Festa della luce, della profezia, del dolore redento

L’attesa. Il genere umano, per generazioni e generazioni, grazie alle profezie dei giusti dell’Antico Testamento attende la realizzazione della promessa di Dio: la nascita di una Donna, simbolo dell’umanità perfetta, pronta ad accogliere il dono di una inaudita maternità.

L’ultima profezia – cantata dall’evangelista Luca (2,22-38) – parla di una Luce che squarcia le tenebre e di un amore esteso a tutti. Protagonista è l’anziano Simeone che, secondo la leggenda, era cieco. Il suo nome significa: Jahweh ha ascoltato. Ha accolto la sua supplica di vedere il Salvatore prima di morire. E quando lo ha tra le braccia, canta: «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo vada in pace secondo la tua parola».

Poi profetizza: Cristo sarà pietra di scandalo. E per Maria ci sarà tanto dolore: «…e anche a te una spada trafiggerà l’anima». A Simeone si accosta Anna (“ricca di grazia”): Ella loda Dio per la redenzione d’Israele.

La giovane Madre. «Rallegrati, piena di grazia», aveva annunciato l’angelo a Maria. Ma Ella subito sperimentò quanto quella maternità, inserita nel progetto di Dio, cozzasse contro un grave scoglio: la difficoltà di far accettare il Mistero che in Lei prendeva corpo.

Simeone mostra che la maternità, oltre alla gioia legata al dono della vita, implica pure una morte: per proiettare il figlio nella vita, la mamma deve morire a se stessa. L’autonomia del figlio – la possibilità che egli si realizzi nella libertà – esige dalla madre il sacrificio di staccarsi da colui che tanto ama, il frutto di tutti i suoi sogni.

Qual è quella mamma che non sente la tentazione di rinviare più in là possibile il momento dell’autonomia della propria creatura? È motivo di tristezza il pensare al momento in cui Gesù lasciò Maria per andare nel deserto! Immaginiamo le mani dei due che si attardano a staccarsi, là, sulla porta di casa. Porta che quella notte, forse, Maria lasciò socchiusa, nella speranza che Gesù ci ripensasse, e tornasse a dormire nel suo letto… E che atto di eroismo il distacco a Cana, quando Maria anticipò l’ora della morte-resurrezione di Cristo, mettendolo di fronte al fatto compiuto: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela»!

Nelle parole di Simeone c’è, inoltre, un riferimento ai momenti critici che Maria dovrà affrontare, nell’ora più tenebrosa della storia: la passione di Cristo, il deicidio.

Oltre l’idillio del Natale. Ora il cupo presentimento di Maria prende corpo nella profezia: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione – e anche a te una spada trafiggerà l’anima –, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

Se ne va la Madre alla sua dimora con pesante fardello di dolore, sorretta solo dall’amorevole, silenzioso sguardo di Giuseppe. Pallida e pensosa guarda suo Figlio con ansioso stupore, gravido di sfide: «Chi ho portato per nove mesi in questa mia carne preannunciata santuario di Dio? Dovrà questo mio latte nutrire il sangue stesso del mio Signore per renderlo pietra d’inciampo, causa di caduta per molti? E in me, che volto avrà quella profetica spada?».

Per pudore, forse, Maria non avrà manifestato i suoi sentimenti neppure a Giuseppe, che silenzioso contempla quanto la sua donna assomigli a Dio, quanto gli sia vicina, quanto soffra, mentre il Figlio di Dio, sereno, si nutre dal suo seno.

«Gioia e dolore hanno un confine incerto». La presentazione di Gesù al tempio ha un messaggio alquanto rilevante per ogni generazione. Per i nostri tempi s’impone la necessità di fare tesoro di tre aspetti messi in evidenza dall’evangelista Luca: la ricerca della Luce, l’urgenza della profezia e la necessità di immergerci nel mistero del dolore, da considerare come opportunità per crescere in “sapienza e grazia”.

