Una scala tra il cielo e la terra

La fede dei nostri padri negli angeli. Si parla tanto di aggiornamento all’inizio del Concilio Vaticano II: aggiornamento del linguaggio, della liturgia, delle immagini da trasmettere al popolo di Dio. In questo contesto un cardinale, pensando di mostrarsi moderno, chiede udienza a Giovanni XXIII per discutere sull’opportunità o meno di continuare a parlare degli angeli custodi. Il Papa ascolta le sue opinioni e quando il porporato suggerisce di abolire la festa degli angeli custodi – che si celebra il 2 ottobre – si limita a ripetere più volte: «Ah, ho capito. Così pensa sua eminenza». Non aggiunge alcun commento. Ma, appena il cardinale esce dal suo studio, Giovanni XXIII chiama il suo segretario: «Loris, Loris! Per far contento un cardinale, io dovrei far piangere il mio angelo custode…».

Il Catechismo per gli adulti della CEI afferma che «nella nostra cultura dubbi e negazioni riguardo agli angeli e ai demoni coesistono con il fascino dell’occulto» (n. 378). Si vuole negare che esistano gli spiriti angelici e si fa di tutto per evocare gli spiriti…

Di fronte alla domanda se davvero esitano gli angeli e se abbiano il potere di rendersi presenti nella storia, il primo passo consiste nel vedere come di essi parli la Sacra Scrittura, quante volte accenni alla loro presenza e quale incidenza abbiano nella nostra vita.

All’inizio della storia sacra vediamo i cherubini, con una spada fiammeggiante, messi a custodire il giardino dell’Eden (Gen 3,24). Più di duecento volte nella Bibbia si parla degli spiriti celesti, dagli angeli messaggeri dell’innominabile “Santo” – nel libro della Genesi e dell’Esodo – fino ad arrivare all’immensa folla angelica che sta davanti all’Altissimo, per rendergli gloria (nel libro dell’Apocalisse).

Si noti, innanzitutto, che quando si parla dell’“angelo del Signore” si fa riferimento al Signore stesso in quanto si manifesta agli uomini, viene in loro soccorso, ha un messaggio liberatorio per tutto il popolo.

Quindi, l’espressione “l’angelo del Signore” rimanda ad una rappresentazione teofanica, ossia a un puro e semplice rivelarsi di Dio che comunica con gli esseri umani.

Ad esempio, il testo sacro afferma che sul monte Sinai “l’Angelo del Signore” appare a Mosè attraverso il roveto ardente, e subito dopo si dice esplicitamente che il Signore, vedendo Mosè avvicinarsi a Lui, gli ordina di togliersi i sandali, perché il luogo che calpesta è sacro (cfr. Es 3,2-5).

Molto bello e significativo il capitolo 18 della Genesi, allorché la Trinità, sotto forma di angeli, fa visita ad Abramo. Il racconto, a tutti noto, ha ispirato tante icone russe, la più celebre delle quali è quella di Andrej Rublëv, giudicata dal Concilio dei cento capitoli (1551) come l’icona delle icone.

Altrettanto coinvolgente e ricco di significato teologico è il racconto della lotta di Giacobbe con l’angelo presso il fiume Iabbok (cfr. Gen 32,23- 33). Il Patriarca sta scappando da suo fratello Esaù che lo minaccia a morte. Dio vuole purificare Giacobbe, prima di fargli sperimentare la gioia della riconciliazione. Al guado del fiume, lotta con un angelo che poi si rivelerà essere Jaweh stesso. Questo corpo a corpo umanizza Dio e divinizza il Patriarca. Nella lotta l’Altissimo vince barando, dando un pugno all’anca di Giacobbe, per fargli capire che è opportuno lasciar vincere l’Onnipotente…

La scala di Giacobbe. Dio vuole stare in continua comunione con gli esseri umani, per renderli sempre più simili a Lui, dopo averli creati a sua immagine e somiglianza. Ma il desiderio della creatura di essere Dio senza il suo Creatore è tale da spezzare la comunicazione diretta con il Signore che, a sera, amava passeggiare con l’uomo. Non si rassegna l’Altissimo a vivere solo nei suoi mondi infiniti, lontani, ed ecco mandare gli angeli quasi per indicare agli uomini che Egli non può stare senza di loro. Vuole ad ogni costo creare un ponte tra cielo e terra. Il brano più esplicito in questo senso è quello che descrive il sogno di Giacobbe: il Patriarca vede una scala che unisce il cielo e la terra e, su di essa, angeli che in continuazione salgono e scendono. Il messaggio è chiaro: Dio non è lontano da noi, soprattutto non è ostile all’essere umano, anzi manda i suoi angeli a ricolmare di grazie gli uomini, ad ascoltare le loro preghiere, a tener viva la loro speranza riguardo alla venuta di quell’“Angelo” – messaggero del Padre – che verrà sulla terra a portare una salvezza integrale (dell’anima e del corpo) ai figli di Dio.

