Pentecoste, la lingua dell’Amore

«Essi però dubitarono» (Mt 28,17). Gesù sta per salire al Cielo e si trova circondato da persone che hanno capito ben poco del suo messaggio. Pietro gli domanda se sia giunto il momento di proclamare il suo regno, qui, sulla terra. Altri hanno perplessità e paure. Alcuni dubitano.
Non dubitano probabilmente di Cristo quale Figlio di Dio, risorto dai morti. Essi dubitano soprattutto di se stessi, cioè della loro capacità di accettare la morte quale presupposto per acquisire la condizione divina. Il dubbio: «Saremo capaci di passare attraverso il dono totale di noi stessi per essere come il Figlio di Dio?». Inoltre, i seguaci del Maestro hanno una grande paura dei Giudei, per cui, dopo l’ascensione al Cielo se ne stanno rinchiusi nel Cenacolo, con le porte sbarrate.

Ma… ecco la Pentecoste: vento impetuoso che fa irruzione nella stanza dove già il Risorto era entrato a porte chiuse e aveva comunicato il suo Spirito: «Soffiò e disse loro: Ricevete lo Spirito Santo». (Gv 20,22). Come il Creatore, soffiando sulla materia inerte, aveva comunicato lo spirito di vita così il Cristo, soffiando sui discepoli, comunica loro la nuova vita, la vita eterna. E promette in modo esplicito di mandare lo Spirito, nel giorno di Pentecoste.

Rivestiti della forza dall’Alto, i discepoli vanno tra la gente e “parlano in lingue”. Che cosa è capitato? Probabilmente i discepoli si esprimono nella loro lingua nativa, ma lo fanno con un volto così illuminato, con un entusiasmo tale da permettere a tutti gli stranieri di comprendere che qualche cosa di strano è accaduto. Parlano, cioè, quella lingua che tutti capiscono: l’amore. Ecco ciò che è accaduto: è nata la Chiesa. A Babele si era verificata la dispersione delle lingue, a Pentecoste l’amore raduna quanto era disperso.

«Non abbiamo nemmeno sentito dire che esista uno Spirito Santo» (At 19,2). Questa la risposta che Paolo si sente dare da un gruppo di cristiani, ai quali chiede se abbiano ricevuto lo Spirito Consolatore. Dopo duemila anni di Cristianesimo tanti cattolici potrebbero dare la stessa risposta, o perché proprio ignorano la Terza Persona della Trinità, o perché ben poco l’invocano. È quanto ci rimproverano i nostri fratelli ortodossi: ci accusano di studiare tanta teologia (fosse vero!) e di pregare poco. Tutta intelligenza, niente cuore e – conseguentemente – anche le mani sono paralizzate: non compiono opere di giustizia e di carità. Perciò, secondo i nostri fratelli separati, l’eventuale dialogo ecumenico è destinato al fallimento.

È per ovviare a questo pericolo che Giovanni XXIII convoca il Concilio Ecumenico Vaticano II, affinché i cristiani si mettano seriamente alla ricerca di quanto ci unisce e ricevano il dono dello Spirito per rinnovare la Chiesa, ringiovanirla, renderla ancora bella, senza rughe e senza macchie: una nuova Pentecoste.
Papa Giovanni XXIII vuole un “concilio pastorale”: i vescovi di tutto il mondo devono unirsi non per condannare dottrine e persone, come si faceva nei precedenti concili, ma per aggiornare i contenuti della fede, per pregare, per leggere i segni dei tempi e scoprire la giusta collocazione della Chiesa nella storia e tra gli uomini. Una Chiesa che sia “popolo di Dio” e consideri la gerarchia ecclesiastica al servizio dei battezzati, libera dal pregiudizio di avere il monopolio della verità. Papa Giovanni afferma: «Io non sono qui a guidare la Chiesa, ma a cogliere le mozioni dello Spirito Santo nella Chiesa».

Tra i vescovi che colgono meglio lo spirito del Concilio Ecumenico spicca il cardinale Martini, che nei suoi scritti e nelle omelie mette bene in risalto il ruolo dello Spirito Santo nella Chiesa, perché sia considerata dai credenti come madre che genera figli consapevoli di essere parte di un’unica famiglia.

