«Chi sono io per te?». Dio vuole solo innamorati

I Vangeli non sono la cronaca della vita di Gesù, ma il racconto di ciò che anche noi possiamo diventare e fare se crediamo nel Figlio di Dio. Giovanni, l’apostolo che Gesù amava, riporta questa frase del Maestro: «Chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio e ne compirà di più grandi» (Gv 14,12). E qual è il più grande miracolo che noi possiamo operare? Quello consistente nell’amare tutti, compresi i nemici. Amando diventiamo come Cristo, il “folle per amore”, e immergiamo il mondo in un’energia divina che cambia la storia, proprio perché cambia noi stessi.

I Vangeli presentano Cristo come ispiratore di una pace legata all’accettazione della sua persona che, per il vero credente, è contemporaneamente “tormento ed estasi”. Tormento perché è difficile seguire Lui e l’ideale di perfezione che Egli ci propone. Estasi perché, se accettiamo la sua logica – controcorrente rispetto a quella mondana – raggiungiamo la pace, la vera pace, già qui sulla terra. Cristo non vuole passare inosservato: vuole essere conosciuto, riconosciuto e amato al di sopra di tutti e di tutto. Vuole solo degli innamorati. E per raggiungere questo ideale, ci istruisce ricorrendo alle parabole e alle domande. Le parabole servono per nutrire la nostra immaginazione, mentre ci lasciano liberi di prendere le distanze da un insegnamento non compreso. Le domande servono ad allargare i nostri orizzonti, mentre le risposte rischiano di chiuderli.

Ed ecco una domanda alquanto intrigante: «La gente, chi dice che io sia?» (Mc 8,27). La risposta dei discepoli sembra bella, ma è sbagliata. I primi seguaci del Maestro guardano al passato e intravedono in Cristo uno degli antichi profeti. Per cui ecco l’incalzare: «Ma voi, chi dite che io sia?» (Mc 8,29). Gesù sa che i Dodici hanno lasciato tutto per Lui: moglie, famiglia e barca… Ma questo non basta. Non basta neppure la perfetta definizione data da Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16,16). Il Maestro non vuole definizioni, ma una relazione amorosa. Proprio come fanno i fidanzati che non si stancano di porre la domanda: «Mi ami? Quanto mi ami? Che cosa sono io per te? Mi ami più di tutti e più di tutto?». Domanda inappropriata quest’ultima perché, per il credente, al primo posto deve stare Dio!

E Cristo, che è Dio, giustamente rivendica un rapporto privilegiato. Vuole il primo posto nel nostro mondo affettivo.

Ci obbliga ad esaminarci, per capire se il nostro cuore sia la culla o la tomba di Dio. Un roveto ardente o un groviglio di contraddizioni. Un tabernacolo vivente o gli inquietanti inferi. E non ci sono vie di mezzo. Anche perché, ponendo il Signore al centro della nostra esistenza, non solo non perdiamo nulla di ciò che è umano, ma abbiamo la possibilità di amare pienamente tutti e tutto. Dio, infatti, non è non geloso dei nostri amori. Anzi, ne è il garante.

E dopo duemila anni, chi sono io per te? Non è retorica la domanda. I sacerdoti la pongono continuamente ai laici. E non sarebbe forse interessante se i laici ponessero la stessa domanda ai loro parroci?

Da quarantasette anni lavoro con i sacerdoti in diverse parti del mondo e non mi stanco di riproporre loro la domanda posta da Cristo ai suoi discepoli. Al di là delle variegate risposte, tocco con mano la realtà che Dio non sceglie angeli come ministri del sacro. Del resto, anche Gesù ha scelto persone che sono state grandi alla fine della loro vita – offerta a Lui, fino all’effusione del loro sangue – ma piccole al momento della chiamata, deboli nella risposta, meschine nei comportamenti. E ciò – dice San Paolo – affinché nessuno si gloriasse di se stesso, ma risultasse a tutti chiaro che la salvezza non viene dagli uomini, ma da Dio.

