Il dolore come opportunità

«Puoi precisare in che senso la sofferenza e la crisi possono essere intese come opportunità?»

L’ideogramma cinese che esprime la parola “crisi” è formato dagli stessi elementi che indicano l’opportunità. La sofferenza, come ogni esperienza umana, è fonte di un sapere che ha per oggetto la vita stessa. In ogni cultura è presente l’idea che la sofferenza insegna a vivere, così come stimolo a vivere pienamente sono il piacere, la bellezza, il bene e la virtù. Da ogni situazione una persona può imparare molto: anche dal peccato, dal limite, dal dolore e dalla morte, vissuta come stimolo a migliorare la propria esistenza, e a non perdere tempo rimandando a domani il bene che può essere compiuto oggi.

Ogni nostra esperienza ci apre a valori umani e divini. Valori che provengono da Dio e ci portano a Lui. Pure dolore e sofferenza vengono da Dio? Si può rispondere che non accade nulla a cui Dio sia estraneo: per il credente, ogni esperienza è un’occasione per mettersi in contatto con Dio, anche se ci risulta difficile spiegare il modo con il quale Egli sia presente nel dolore. Per qualcuno sa di bestemmia affermare la presenza del Signore nel dolore. Altri, invece, vedendo come molte persone nella sofferenza si addolciscano, si umanizzino e diventino buone, sperimentano il dolore come una opportunità, anzi, come una grazia. La sofferenza ci immerge in quella “debolezza” che – secondo la logica di San Paolo – è la vera forza, perché apre al divino e insegna a fidarsi degli altri, soprattutto di quell’Altro che è Dio, incontrato nella preghiera di supplica, di lode e di abbandono totale alla Provvidenza.

Benedetto XVI, a Loreto nel 2012, dà un volto positivo alla crisi: «Nella crisi attuale che interessa non solo l’economia, ma vari settori della società, l’Incarnazione del Figlio di Dio ci dice quanto l’uomo sia importante per Dio e Dio per l’uomo. Senza Dio l’uomo finisce per far prevalere il proprio egoismo sulla solidarietà e sull’amore, le cose materiali sui valori, l’avere sull’essere. Bisogna ritornare a Dio perché l’uomo ritorni ad essere uomo. Con Dio anche nei momenti difficili, di crisi, non viene meno l’orizzonte della speranza: l’Incarnazione ci dice che non siamo mai soli, Dio è entrato nella nostra umanità e ci accompagna».

Con le parole di Kalhil Gibran esprimiamo in forma poetica gli stessi concetti: «Dolore è il rompersi del guscio che racchiude la vostra intelligenza. Così come il nocciolo del frutto deve rompersi perché il suo cuore possa esporsi nel sole, così dovete voi conoscere il dolore.
E se voi sapeste tenere il cuore in stato di meraviglia di fronte ai quotidiani miracoli della vita, il dolore vi apparirebbe non meno mirabile della gioia. E voi accogliereste le stagioni del vostro cuore, così come sempre avete accolto le stagioni che si susseguono sui vostri campi.
E vegliereste sereni durante gli inverni del vostro dolore.

Molto del vostro dolore è scelto da voi stessi. È l’amara pozione con la quale il medico che è dentro di voi guarisce il vostro io malato. Confidate perciò nel medico e bevete il suo rimedio in silenzio e tranquillità.
Poiché la sua mano, benché grossa e rude, è guidata dalla tenera mano di Chi non è visibile, e la coppa che vi porge, benché vi bruci le labbra, è stata ricavata dalla creta che il Vasaio ha inumidito di lacrime sacre».
Con un’immagine evangelica provo a mostrare come la sofferenza possa essere intesa come opportunità, partendo dal presupposto che «gioia e dolore hanno un confine incerto». In ogni situazione della vita ci troviamo a dover scegliere, siamo confrontati da una serie di dilemmi. Questi non vanno risolti tagliando un corno del dilemma stesso, ma cercando di trarre il meglio da ogni situazione.

A Cana di Galilea c’è una festa di nozze. Si entra nella sala del banchetto cantando un Salmo, accompagnato dal ritmico battito di mani e dal passo di danza. Possiamo quindi pensare che anche Gesù e Maria seguano questo rito, danzino e si siedano l’uno accanto all’altra, come è bene raffigurato dal dipinto di Giorgio Vasari Nozze di Cana, con il tenero tocco di Gesù che mette la sua mano sulla mano della Mamma.

La festa, però, rischia di essere offuscata da un inconveniente che la Madonna sussurra a suo Figlio: «Non hanno vino». Ora sul volto del Signore c’è un velo di tristezza, che non può essere dissipata da una frase dura come quella che Gesù pronuncia: «Donna, che vuoi da me?». Frase che si presta a varie interpretazioni, tra le quali ci potrebbe essere la seguente: «Perché chiedi che compia io ciò che pure tu puoi fare?». È un modo per prendere le distanze, non compiendo un miracolo che avrebbe un duplice volto: rivelare che Gesù è il Messia e anticipare la sua morte.

Immagino che gli occhi di Madre e Figlio si incontrino. Gesù è turbato, forse proprio come lo era stata Maria all’annuncio dell’angelo Gabriele. C’è una proposta. C’è una opportunità. Gioia e dolore sono a portata di mano. Non si deve scegliere l’una per scartare l’altro.

C’è una muta intesa tra Madre e Figlio. Questi deve intraprendere la sua strada, anche se porta al dolore di Maria che resterà sola e di Gesù che s’incamminerà verso il Calvario.

«Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola». Ora il «Sì» della Vergine Madre aspetta una conferma dalla scelta di Cristo. Prevarrà il turbamento e la paura o l’esempio della Madre? Ella, all’Annunciazione, accetta che i suoi progetti umani siano ribaltati e concepisce un Figlio che in un certo senso “non sarebbe stato suo”. E ancora una volta il turbamento si muta in atto di fede e la sofferenza in opportunità.

Valentino

Commenti

  1. Andrea Belluschi
    mar 23, 00:44 #

    E’ molto bello don Valentino come lei veda ed esponga la vita di Maria e Gesù con dolcezza ed estrema umanità. Pensare a come si incontravano i loro sguardi nella vita quotidiana fa venire davvero i brividi dallo stupore. Lo sguardo del Figlio di Dio che incrociava lo sguardo della Madre di Dio credo sia una delle più meravigliose immagini che si possano concepire dalla nostra limita mente umana. San Giuseppe, pur non capendo bene la totalità di questo Infinito mistero, presumo sapeva cogliere molto bene questi momenti estremamente contemplativi, pur nelle sue immense fatiche e responsabilità di ogni giorno, credo proprio che si godeva con un sereno sorriso questi dolcissimi e semplicissimi momenti di massima umanità.

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