La ricerca della verità e della Luce può essere fatta con grande profitto sulle orme di Sant’Agostino. I suoi scritti andrebbero letti con quella intuizione che si presta a sintetizzare tutta la sua vita: «Ama e capirai». Capirai quella verità antica e sempre nuova che il vescovo di Ippona, nel libro Le Confessioni , lamenta di aver scoperto troppo tardi:

«Tardi ti ho amato, Bellezza tanto antica e tanto nuova; tardi ti ho amato!
Tu eri dentro di me, e io stavo fuori, ti cercavo qui, gettandomi, deforme,
sulle belle forme delle tue creature. Tu eri con me, ma io non ero con te.
Mi tenevano lontano da te le creature che, pure, se non esistessero in te, non
esisterebbero per niente. Tu mi hai chiamato e il tuo grido ha vinto la mia sordità;
hai brillato, e la tua luce ha vinto la mia cecità;
hai diffuso il tuo profumo, e io l’ho respirato, e ora anelo a te;
ti ho gustato, e ora ho fame e sete di te; mi hai toccato, e ora ardo dal desiderio della tua pace».

La profezia può essere utilmente vissuta da chi comprende il significato del verbo profetizzare: parlare guardando in faccia una persona (“pro” significa “davanti e “femì” significa “parlare”). Profeta è colui che parla chiaro, senza temere di far ricorso a un linguaggio scomodo, provocatorio e fonte di futura pace, benché di immediato dolore. Negli sconvolgimenti economici, sociali e culturali del nostro tempo, nell’esplosione attuale dell’individualismo, nell’ubriacatura del consumismo s’impone la ricerca di una parola profetica. Profeta è colui che nella crisi annuncia la speranza, condivide un cammino, prende per mano e, se dà un suggerimento, è disposto a pagare per lo meno la metà di quanto viene a costare il viaggio. Profeta è colui che, prima di proclamare la verità, la testimonia con la disponibilità a farsi dono per chi incontra. 

Questa la profezia secondo il mondo biblico, dal quale ci viene anche un suggerimento molto prezioso: quello dell’ascolto. La prima cosa che compie l’ebreo praticante al risveglio è pronunciare il suo atto di fede: «Shemà Israel (Ascolta Israele)». Ma «Shemà» implica l’ascolto con il cuore, il confronto, la compartecipazione. Solo chi ascolta la Parola può esercitare il compito ricevuto nel battesimo di essere profeta, sacerdote e re.

Chi cerca la Luce, chi si sforza di essere profeta, inevitabilmente s’imbatterà in quella sofferenza che solo l’Amore redime. Un Amore che ci purifica e ci fa grandi, proprio mentre ci fa passare per il fuoco e ci umilia. Un Amore che non è un’astrazione, ma ha il volto del più bello tra i figli dell’uomo: Gesù. Lui che, di fronte al male del mondo, non è scappato, ma l’ha assunto su di sé per insegnarci che l’umanità si salva con l’offerta totale di sé, con l’entusiasmante avventura di realizzarci pienamente come esseri umani, con lo scopo di concretizzare il progetto del Padre: renderci creatori, come Lui; salvatori come Cristo; vivi e vivificanti come lo Spirito Santo. Da Lui – l’Amore – impariamo che, contro i mali del mondo, Dio ha creato ciascuno di noi, a sua immagine. Creati per essere luce per chi non crede, parola per chi vacilla, amore per chi soffre.

Valentino

Commenti

  1. Antonio
    feb 5, 18:15 #

    Grazie don Valentino. Sono parole bellissime. Io personalmente ho difficoltà perché non sono capace di ascoltare con il cuore. Ho difficoltà a cercare la luce la verità. Forse vivo la vita nel mio mondo senza dividere il pane con il prossimo vestire i parenti i senza tetto. Ed ecco parlare invano sugli altri giudicandoli. Mi manca anche il fatto di riuscire a guardare una persona negli occhi quando mi parla.

  2. NUCCIA
    feb 6, 23:25 #

    CIAO DON AUGURI DI BUON COMPLEANNO, NUCCIA

  3. fontana luca
    feb 8, 13:50 #

    la frase che mi ha colpito di più è nel finale. DIO HA CREATO CIASCUNO DI NOI, A SUA IMMAGINE. CREATI PER ESSERE LUCE PER CHI NON CREDE, PAROA PER CHI VACILLA, AMORE PER CHI SOFFRE. cerchero di essere profeta in patria come mi avevi detto tanti anni fà. ciao a presto

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