«Il dolore è per tutti un enigma?»

Per il credente il dolore è un “mistero”. Ho già spiegato l’etimologia di questa parola, che può essere così ulteriormente illustrata: per “mistero” viene indicato l’atto di mettere la mano alla bocca per costringersi a tacere, o per non esternare un grande senso di meraviglia. Fa riferimento a un evento arcano, di cui non si deve parlare pubblicamente, perché riservato agli iniziati. Mette in luce una realtà che si può intuire grazie all’apertura al trascendente, a Dio.

Senza Dio non capisco la vita, il mondo, l’universo e – tanto meno – il limite, il male e il peccato. Supero l’aspetto enigmatico della sofferenza quando la considero nel contesto del provvidenziale e misterioso piano di Dio, da intendersi non come Provvidenza “generica”, ma specifica: Dio è tutto per ciascuno di noi. «Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato» (Is 49,16).

Capita non di rado d’incontrare genitori che soffrono perché, dopo aver tanto faticato per allevare un figlio, dopo aver sperimentato tante gioie nel vederlo crescere, a un certo punto devono accettare la sua lontananza: egli se ne va – spesso, senza mostrare un minimo di gratitudine –, li va a trovare raramente e, se sposato, frequentemente ha problemi nel rapporto coniugale. Analoga situazione per educatori e sacerdoti: essi sviluppano una paternità spirituale nei confronti di giovani che, a un certo punto, spariscono completamente, o si fanno sentire solo quando sono nei guai o devono affrontare un lutto.
Scompaiono, ignari della sapienza indiana: «Se hai un amico, va’ spesso a trovarlo perché le spine e le siepi invadono la via che non viene percorsa». Ad uno ad uno, tutti se ne vanno. E il genitore o l’educatore resto solo, e il sacerdote si trova nella chiesa vuota, ad intercedere, a fare memoria di quanti ama. Un nome. Un sorriso. A volte una lacrima.

Gli amici, i figli spirituali e tanti conoscenti ad uno ad uno la vita ha condotto in diversi angoli della terra. Ha distaccato, sradicato, piantato altrove. E la vita non è un’astrazione, ma un volto e un nome: quello del più bello dei figli dell’uomo. Lui, Gesù, suo Padre e l’Amore. Provvidenza specifica, ripeto: Dio conta solo fino ad uno. Questa Provvidenza fa sì che, una dopo l’altra, il nostro albero perda tutte le foglie, in modo che resti solo l’essenziale: nudi rami, quali braccia imploranti misericordia. Rami secchi, che, visti in prospettiva del cielo, vi scrivano parole di speranza e di vita.

Certo, la prova può anche far diventare cattivi, far perdere la fiducia o, addirittura, la fede. Dio ci mette alla prova «per sapere quello che avevi nel cuore, se tu avresti osservato o no i miei comandi» (Dt 8,2). Egli rischia: non sa come risponderemo. Ma non indietreggia di fronte alla ribellione, come fecero i nostri padri nel deserto. Il nostro è il Dio della radicalità. Chiama. Accetta il rischio. Vive nel dolore e nell’incertezza che il figlio non lo capisca, l’insulti e perda la fede. Ma Lui è sempre lì ad aspettare il momento del ritorno. Come un genitore aspetta il ritorno dell’adolescente che sballa e come un coniuge tradito attende che il partner torni al primitivo amore.

E nella prova, per lunga che sia, a Dio interessa che il figlio apprenda a fidarsi di Lui e ad osservare i comandamenti.

È necessario fare il deserto dentro di noi? I grandi, i mistici fanno la scelta del deserto per stare con Dio e con Lui solo. Per chi non sceglie volontariamente questa strada per arrivare alla fede, si fa avanti la Provvidenza a creare situazioni di deserto: oltre agli amici che se ne vanno, il partner che non ama più come nei tempi della giovinezza, i figli che migrano in cerca di un lavoro e di un futuro, la morte che infrange un idillio… 

Deserto sbattuto in faccia? Dolore assurdo? Richiesta di una fedeltà eccessiva per le forze umane? Ideale troppo alto? I nostri padri nel deserto furono sorretti con il pane del cielo: la manna. Noi oggi abbiamo molto di più: il corpo e il sangue di Cristo, indispensabile forza per far fiorire i nostri deserti.

Provvidenza specifica: nel dolore si diventa grandi. La fede in una Provvidenza specifica è contestata da quanti – increduli, agnostici o atei – ritengono che il male sia legato al progresso della natura e della persona, all’evoluzionismo e a ogni forma di sviluppo. Male: realtà ritenuta inevitabile in un mondo in evoluzione, in questa nostra terra che trema, perché ha un cuore incandescente.

Possiamo dire che la sofferenza sia enigmatica in quanto va al di là di ciò che è sperimentabile. Ma la fede ci fa passare dall’enigma al mistero, indicandoci nella sofferenza qualche cosa che non è solo materiale, ma contiene un rimando a Dio.

Come cristiani, consideriamo ogni sofferenza come uno strumento che non ha un senso in se stesso, ma ci sprona alla ricerca del senso della vita. Affidandoci senza condizioni al Mistero, nella debolezza sperimentiamo la forza; nella morte, la vita; nella croce, la resurrezione. Non si può dare una risposta razionale a questa affermazione, ma esistenziale: abbiamo l’esempio di molti che, attraverso la prova del dolore affrontata con fede, sono diventati belli, grandi e santi: da San Paolo a Santa Teresa di Gesù Bambino, dal martire Sant’Ignazio all’innumerevole schiera dei cristiani che non sarà mai elevata agli onori degli altari, ma che forse supera in santità molti di coloro che sono stati canonizzati e proposti a modello per tutti i cristiani di ogni parte del mondo. Valentino Salvoldi

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