Una Chiesa sempre in ritardo? Martini non esita a sottolineare i ritardi della Chiesa nei confronti della sue responsabilità di camminare con la gente del nostro tempo. Ritardi in certo qual modo comprensibili per chi è familiare con la parola di Dio, in particolare con l’invito di Cristo: «Voi, dunque, siate perfetti come è perfetto il Padre vostro celeste», dice Matteo (5,48). Più “umano” è Luca: «Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso» (6,36). Ideale troppo alto? Proposta valida solo per preti e suore? No di certo: tutti siamo chiamati alla santità. Tutti dobbiamo sentirci corresponsabili nel moltiplicare i doni dello Spirito Santo e nel mettere il nostro carisma a disposizione della Chiesa. Questa, per l’arcivescovo Carlo Maria, deve presentarsi come comunità che:

- è aperta, disposta alla verifica e al confronto, pronta a correggersi, ad abbattere i muri e a creare ponti;
- respira la Parola, vive l’Eucaristia, si lascia trasformare dall’amore;
- prega, pensa e agisce lodando Dio e servendo i fratelli;
- cerca Dio e si lascia da Lui cercare, senza permettere che la debolezza, i limiti e i peccati impediscano di contemplare “la scala di Giacobbe”, mirabile simbolo dell’unione tra la terra e il Cielo, là dove Dio abbozza il nostro destino e ci regala tanti sogni;
- è formata anche da persone grandi, troppo grandi… come i propri desideri; senza limiti; con sogni che solo Dio può appagare;
- alla scuola della bellezza, riparte sempre da Dio, dalla sua legge, dal comandamento dell’amore, per non essere schiavizzata dalle paure e dalle innumerevoli, precarie leggi umane;
- è chiamata ad una continua conversione religiosa: ripartire sempre da Cristo, messo al centro della nostra vita; a una conversione morale: discernimento di quanto è bene e male per me e per la comunità; a una conversione intellettuale: capire gli altri, le diverse culture, fare opera di inculturazione; a una conversione mistica: capacità di vedere e gustare Dio in tutto e in tutti.

Questo l’ideale di Chiesa di Martini che – cosciente dei limiti umani – non parla solo di Pentecoste, ma guarda alla Babele che c’è in ognuno di noi, chiamati ad essere testimoni del Vangelo così, come siamo: con le nostre paure, i nostri spaesamenti, le nostre incongruenze.
Opera titanica, impossibile? Sì, se non diamo spazio allo Spirito Santo affinché operi in noi.
Siamo fango? Ma fu proprio grazie al soffio dello Spirito che il fango delle origini prese vita e si trasformò in essere umano.

Siamo spaventati, insicuri e balbuzienti? Il soffio dello Spirito fa irruzione in noi per darci vita, ricrearci, santificarci.

Siamo incapaci di creare ponti, non apprezziamo la diversità, fatichiamo a vedere il volto di Cristo sul volto del fratello? La nuova Pentecoste che celebriamo ogni anno – ogni giorno, se vogliamo – è l’antibabele, è la misericordia che toglie il nostro peccato, è la forza di accettare chi nella comunità ci critica, chi è molesto, chi non ci ama perché non conosce-non ama lo Spirito Santo, l’Amore.
Siamo fragili? La preghiera diventa la nostra forza:

Apri la mia mente
Spirito Santo, Amore,
perché intenda il linguaggio
dell’eterna Parola,
tesoro da cui trarre
verità antiche e sempre nuove.
Apri le mie labbra,
Spirito d’intelletto e di consiglio,
per cantare e lodare
il santo nome di Gesù:
mio Dio e Fratello,
mio scudo e fortezza.
Apri il mio cuore,
Spirito di sapienza e di scienza
a una continua conversione
per celebrare le meraviglie del creato,
nutrirmi del Pane di vita,
amare e testimoniare il Vangelo.
Apri le mie mani,
Spirito di fortezza e pietà
per tradurre in opere di giustizia
l’affascinante proposta di fede
che mi addita, nel più piccolo dei fratelli,
il mio Signore e mio Dio.

Valentino

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