul capo
che scende sulla barba, la barba di Aronne,
che scende sull’orlo della sua veste.
È come la rugiada dell’Ermon, che scende sui monti di Sion» (Sal 133).

«Erano perseveranti nell’insegnamento degli apostoli e nella comunione, nello spezzare il pane e nelle preghiere. (…) Ogni giorno erano perseveranti insieme nel tempio e, spezzando il pane nelle case, prendevano cibo con letizia e semplicità di cuore, lodando Dio e godendo il favore di tutto il popolo» (At 2,42.46-47).

«Quando finisce la notte?». Questa la domanda che un rabbino pose ai suoi allievi, per scoprire il momento preciso in cui inizia il giorno. Nessuna risposta fu adeguata, per cui così concluse il saggio ebreo: «È quando, guardando il volto di una persona qualunque, tu riconosci un fratello o una sorella. Fino a quel punto è ancora notte nel tuo cuore» (cfr. Bruno Ferrero, Il canto del grillo).

La notte è regnata per millenni, e ancora in tante parti regna, là dove non si vive la fraternità. Lo constata tristemente Martin Luther King: «Abbiamo imparato a volare come gli uccelli, a nuotare come i pesci, ma non abbiamo imparato l’arte di vivere come fratelli».

Ha approfondito il fondamento teologico della fraternità l’apostolo Paolo: «Tutti voi infatti siete figli di Dio (…) Non c’è Giudeo né Greco; non c’è schiavo né libero; non c’è maschio e femmina, perché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,26-28).

In questa logica, si può affermare: «Non esiste più sacerdote né laico»? Senz’altro incommensurabile la dignità del sacerdote: lo fa grande la sua originaria scelta di essere un dono per tutti, la sua consacrazione alla felicità umana, la sua determinazione di essere l’uomo di tutti e per tutti ministro di pace, la sua coscienza che farsi sacerdote «non significa mettersi una divisa fuori, ma un tormento dentro» (F. Boy), disposto ad essere «il più amato e il più odiato degli uomini, il più incarnato e il più trascendente, il fratello più vicino e l’unico avversario» (E. Suhard)…

Sublime nella celebrazione eucaristica e nel perdono dei peccati. Però tutto ciò è un carisma a servizio dei fratelli; è la realizzazione dell’originaria vocazione a vivere il proprio battesimo, e ad aiutare i cristiani a vivere il loro. Con questo spirito può nascere una comunità sulle orme di quella descritta da San Gregorio Nazianzeno: «Ci guidava la stessa ansia di sapere, cosa fra tutte eccitatrice d’invidia; eppure fra noi nessuna invidia. Si apprezzava invece l’emulazione. Questa era la nostra gara: non chi fosse il primo, ma chi permettesse all’altro di esserlo». Gareggiare nel reciproco aiuto, nel sostenersi vicendevolmente con la preghiera, nel diventare collaboratori dell’altrui gioia.

Preghiamo

Tu, Spirito di fortezza, dopo il battesimo al Giordano, hai “scaraventato” Gesù nel deserto per costringerlo ad uno spogliamento totale, ad un distacco da tutti e da tutto. E lì, nell’arida solitudine, gli hai dato il coraggio di invitare i discepoli a lasciare tutto, per possedere il Tutto. E il Tutto è il Regno. È Dio stesso: «Non temere, piccolo gregge, perché al Padre vostro è piaciuto dare a voi il Regno» (Lc 12,32).

Aiutaci, Spirito di sapienza e di scienza, ad essere distaccati dall’ambizione di primeggiare quando siamo al servizio della comunità. Facci sperimentare la bellezza d’essere fratelli. Insegnaci a spogliarci di tutto per essere rivestiti solo del tuo amore. Nell’Aldilà porteremo solo ciò che avremo donato. Non porteremo nulla di materiale, ma noi stessi, redenti, convertiti, santi, quando finalmente “Cristo sarà tutto in tutti”.

Valentino

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