Anche Dio soffre?

«Vedendo tanta sofferenza e tanto male nel mondo, possiamo pensare che anche Dio soffra?»

«Io penso che il dolore, la malattia, la morte, non siano soltanto il dramma dell’uomo, ma anche il dramma di Dio. Nel senso che il limite di Dio è la libertà dell’uomo. Mi spiego. Dio ha un amore tale per l’uomo, per la sua creatura, che non può non lasciarla libera. Se accettiamo un Dio che vuole che l’ordine della creazione e della storia abbiano una loro valenza autonoma; se Dio vuole che gli uomini siano liberi: liberi di usare e di abusare, liberi di fare il bene o di fare il male, Dio, per primo, deve rispettare questa autonomia e questa libertà. Perciò se tu vuoi che per ogni caso Dio intervenga, tu annulli quello che si chiama il gioco delle cause seconde, gli spazi per la libertà umana».

Così rispose David Maria Turoldo a chi lo intervistava, dopo la scoperta del cancro, insediato nel suo stomaco come despota sul trono. Turoldo non faceva altro che essere coerente con quanto aveva scritto nel suo libro Anche Dio è infelice, perché «Dio non è estraneo alle vicende dell’uomo. La sua incarnazione – il suo farsi bambino, e poi ragazzo, e poi uomo – testimonia il desiderio del Divino di condividere tutta la parabola dell’esistenza umana, fino alle estreme conseguenze del male e del dolore. Anche Dio è infelice, perché sulla Croce si è fatto nostro compagno nella sofferenza, perché sulla Croce tutto il male e tutto il dolore del mondo sono stati condivisi».

Il cardinale Ravasi spesso sottolinea la sofferenza di Dio in Cristo, il Cristo storico e il Cristo che siamo noi: «Davanti alla sofferenza degli innocenti, dei bambini anormali, degli incidenti assurdi, la sola risposta adeguata è dire che Dio è debole, che certamente soffre come noi, che la sofferenza è il pane che Dio divide con l’uomo. Debole, beninteso, non nella sua onnipotenza, ma nel suo amore che rinuncia liberamente alla potenza».

Di per sé il nostro agire nel bene e nel male non tocca Dio, in quanto Essere assoluto. Ma, essendo Egli Padre, è contento quando noi siamo contenti e soffre quando noi soffriamo. Per qualcuno è retorico parlare della sofferenza di Dio, perché sua caratteristica è l’immutabilità e il suo essere pienezza di bene. Ma Egli, per sua libera scelta, ha voluto essere totalmente coinvolto con noi e soffrire nei dolori di suo Figlio e nei nostri.

Parlando di Cristo noi diciamo che «egli si è fatto veramente uno di noi, in tutto simile a noi fuorché il peccato» (Gaudium et spes, n. 22; cfr. Eb 4,15). È Verbo fatto Uomo. Verbo, seconda Persona della Trinità. Verbo fatto carne, “fatto peccato”, dice San Paolo. Verbo che affronta il limite, il male e la morte. Tutto ciò può lasciare impassibile il Padre? Se il Dio dei filosofi non soffre, il Dio di Gesù Cristo – il Gesù storico e il Gesù che siamo tutti noi, sue membra – ha sofferto e continua a soffrire, fino a che Dio sarà «tutto in tutti».

«C’è qualche cosa che accomuna i tipi di sofferenze descritte nel Nuovo Testamento?»

La Bibbia non fa mai discorsi astratti o teorici. Parla di sofferenze legate a situazioni concrete: la caduta in mano ai nemici, la malattia, la persecuzione a causa della propria fede, il dolore per la separazione da una persona cara. È interessante notare che, nella Sacra Scrittura, si parla più della nostra tensione alla gioia che della nostra necessità di affrontare una realtà contrassegnata dalla sofferenza. Quest’ultima, nel Nuovo Testamento, è illuminata dall’esempio e dalla presenza di Gesù, che la trasforma in un mezzo di purificazione e di redenzione dell’umanità.

Nei Vangeli non si abbozza un discorso sapienziale sul dolore, ma cristologico: Gesù viene a trasformare la sofferenza. Vince il male in senso morale, mentre sconfigge colui che ne è la fonte: il maligno.
Non è detto esplicitamente che in Cristo la sofferenza abbia un senso, ma è detto con certezza che verrà un momento in cui il dolore sarà annullato. Il dolore – soprattutto quello innocente – non è spiegato, ma la sua comprensione è rimandata al momento in cui ci sarà una “palingenesi”, una nuova creazione, una gioiosa trasformazione del cielo e della terra.

Siamo in una strana situazione: qui sulla terra abbiamo tante domande che resteranno senza risposta. Quando saremo in Cielo, non avremo più bisogno di porre domande…

«C’è una domanda che potrebbe avere una risposta qui in terra: vorrei fare il bene e non lo faccio; ma posso almeno evitare di far soffrire gli altri?»

Il semplice fatto di venire al mondo causa sofferenza alle nostre madri. Dolore presto dimenticato, dice Gesù, ma pur sempre dolore. La nostra crescita, il nostro distacco dai genitori, inevitabilmente sono stati per loro motivo di sofferenza.

Mi sia permesso un riferimento personale: se avessi un figlio che si comportasse con me come io ho fatto con i miei familiari, starei molto male. Sono partito da casa a undici anni per andare a studiare in un seminario, dove non passava giorno senza che io piangessi tanto, angosciato dalla lontananza dai miei cari. Poi sono andato a studiare a Roma, e tornavo a casa solo una volta all’anno. Poi l’Africa …

Però la sapienza umana e la fede mi dicono che questo tipo di sofferenza aiuta a crescere “in sapienza e grazia”, come è capitato a Gesù. Anche Lui ha fatto soffrire i suoi cari quando, a dodici anni, li ha abbandonati per tre giorni, per restare nella casa di suo Padre. Che cosa gli sarebbe costato dire loro: «Guardate che devo stare nella casa del Padre mio»? Se, non comunicando loro la sua decisione, li ha fatti soffrire, vuol dire che quel tipo di sofferenza aveva un senso: la crescita nell’amore non può essere disgiunta dal dolore.

Fa soffrire l’amore perché non sembra mai raggiungibile, non appaga tutti i desideri, fa sperimentare l’abisso tra il volare in alto e il rendersi conto di avere “i piedi di argilla” (cfr. Dn 2,1-49). L’amore fa soffrire perché legato allo svuotamento di sé e alla necessità di cercare ad ogni costo il bene della persona amata (dilectio).

Questo dono sacrificale di sé ha il volto della croce, eretta da Cristo a simbolo di un amore totale: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv 15,13). Si sbaglia però a sottolineare eccessivamente l’idea che l’amore faccia soffrire. Il bene che si prova amando supera di mille volte la sofferenza di sentirsi inadeguati nel regno dell’amore. Inoltre, come calcolare l’immenso beneficio che nasce quando, amando una persona, le affido la mia libertà? Come non apprezzare quell’amore che mi libera nella libertà dell’altro? Come resistere al fascino di cercare con tutte le forze quell’amore che nobilita, trasfigura e divinizza?

Valentino

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