«C’è una razionalità nel mistero del dolore?»

La teologia cattolica parla di “grazie di stato” per indicare che, in situazioni specifiche, Dio elargisce le grazie necessarie per assolvere bene il proprio dovere, o per superare una particolare difficoltà. Nell’ora della sofferenza, Dio è presente e concede grazie supplementari. Qualcuno nel dolore perde la fede, ma molti altri la rafforzano. Tra i tanti esempi: una diciottenne corre in ospedale perché il padre è stato aggredito e colpito a morte. È il tempo della Quaresima e nella cappella il prete sta percorrendo la Via Crucis. Alla dodicesima stazione, una suora accosta questa giovane per dirle che il padre è deceduto. Gesù muore in croce. Suo padre muore nella sala operatoria. Dopo alcuni giorni dal funerale, ecco una dichiarazione di squisito sapore biblico: «Prima dell’assassinio di mio padre credevo per sentito dire. Ora vedo Dio». Non c’è nessuna razionalità in ciò: c’è un rapporto singolare tra Dio e il sofferente, avvolto nell’abbagliante luce del Mistero.

Mistero è Dio. Mistero è il dolore. E nel mistero si entra ad uno ad uno, con i propri piedi, con la propria esperienza, con la grazia specifica che Dio accorda a chi in Lui si abbandona.

Quando poi si abbraccia questa logica, il mistero del dolore assume un volto sorprendentemente nuovo, inedito e profetico, come si è rivelato a me – tra le tante esperienze – nella Quaresima del 2012, allorché ho sentito sulla mia pelle come la croce lasci un segno, sempre, e come sia bello volare sulle ali della croce.

È il venerdì precedente la settimana di passione. In un bellissimo parco, di notte, i giovani drammatizzano la Via crucis, secondo il Vangelo di Marco. La pesante croce, trascinata a fatica dal “Gesù del 2012”, lascia una lunga traccia sul sentiero doloroso. Gesù non passa mai invano. Lascia un segno. Sempre.

La sacra rappresentazione si conclude in un convento di clausura delle suore Clarisse. Lì una giovane postulante offre la sua testimonianza, oltre la grata: «L’anno scorso, anch’io ero una di voi, dall’altra parte. Ma la croce ha lasciato in me una profonda traccia. Per un po’ ho cercato la clausura del cuore. Poi ho fatto il salto… e sono qui ad adorare la croce. E il Crocefisso riempie la mia vita».

…Sabato. In una grande sala incontro studenti liceali. Noto su una parete l’impronta di una croce che è stata rimossa. Inizio la relazione indicando agli studenti il segno bianco lasciato dal crocefisso. Qualche secondo d’imbarazzante silenzio, poi cambio il tema dell’incontro. Parlo del mistero del dolore illuminato dal mistero di Dio. E concludo con la frase già accennata nei precedenti articoli: «Senza Dio il mondo appare assurdo. Con Dio rimane mistero. Meglio, comunque, abbracciare il mistero che lasciarsi soffocare dall’assurdo».

…Domenica delle Palme. Fuori dalla chiesa, seduto per terra, un uomo avanzato in età e proveniente dalla Colombia, sereno, stende la mano al passante. Lo invito a colazione. Positivamente sorpreso, accetta con un bel sorriso. Tra le tante confidenze, una è un capolavoro: «Sono talmente povero da non avere neppure un padrone». E mi mostra la sua ricchezza: una croce di legno, sotto la logora, maleodorante camicia.

In tre giorni, quattro richiami alla croce, quali provvidenziali stimoli a vivere la Settimana Santa immedesimandomi nei Vangeli che narrano la passione di Cristo e… di Giuda.

Fiorisce l’albero della croce su cui pende Cristo. Inaridisce e muore l’albero su cui Giuda s’impicca.

Tre chiodi e una corda. Straziante fine: una benedetta e l’altra disperata. Morte di Cristo: salvezza universale. Morte di Giuda: perenne monito alla vigilanza per non soccombere nell’ora della prova.

Oggi, nel rileggere più volte la passione, mi sento fratello dell’impiccato. Sospeso tra cielo e terra, cammino su una fune, alzando gli occhi verso il Redentore, verso la Pasqua eterna.

Nell’attesa dell’alleluia della Risurrezione, contemplo la croce. La sua. La mia. Una croce che non devo piallare, ma abbracciare. Non dimostrare, ma amare. Non spiegare, ma adorare.

Solo allora capirò, e a Dio darò ragione: la croce formerà le mie ali e mi introdurrà in un amore più forte della morte. Mi trasformerà in quell’amore che nessuna tomba può contenere. Come Cristo… risorgerò.

Valentino

Commenti

  1. ANDREA BELLUSCHI
    mar 5, 22:44 #

    Continui così don Valentino perché con questo linguaggio autentico, di autentica testimonianza, arriva dritto dritto ai cuori, senza ipocrisie, senza peli sulla lingua come si dice, e in questo modo, comunicando con la sua vita le assicuro che arriva molto e arriverà ancor di più ai giovani.
    Stiamo vicino ai tanti Giuda di oggi, sono nostri fratelli, potremmo essere noi al loro posto, potrebbe capitare a noi, ma noi, lo sappiamo, con la fede, amiamo troppo la vita.

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