1° maggio: la festa del lavoro nel tempo della crisi

Un inno all’uomo che lavora. Dal Cristianesimo, il lavoro è sempre stato considerato una realtà positiva. L’Antico Testamento presenta il lavoro umano – nel progetto originario del Creatore – non come una punizione, bensì come un mezzo a noi dato per realizzarci e sentirci noi stessi artefici nel continuare l’opera del Padre. Il creato è il progetto e la realizzazione del “lavoro” del Signore: «Dio, nel settimo giorno, portò a compimento il lavoro che aveva fatto e cessò nel settimo giorno da ogni suo lavoro che aveva fatto» (Gen 2,2). La creazione tutta è la firma dell’umiltà di Dio, che si rivela nascondendosi e ponendo il mondo nelle nostre mani affinché sia contemplato, trasformato e consegnato ai posteri, perché essi pure lo possano godere e migliorare.

Il Vangelo presenta Gesù stesso come «il figlio del falegname»: lavora, infatti, nella bottega di Giuseppe. Afferma che il suo Padre celeste lavora continuamente, perciò Lui pure fa altrettanto e vuole che tutti seguano il suo esempio. Per questi motivi, il primo maggio la Chiesa celebra la memoria di San Giuseppe lavoratore, con l’intento di mettere in evidenza la dignità del lavoro umano che è un diritto, un dovere, uno strumento di perfezionamento, servizio alla comunità e contributo al piano della salvezza.

Davide Maria Turoldo così canta la dignità dell’essere umano che, con il suo lavoro, diventa sempre più visibile immagine del Creatore:

Dio d’amore, o fonte di gioia,
vogliamo offrirti un inno di grazie:
nulla chiediamo se non di cantare,
lodarti in nome di ogni creatura.
Sei tu la vita e vita è luce,
tutte le cose continui a creare,
e formi l’uomo a tua somiglianza,
l’uomo che è il volto del tuo mistero.
La sua sorte tu gli hai svelato,
per te egli chiama le cose per nome
perché capace di scienza e d’amore,
è il compimento dell’opera tua.
L’occhio tuo fondo gli hai posto nel cuore
perché egli scopra le tue meraviglie
e sempre celebri il santo tuo nome,
la tua bellezza narrando nel canto.
A lui affidi i cieli e la terra,
gli apri i segreti del tuo universo,
con lui agisci nell’unico amore
e porti avanti con lui il creato.
Gli dai la donna a sua perfezione,
l’uomo che sia amico e fratello,
con cui insieme soffrire e gioire,
Dio che fondi l’eterna alleanza.

Dalla tradizione del Calendimaggio alla festa del 1° maggio. Molti Paesi europei, tradizionalmente celebravano all’inizio di maggio l’esplosione della primavera, la rinascita della natura, la ripresa del lavoro con le semine o con il ritorno all’edilizia. La festa del Calendimaggio risale a popoli dell’antichità che erano molto in sintonia con i ritmi della natura, quali i Celti e gli Etruschi, che attribuivano molta importanza all’arrivo della bella stagione. La tradizione è continuata nei secoli e in questo contesto, per ragioni politiche, è stata inserita la festa dei lavoratori, a metà dell’Ottocento.

Le lotte del movimento operaio e socialista proponevano «otto ore di lavoro, otto di svago, otto per dormire», quale rivendicazione nei confronti di quanti erano costretti a lavorare dodici ore al giorno. In Italia, il primo maggio 1891 è stato caratterizzato da rivolte con morti, feriti e arresti. L’anno seguente, il primo maggio è stato dichiarato festa universale di rivendicazione e di solidarietà dei lavoratori.

La crisi del mondo del lavoro oggi. Siamo spesso abituati a vedere la “crisi del lavoro” – comune ai giorni nostri – col volto del dipendente singolo che perde il posto di lavoro, o della categoria in lotta per rivendicare migliori condizioni; ma la crisi investe anche il proprietario dell’impresa, piccola o grande che sia. E se questo è persona onesta e sensibile, oltre che a causa dei propri problemi soffre anche per le difficoltà che, a cascata, si riversano sui suoi dipendenti.

Ci sono alcuni datori di lavoro che cercano di reagire all’attuale crisi nel modo più equilibrato possibile, rimboccandosi le maniche in prima persona, ma sono logorati dall’impegno di portare avanti un’azienda che incontra tante difficoltà: le banche strozzano con i prestiti; si ipoteca la casa; si abbozza il contratto di solidarietà.

Si cerca di non licenziare nessuno e si pregano gli operai di comprendere il momento storico che esige sacrifici da parte di tutti, a cominciare dal datore di lavoro, il primo a dover dare il buon esempio di riservarsi un salario come uno dei tanti impiegati. 

Ai lavoratori – se credenti – che sono demotivati, frustrati o preoccupati per il futuro si può citare Qohèlet e ricordare che “c’è un tempo per ogni cosa”: purché ci sia il necessario per vivere dignitosamente, la Parola ci ricorda che c’è una provvidenza specifica per ogni essere umano e che le ricchezze ammazzano le attese, le aspettative e i sogni. Quando Dio vuole purificare e rafforzare il suo popolo, lo chiama nel deserto e lì, per quarant’anni, il popolo eletto scopre che la crisi – la mancanza non del necessario ma del superfluo – è un’opportunità di cambiamento.

Siamo in un momento di crisi? Forse è peggio quella prosperità nella quale – afferma la Bibbia – l’uomo rischia spesso di diventare stolto, insensato e vano. Per chi è abituato ad avere tutto e ad aspettarsi sempre di più è difficile rinunciare alle comodità. In famiglia, è negativo soprattutto dare più soldi del necessario ai figli che, più hanno, più pretendono; è deleterio dare l’impressione che la famiglia provvederà in eterno a qualsiasi loro necessità.

Se non manca il necessario per vivere, una volta ridotte le “cose” che affollano le nostre case e la nostra vita, è più facile prestare attenzione all’essenziale: porsi le domande più radicali sul senso della vita, sui valori, su ciò per cui valga la pena di vivere e di morire. Anche Einstein spiegava in modo chiaro che ogni crisi è da vivere come un’opportunità per cambiare noi stessi, i nostri stili di vita personali e quelli della comunità.

In Dio le risposte. Nel nostro triste quotidiano franare di fronte alle crisi, Dio pone il gioioso argine dell’Amore. È facile cercare e trovare Dio quando tutte le cose vanno bene, quando gli amici rispondono all’amore con altrettanto amore, quando la bellezza del creato aiuta a lodare il Creatore! Ma la crisi ci fa intuire che Dio, paradossalmente, parla di più con il silenzio che con la parola. Lui, Parola che nasce dal silenzio, come la spiga di frumento nasce dal seme che marcisce.

Papa Francesco, al termine della visita “ad limina” dei vescovi italiani, nella sua invocazione a Maria ci ha ricordato che la bellezza «fiorisce dalla fedeltà al lavoro quotidiano». Molti hanno scoperto la bellezza di lavorare “a tempo pieno” per Cristo. Ricordiamo tra i tanti padre Puglisi, oggi beato, ucciso dalla mafia. Particolarmente significativo, per questo santo sacerdote, era un poster raffigurante un orologio senza lancette, dove campeggiava la scritta «Per Cristo a tempo pieno».

Nella crisi generale, nel buio e nel deserto, Dio risponde alla domanda del senso della vita e alle nostre inquietudini facendosi certezza, luce, parola che ci invita anche a celebrare il primo maggio: festa del lavoro, dei lavoratori e di chi non permette alla crisi di rubarci la speranza.

Valentino

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