«Era necessario che Gesù soffrisse?»

«…ma il terzo giorno risorgerà» (Mt 17,23)

Anche Dio è infelice. È questo il titolo di un libro molto bello di Davide Maria Turoldo. È uno scritto che anticipa tante idee care al Papa, ribadite anche nel Natale 2016: «Il mistero del Natale, che è luce e gioia, interpella e scuote, perché è nello stesso tempo un mistero di speranza e di tristezza».
E ancor prima: «Lasciamoci interpellare dal Bambino nella mangiatoia, ma lasciamoci interpellare anche dai bambini che, oggi, non sono adagiati in una culla e accarezzati dall’affetto di una madre e di un padre, ma giacciono nelle squallide “mangiatoie di dignità”: nel rifugio sotterraneo per scampare ai bombardamenti, sul marciapiede di una grande città, sul fondo di un barcone sovraccarico di migranti. Lasciamoci interpellare dai bambini che non vengono lasciati nascere, da quelli che piangono perché nessuno sazia la loro fame, da quelli che non tengono in mano giocattoli, ma armi».

Cristo oggi continua a soffrire in queste situazioni disumane, così come soffrì duemila anni fa, condannato a morte, perché… parlava d’amore.

Da Natale a Pasqua la stessa domanda: «Era necessario che Cristo soffrisse?».

Dal punto di vista storico, visti i comportamenti di Gesù nei confronti della Legge, degli scribi e dei farisei – ha sistematicamente infranto la Legge e chiamato ipocriti le guide spirituali del suo tempo – è innegabile che abbia dovuto soffrire ed essere messo a morte. Anzi, fa meraviglia che abbia potuto durare così a lungo – tre anni – quando, fin dall’inizio del suo ministero, i Sinottici ci dicono che i capi del popolo cercavano di metterlo a morte. Quindi potremmo dire che la sofferenza di Gesù fu “una necessità storica” legata anche al fatto che neppure i “suoi” l’hanno capito, l’hanno lasciato solo, l’hanno venduto e rinnegato.

L’enigma del dolore. Ai discepoli di Emmaus Gesù ha posto una domanda: «Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?» ([Lc 24,26]). Questa frase, probabilmente, sta ad indicare che il bene sarà sempre combattuto dal male, perché la società, voluta buona da Dio, considera il male più appetibile del bene. Noi crediamo che Dio può far trionfare il bene anche senza passare attraverso il male, ma lo farà nei tempi e nei modi solo a Lui noti.

Dalla prima pagina della Bibbia risulta chiaro che la sofferenza, il dolore e la morte come li viviamo ora non sono stati voluti dal Creatore, che “vide come bello e buono tutto quello che aveva fatto” e quando creò la coppia delle origini “vide che era molto bella e molto buona”. Il male nel mondo – ci dice il libro della Sapienza (cfr. 1,1-15) – non fu voluto da Dio, ma è conseguenza della libera scelta dell’essere umano: il peccato delle origini, ratificato dai nostri peccati personali.

Umanamente parlando, il dolore non ha una spiegazione razionale: arriva, capita, incombe… Qualcuno direbbe che è la semplice conseguenza di un mondo in evoluzione. La ragione pura e semplice ammette la sua incapacità di fornire una spiegazione. La Rivelazione abbozza delle risposte in molti passi della Sacra Scrittura. Ma è la croce di Cristo che ci permette di addentrarci più profondamente nel mistero del dolore. Croce che non va spiegata, ma adorata.
Dal momento in cui il Figlio di Dio ha accettato il Calvario – e, molto più, la sofferenza morale di non essere capito, accettato e amato – il credente, abbracciando la Croce, ha i mezzi necessari per affrontare il dolore, dargli un senso e “completare nella sua carne ciò che manca alla passione di Cristo” (cfr. Col 1,24).

Affinché non perdiamo la speranza. Tra tanti mezzi per redimere il mondo, la Somma Sapienza ha scelto il dolore: questo significa che è il mezzo migliore per redimerci. Così pensava Madre Teresa di Calcutta. Questa affermazione non deve portarci a credere che Dio abbia scelto il male come strumento per ottenere il bene. Forse, questa è l’impressione che si potrebbe avere leggendo alcune pagine dell’Antico Testamento. Ma il Nuovo Testamento ci presenta l’essere umano impastato di finito e di infinito, di bene e di male, di gioia e di dolore. E in questa umanità ecco inserirsi il Figlio di Dio, che condivide tutto ciò che è umano, eccetto il peccato. Si sottomette volontariamente ad inaudite sofferenze morali e fisiche, forse per incoraggiare tutti i sofferenti dei secoli futuri a non perdere la speranza: se pure Lui, il Figlio di Dio, ha portato una pesante croce, anche noi possiamo trasformare il nostro dolore in un mezzo di redenzione personale e sociale.

Il dolore legato all’invecchiare, al venire meno delle persone care, alla malattia… aiuta a capire quello che c’è di essenziale nella nostra vita: aggrapparci all’Eterno, stare attaccati a Dio, renderci conto che solo in Lui troveremo perfetta pace già in terra e poi nella vita eterna.

Inoltre, è indiscutibile il vantaggio sperimentato da chi affronta il dolore con la convinzione che esso abbia un senso: se uno soffre bestemmiando, la sua sofferenza cresce all’infinito; se soffre amando, la sofferenza diventa redentiva e meno aggressiva. E ciò perché – come si dice in Cina – il dolore è come una canna di bambù. Se vi si soffia dentro la rabbia della ribellione, quella canna s’incrina e si spezza. Ma se vi si soffia la fede, diventa un flauto e le sue note s’inseriscono armonicamente nel pentagramma del vivere quotidiano.

«…ma posso amare». A Crotone è morta recentemente Aurora, a ventiquattro anni, dopo aver subito ventisette interventi chirurgici. L’esperienza del male fisico, accettato con fede, è stato il luogo in cui ha scoperto la bellezza della vita. «Non riesco né a vivere, né a morire», diceva all’inizio. Poi scoprì di essere di più della sua malattia. La volle trasformare soffiando in quella canna l’amore. E il miracolo avvenne: «Non posso camminare, non posso muovere le mani, ma posso amare». L’amore è diventato il senso della sua vita, alimentata continuamente dall’Eucaristia. Non si è mai arresa. Ha voluto andare fino in fondo nello sperimentare l’infimo grado della sofferenza, il dolore più acuto, per capire la frase del Credo in cui si dice che Cristo «discese agli inferi».

Giunta alla soglia estrema del dolore, un supplemento di fede ha dato un senso e un gusto al vivere, pur nella più grande sofferenza. Da essa, ha appreso ad ascoltare gli altri, a stare accanto a chi è nel dolore, a provare per tutti compassione. Il guardare continuamente in faccia alla morte l’ha aiutata a non fermarsi all’immediato, ad immagazzinare forza e luce, fino al punto da diventare mistica. Sua gioia: sapere di essere amata da Dio e desiderare l’incontro con Lui, per suonare armoniosamente il flauto, per tutta l’eternità. E così lodare per sempre quel Dio che, attraverso il male, le ha spalancato la porta verso il Bene supremo. Verso la Resurrezione. Valentino Salvoldi

Valentino

Commenti

  1. luca fontana
    gen 14, 15:31 #

    penso che sia la verità del mondo che tu così semplicemente ma profondamente descrivi. ti ringrazierò sempre per avermi fatto riscoprire l’amore per Gesù.

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