Pasqua con Tonino Bello, Romero… De André

Don Tonino. Il crocefisso in restauro, nella sagrestia, porta la scritta: “Collocazione provvisoria”. Il vescovo don Tonino Bello supplica il parroco di non rimuovere mai quel cartello, perché per il credente la croce non è la meta del nostro pellegrinare. Siamo fatti per camminare verso la risurrezione. Il Calvario non ammette soste prolungate: dopo tre ore c’è la rimozione forzata.

Con questa immagine guardiamo alla Pasqua per fare un salto dalla croce alla tomba vuota, aiutati dalla sfida degli angeli alle donne accorse al sepolcro: «Perché cercate tra i morti Colui che è vivo?». Chi si attarda presso la tomba, non incontra il Risorto. Solo correndo verso i fratelli rinchiusi nel Cenacolo, lungo la via, appare Cristo vittorioso sulla morte per augurare: «Shalom!», «Pace!».

È Lui, Cristo, la nostra pace: il Dio che non solo «discese dal cielo» per entrare nel nostro nulla e trasformarlo nel tutto, ma addirittura «discese agli inferi», bevve il calice del dolore fino alla feccia con l’intento d’insegnarci che la sofferenza, vissuta senza fede e non irrorata dalla preghiera fa impazzire. Ma, se affrontato con lo sguardo del Figlio di Dio, il dolore crea il capolavoro, fa nascere il “santo”, fa germogliare testimoni della fede disposti a dare la vita, a lasciarsi ammazzare per annunciare che Cristo vive in ciascuno di noi.

Romero. Ecco i martiri di ieri e di oggi. Tra i tanti: Oscar Arnulfo Romero, ammazzato mentre alza il calice del sangue di Cristo, sì che il paladino della giustizia nel Salvador, unisce il suo sangue a quello del Maestro dopo aver detto nell’omelia: «Spesso hanno minacciato di uccidermi. Come cristiano devo dire che non credo alla morte senza la resurrezione: se mi uccidono, risorgerò nel popolo salvadoregno. La mia morte, se Dio l’accetta, sia per la libertà del mio popolo e sia una testimonianza di speranza nel futuro. Posso dire anche, se mi uccideranno, che perdono e benedico quelli che lo faranno. Morirà un vescovo, ma la Chiesa di Dio, ossia il popolo, non perirà mai». Non perirà, perché per il credente l’ultima parola non è lasciata alla morte, ma al gioioso canto del mattino di Pasqua che rinnova l’universo nell’alleluia della Risurrezione.

Romero muore perdonando, dopo aver insegnato alla sua gente a riporre la propria speranza in Dio: quel Dio che non è interessato al nostro peccato, ma al nostro benessere integrale, alla salute dell’anima e del corpo, alla nostra fede nella Risurrezione che è un inno alla vita, e ci fa esplodere nella certezza: «È risorto!», dandoci la forza per ricominciare il cammino con gioia.

È risorto per chi cerca senza mai trovare, per chi dubita o è scettico, per chi chiede senza trovare risposte, per chi sembra indifferente mentre ha un cuore che trabocca di emozioni, per chi ha tradito e non si sente perdonato.

È risorto e ha una parola di speranza da dire al giovane che cerca la libertà, all’adulto che aspira ad essere autentico, all’anziano cui basta l’essenziale, al morente che intravede cieli nuovi e terra nuova.

È risorto e la sua morte genera vita: paradosso possibile solo a Dio, che vuole far brillare il suo volto sul nostro volto e comunicarci la pace.

De André. «A che serve sognare il giorno di Pasqua – qualcuno potrebbe obiettare – se domani comincerò ancora la stessa vita, con le stesse rogne e le stesse croci?». Torna il concetto di “croce” vissuta in modo negativo, non come trampolino di lancio verso la risurrezione, ma come pietra di inciampo, pietra di scandalo, per chi non si allena a vivere con quella speranza che faceva cantare a Fabrizio De André: «Gioia e dolore hanno un confine incerto».

