Per chi sta soffrendo

«Che cosa ti spinge a parlare e scrivere sulla sofferenza? Che cosa ti proponi? Che cosa ti ispira a trattare questi argomenti che l’odierna cultura esorcizza?»

Viviamo in un’epoca in cui la nostra società fa di tutto per esorcizzare ed eliminare il dolore; conseguentemente, non vive a quei sublimi livelli ai quali la sofferenza ci può introdurre. Non si rende conto che comune problema non è come uscire dal dolore, ma come entrarvi intelligentemente, in modo da convertire in opportunità quello che umanamente parlando appare come un fallimento, una crisi, uno scacco matto delle umane possibilità.

Rafforza questa intuizione tutta la teologia, in particolare la cristologia. Gesù parla di morire per vivere. San Paolo concretizza il discorso del Maestro: è necessario far morire l’uomo vecchio affinché nasca l’uomo nuovo, che non vive più per sé, ma per Dio: «Per me infatti il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1,21).

Quando tocco questi argomenti non ho la pretesa di esporre idee nuove, ma di presentare un sentire che, basato sulla Parola, sta plasmando la vita di grandi santi in tutte le culture.

Lo spunto è un versetto biblico: «Qoèlet cercò di trovare parole piacevoli e scrisse con onestà parole veritiere» (12, 10). L’autore sacro, cosciente che tutto è già stato detto e che tutto è vanità, si accontenta di parlare sinceramente (verità soggettiva) e di cercare parole di verità (verità oggettiva), in una forma piacevole. La mia ricerca di oggettività è legata al Vangelo e alla croce. La soggettività fa parte delle mie esperienze personali e di quelle apprese girando il mondo. La piacevolezza consiste nel fare attenzione alla forma e nel continuare a scrivere seguendo il metodo della teologia narrativa.

Non pretendo di essere esauriente sul tema della sofferenza: mi accontento di dare alcuni spunti che, in questo momento della mia vita, posso offrire. Sono consapevole che se fossi in preda ad un dolore molto forte e vedessi prossima la fine, oltre a non scrivere, ridimensionerei alquanto i miei discorsi, li sfumerei, forse li metterei in discussione…

La sofferenza, soprattutto morale, non è comunque mancata nella mia vita. Sofferenza legata alla morte di persone care e di tanti innocenti – particolarmente bambini – visti morire di fame, in Africa. Al mio soffrire hanno dato un senso la fede e lo sguardo rivolto a Cristo. La sua morte ha accresciuto il mio dolore. La sua risurrezione ha dato un senso al mio vivere e una speranza anche al quotidiano morire.

Mi sorregge la parola di Dio, che è molto più vasta della Sacra Scrittura. La Parola, infatti, è Gesù. I cristiani non formano la comunità del Libro (vedi l’Islam). Noi siamo la comunità che è la carne stessa di Cristo, il popolo che crede nella Persona di Cristo e la conosce sempre di più, con il desiderio di amarla in modo sempre più profondo. E in questo amore la sofferenza trova un senso e un valore. Diventa grazia.

«Che suggerimenti dai a chi soffre?»

Chi soffre non ha bisogno di suggerimenti, ma di una presenza silenziosa e amorosa. Ognuno ha il suo modo peculiare di amare e di soffrire. Dal modo in cui soffre, se è circondato da persone che gli vogliono bene, il paziente può trovare la strada per arrivare a Dio e “convertire il mesto incedere in passo di danza”. Ecco la testimonianza di un giovane paralitico: «Sono stato a Lourdes accompagnato da persone care. Non sono guarito, ma ho capito quello che il Signore vuole da me: inchiodato ad un letto, do speranza a chi mi viene a trovare».

Meno si parla di fronte all’ammalato, o a chi soffre per la dipartita al Cielo di una persona cara, meglio è: grande è il rischio di rovinare il mistero della sofferenza – e il potenziale di grazia in essa racchiuso – con parole banali, ripetute monotonamente uguali in certe situazioni, come quando si fa visita al defunto. Peggio ancora quando al dolente si parla delle proprie sofferenze, dei mali passati e delle persone care tornate alla casa del Padre. Ciò non solo non consola, ma peggiora la situazione. Si faccia silenzio! Silenzio che è il guardiano dell’anima, per consentire al Signore di trasformare il dolore in una possibilità di crescita nell’amore.


«Come te la caveresti se fossi chiamato a consolare i familiari atei di un defunto, durante un funerale civile?»

Darei fiducia alle parole di Cristo che dice di non preparare i discorsi, perché lo Spirito Santo ci suggerirà le parole opportune… Comunque, si potrebbe introdurre l’idea che i funerali si celebrano solo con rito civile. In chiesa non si fa un funerale, ma si celebra un evento: la persona defunta ha fatto un balzo definitivo, il salto più atletico della sua vita. Ha compiuto il “passaggio”, cioè ha realizzato la sua pasqua.

Ai non credenti si potrebbero fare le condoglianze, parola che risuona atea per i cristiani. In chiesa, invece, si dovrebbe dire: «Buona Pasqua, fratello che ci precedi nella vita eterna. Lassù prepara un posto anche per noi, nella gloria del paradiso».

E sarebbe opportuno ricordare quel cristiano che, ad Auschwitz, si avviava al patibolo fischiettando. A chi gli chiese perché si comportasse così, rispose: «La morte è una estraneità ontologica (cioè, non fa parte dell’uomo se non come salto atletico, come passaggio verso la vera vita). In me ci sono scintille di eternità, di divinità. Ammazzandomi farete scoccare quelle scintille di eternità e di divinità».

La persona saggia, tanto credente quanto agnostica, di fronte alla morte – se proprio non cammina fischiettando – non perde l’occasione di trasmettere il messaggio: «Una giornata intensa regala un buon sonno. Una vita intensa regala una morte serena» (Leonardo da Vinci).

Valentino

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