Del sacerdote vorrei abbozzare questa immagine: è una persona ammirevole per la sua originaria scelta di essere un dono per tutti, per la sua consacrazione alla felicità umana, la sua determinazione a essere l’uomo di tutti e per tutti ministro di pace – plenipotenziario del Principe della pace –, la sua coscienza che farsi sacerdote «non significa mettersi una divisa fuori, ma un tormento dentro» (F. Boy), accettando di diventare «il ministro della pazienza di Dio» (B. Marshall), disposto ad essere «il più amato e il più odiato degli uomini, il più incarnato e il più trascendente, il fratello più vicino e l’unico avversario» (E. Suhard). E la sua grandezza consiste nel «lusso di poter amare tutti» (T. de Chardin). È un uomo che rinuncia a fare l’amore per essere amore, ministro di un Dio che si definisce Amore. Ministro del sacro, ma… con i piedi per terra! E se a lui si chiedesse: «Chi è per te Cristo? Che cosa gli risponderesti se ti ponesse questa domanda, oggi?», avremmo la stessa risposta che ha dato Pietro al Risorto: «Tu sai che io ti amo».

“Amore”, nome che ha diverse sfumature nella lingua greca: Pietro non è ricorso all’“agape” – amore eroico – ma alla “filia”, amore basato sulle nostre limitate forze umane. Forze che ai nostri giorni vengono sempre meno, perché la maggioranza dei sacerdoti è avanzata in età, è responsabile di un crescente numero di comunità ed essi sono sempre più soli, “figli di nessuno”, deputati più che altro alla celebrazione dei funerali.

E Cristo per i giovani? Stiamo vivendo un fatto nuovo nella storia della Chiesa in Occidente: per la prima volta nella nostra generazione si è interrotta la catena di trasmissione della fede in famiglia. Se in Scozia si domanda ai giovani che cosa sia il Natale, si ha la risposta che è la festa della famiglia (e Pasqua la festa del cioccolato). In Francia è proibito parlare di Cristo nelle scuole, mentre i docenti mettono “il tappeto rosso” a Maometto. In Italia si ha un’adesione al Cristianesimo particolarmente nei movimenti ecclesiali e là dove è rimasta viva la pietà popolare, con tradizioni che piacciono anche ai giovani. Inseriti in una comunità, essi vivono con gioia il Cristianesimo nella misura in cui sperimentano il Maestro come Colui che ha preso su di sé tutto l’umano e tutto di noi valorizza: l’intelligenza, l’affettività, il ricordo delle cose belle, una liturgia celebrata bene, la gioia della convivialità.

Rispetto ai giovani italiani non introdotti al sacro, di fronte alla domanda chi sia Cristo per loro, si ha il più delle volte questa lapidaria risposta: «Cristo sì, la Chiesa no». Ecco alcune testimonianze:

  • «Schiacciati da tanti problemi e da tante paure, noi giovani non abbiamo bisogno di una istituzione che aumenti i nostri sensi di frustrazione, a causa di una serie di “no” che ci rubano l’intelligenza, il cuore e il corpo. Abbiamo bisogno di sentire che Cristo è amore».
  • «Abbiamo bisogno di una Chiesa che ci parli di Cristo con la freschezza dei Vangeli e della comunità delle origini. Cristo vivo in me e nel mio prossimo».
  • «Forse, un motivo per non credere da parte di non pochi consiste nella confusione che si fa tra fede e religione. Si confonde l’amore proclamato da Cristo con quanto affermano o controtestimoniano alcuni cristiani, che presentano la Chiesa sostanzialmente contraria alla scienza e al sesso. Per me Cristo è libertà dalla legge e pienezza della legge: è Amore».
  • «Per l’amor di Dio: basta omelie incentrate sul peccato! Vado in chiesa per incontrarmi con Cristo, per respirare e ne esco angosciato e senza quel conforto che Gesù mi potrebbe dare. Lui, Parola di vita e Pane eucaristico».

Tutti temi da approfondire… con realismo e con fiducia, perché la storia è provvidenzialmente governata dallo Spirito Santo ed è affidata a persone coscienti che la Chiesa è nostra madre e che ha in mano un tesoro inestimabile: Cristo. E nessuno rifiuterebbe un tesoro da un amico, anche se gli venisse offerto con le mani sporche.

Valentino

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