Ne La Buona Novella, De André ci aiuta a capire che la fede è un dono, l’amore è un bisogno e la speranza è la virtù per eccellenza che ha reso grande Maria: speranza alimentata da una fede semplice, tenace e coraggiosa. Alla Mamma del Salvatore, il cantautore consacra versi stupendi:

E te ne vai, Maria, fra l’altra gente
che si raccoglie intorno al tuo passare,
siepe di sguardi che non fanno male
nella stagione di essere madre.
Sai che fra un’ora forse piangerai
poi la tua mano nasconderà un sorriso:
gioia e dolore hanno il confine incerto
nella stagione che illumina il viso.
Ave Maria, adesso che sei donna,
ave alle donne come te, Maria,
femmine un giorno per un nuovo amore
povero o ricco, umile o Messia.
Femmine un giorno e poi madri per sempre
nella stagione che stagioni non sente.

Maria tutti noi riassume e rappresenta, lì, ai piedi della croce, dove la sua fede è messa alla prova, nel confronto tra suo Figlio che muore per risorgere e gli altri suoi figli – come i ladroni – che sembrano morire per sempre agli occhi delle loro madri. Assieme a loro piange:

Piango di lui ciò che mi è tolto,
le braccia magre, la fronte, il volto,
ogni sua vita che vive ancora,
che vedo spegnersi ora per ora.
Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
e chi ti chiama – Nostro Signore –,
nella fatica del tuo sorriso
cerca un ritaglio di Paradiso.
Per me sei figlio, vita morente,
ti portò cieco questo mio ventre,
come nel grembo, e adesso in croce,
ti chiama amore questa mia voce.
Non fossi stato figlio di Dio
t’avrei ancora per figlio mio.

Meglio un figlio dell’uomo vivo o un figlio di Dio morto? Povera donna, Maria, quanto le è costata la sua fede! Ma è la speranza di Maria che affascina il Cantautore che non teme di affermare: «Io nel vedere quest’uomo che muore, madre io provo dolore; nella pietà che non cede al dolore, madre ho imparato l’amore».
Con De André canto la speranza dei poveri. Poveri di beni materiali ma ricchi di quella fede che li rende felici al pensiero che Cristo è uno di loro. I poveri non si sentono schiacciati dai loro peccati: sanno che Cristo ha pagato per loro. I poveri non hanno nulla da perdere con la morte: sperano – anzi credono – che due braccia li attendono “oltre il muro d’ombra”. I poveri si possono permettere il lusso di cantare:

Dio del cielo se mi vorrai
in mezzo agli altri uomini mi cercherai.
Dio del cielo se mi cercherai
nei campi di granturco mi troverai.
Dio del cielo se mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a cercare.
Dio del cielo se mi vorrai amare
scendi dalle stelle e vienimi a salvare.
Dio del cielo se mi cercherai
in mezzo agli altri uomini mi troverai.
Dio del cielo io ti aspetterò
nel cielo e sulla terra io ti cercherò.

Valentino

Commenti

  1. silvia.
    apr 13, 19:35 #

    Grazie ancora una volta.
    La Croce, è sempre collocazione provvisoria.
    Anche se dura tutta la vita,rientra in quelle tre ore in cui si fece buio in tutta la terra.
    Per il credente. Che, nella Fede, sa che c’è già la Resurrezione.
    Così, don Tonino Bello. Così Romero.
    Così tanti che silenziosamente, con il grembiule al posto della stola, (Messa in cena Domini) vivono Croce ed Eucaristia, in una anticipata Resurrezione, sperimentando come “gioia e dolore hanno il confine incerto”.
    Contemplo stasera Maria, con le parole di De André.
    “Figlio nel sangue, figlio nel cuore,
    e chi ti chiama – Nostro Signore –,
    nella fatica del tuo sorriso
    cerca un ritaglio di Paradiso”.
    Buon Giovedì santo, grazie per essere un Prete.
    Buona Santa Pasqua!

  2. luca fontana
    apr 16, 11:39 #

    sante parole. il Signore è risorto alleluia.
    shalom caro don valentino e buona pasqua

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