Gli angeli annunciano (questo è il significato del loro nome: “annunciatori”) verità consolanti: Dio prende l’iniziativa nel donare la fede, la grazia e la pienezza di vita. Ascolta la preghiera che sale al cielo come incenso, portata appunto dagli angeli che, di rimando, fanno scendere sulla terra la divina misericordia. L’uomo può salire in cielo, perché da esso si riversa la grazia, che altro non è se non la comunione di vita con il Signore.

E questi angeli e arcangeli hanno un nome: Raffaele (“Medicina di Dio”) accompagna Tobia nel viaggio per prendere moglie e portare al padre il farmaco per guarire gli occhi. Michele (“Chi è come Dio?”) ha il compito di combattere contro ogni forma di male. Gabriele (“Potenza di Dio”) è mandato a Zaccaria per annunciargli che diventerà muto perché è incredulo – l’umanità peccatrice non ha più nulla da dire e da dare – e riprenderà l’uso della parola solo quando diventerà padre. E lo stesso arcangelo annuncia alla Vergine che diventerà Madre del Salvatore: «Rallegrati, piena di grazia: il Signore è con te» (Lc 1,28).

L’angelo si presenta quindi come una personificazione dell’efficace parola di Dio che a volte annuncia, oltre alla salvezza, un giudizio: ecco l’angelo sterminatore dei primogeniti degli Egiziani, che si ostinano ad ostacolare il progetto di Dio di liberare il suo popolo, che non ha compreso la piaga delle tenebre su tutto il Paese.

E quando tutte le tenebre si addensano attorno a Gesù, nella notte del tradimento di Giuda, del rinnegamento di Pietro e dell’abbandono di tutti i discepoli, il Figlio di Dio – completamente solo nell’orto del Getsemani, avvolto in un sudore di sangue e di morte – alza al cielo la sua preghiera: «Padre, se vuoi, allontana da me questo calice!». Dal cielo scende un angelo per consolarlo, per dargli la forza di affrontare il martirio e il coraggio di bere il calice amaro fino alla feccia.

Cristo ha bisogno di consolazione e non la trova dai suoi amici: «Così, non siete stati capaci di vegliare con me una sola ora?» (Mt 26,40), ma è consolato dal suo angelo. Fino all’ultimo momento ci lascia un messaggio: abbiamo tutti bisogno di una presenza. Come se ci dicesse: «Siate gli uni per gli altri degli angeli».

Gli angeli della notte. Quando un persona mi dice di vedere angeli dappertutto, sono tentato di dirle che dovrebbe misurarsi la pressione del sangue. Ma se mi dicesse che non ha mai visto un angelo, non esiterei a dirle che deve controllare la pressione della fede. Dio ci manda, oltre all’angelo custode, tanti amici e persone che per noi sono veramente angeli. Chi non ha mai visto gli angeli della notte? Infermieri e infermiere, anche molto giovani, che accudiscono con delicatezza l’ammalato, lo tengono per mano, gli danno il bacio della buonanotte. Ecco giovani volontari, inginocchiati davanti ad un’anziana signora per tagliarle le unghie dei piedi. Ed ecco un architetto che tutte le sere, alle diciotto, interrompe il suo lavoro per dare da mangiare agli ammalati soli e incapaci di autogestirsi in un ospizio…

L’oscurità della notte copre tante opere belle e buone compiute da chi non sbandiera la propria giustizia, né grida sulla piazza la propria integrità. In mezzo a persone tristi e angosciate – che per alleate hanno solo la notte, pudica nel coprire le loro piaghe – s’aggirano “angeli” desiderosi di riscattare ferite fisiche, morali e psicologiche con un incontro, un sorriso, un abbraccio.

Gli angeli della notte s’aggirano nelle tenebre, illuminandole con la loro bontà: un bicchiere d’acqua all’ammalato, una parola d’incoraggiamento, un discreto tocco d’amore. Tutto ciò viene portato dal loro angelo custode davanti a Cristo che ricorderà loro per tutta l’eternità: «Avevo fame e tu… Avevo sete e tu… Ero nudo e tu…».

Valentino

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