Ponte Nossa, 27 Febbraio 2008

Trascendenza

Era così fin da ragazzo: o tutto o niente. Gareggiava con me nel pregare quanto più possibile e nello spendere il tempo libero raccogliendo carta e stracci per i paesi impoveriti. Volendomi bene, si rassegnava che io avessi voti migliori a scuola. Ma poi si rifaceva nell’attività sportiva, contando anche sulla mia scarsa predisposizioni per le attività manuali o pedestri, come il rincorrere una palla…

Visse l’adolescenza come un continuo conflitto con tutto e con tutti: voleva sì diventare santo, ma non subito. Invidiava la mia determinazione nel voler essere prete, ma gli pareva assurdo il celibato. Si sforzava d’essere coerente, ma, soprattutto a primavera, continuava a ripetermi che, “quando si svegliava in lui la bestia”, le idee cessavano di essere chiare e distinte: la testa diceva una cosa, ma il corpo e il cuore ne urlavano un’altra.
Mi stette vicino nelle ore del dolore e all’approssimarsi dell’ordinazione sacerdotale. Una vicinanza strana: non diceva una parola. Ma era lì, presente con un affetto silente che un po’ mi sconcertava.

Quando arrivò per lui il momento della crisi, sapendo che le parole sarebbero cadute nel vuoto, decisi di agire ricorrendo al linguaggio delle parabole. Salimmo un’alta montagna, ai piedi di un ghiacciaio, là dove i mille rivoli d’acqua si fanno torrente e poi, in un crescendo di fragore, fiume. Seguimmo il suo corso che inesorabilmente andava ingrossandosi. E arrivammo alla pianura, là dove il fiume diventava calmo e il suo anelare al mare si faceva pacato.

E poi fummo presso il delta del fiume, su una silenziosa spiaggia. Invitai l’amico a porre la tenda e restare da solo tutta una giornata. Lo pregai di pensare a come l’acqua del fiume, finalmente libera di fluire senza le costrizioni degli argini e della gravità, può tornare a tendere verso l’alto.

Comprese che anche nella vita dell’essere umano tutto quello che si arrende alla legge dell’inclinazione, tutto quello che scorre seguendo semplicemente il proprio corso, non migliora il carattere di una persona, né fa progredire la società. Non libera le potenzialità. Non fa crescere a quel livello di bellezza e di bontà che è tanto più umano quanto più è divino. Capì con la testa, ma non con il cuore. E cadde nell’abisso, facendo pagare i suoi errori alle persone a lui più care.

Abisso chiama abisso. Cosciente del suo sbaglio, non perdonò se stesso, ma si punì – e punì noi amici – rompendo i ponti con tutti.

Dopo molti anni, l’immagine dell’acqua che evapora creò in lui la nostalgia delle cose belle in cui aveva creduto nel passato. Non chiese aiuto, ma si limitò a scrivermi: «Ho sbagliato tutto». Ma in calce, dopo la firma, aggiunse: «la più grande delusione della tua vita».

E quando le lacrime cessarono di rigarmi il volto, presi la penna e scrissi:

…E quando all’orizzonte si abbozzò la sagoma
di quel corpo tanto atteso e sognato,
il padre, ubriaco di vivida luce,
gli corse incontro, lo baciò, lo lavò con le sue lacrime.

Gli diede il vestito più bello
gli mise al dito l’anello per indicare
che lo creava erede universale dei suoi beni
e fece festa ammazzando il vitello grasso.

L’antico dolore si mutò in passi di danza.

Non ricordò più le notti insonni
con quel dolore che gli attanagliava il ventre.

Quanto più il figlio s’era allontanato
fisicamente dalla sua casa
tanto più era entrato in profondità nel suo cuore.

E mai, in realtà era stato senza di lui,
perché colui che fu amato e poi si perse
non poteva essere là dov’era fuggito,
ma ovunque egli, il padre, si trovasse.

E in cuor suo benediceva Dio
che nella sofferenza dilata gli orizzonti
purifica lo sguardo
redime l’amore e lo rende universale.

Ringraziava Dio
che l’aveva fatto attendere
anni e anni,senza rancore,
perché ‘amato stesso è il premio dell’amore.

Benediceva Dio
che fa più festa in cielo
per uno peccatore pentito
che per i novantanove giusti
rimasti nella casa del Padre.

No, nessuna delusione
ma solo un canto d’amore a Dio
che “non turba mai la gioia dei suoi figli
se non per prepararne loro
una più certa e più grande”.

Quella lunghissima lontananza
ha creato il senso dell’avvento
e dell’attesa del giorno
in cui finalmente avverrà il miracolo.

Vedrò. Capirò. M’inginocchierò.

E a Dio darò ragione.

Valentino

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