Perché mai tanta sofferenza?

Lo scandalo del male del mondo. Quando, durante una conferenza, in Europa si affronta il tema della fede, quasi inevitabilmente gli uditori pongono alcune domande sul dolore, che si ripetono monotonamente uguali: «Se Dio esiste e se è Amore, perché non si rivela e permette il male, il dolore e la morte assurda di tanti innocenti?». Per molti occidentali, il male del mondo è la prova più evidente che Dio non esiste. Il dolore crea scandalo e mostra come il caso (se non l’assurdo) stia alla base dell’“universo”, parola che agnostici e atei non considerano in senso etimologico: il tutto rivolto verso l’Uno. Per loro l’“Uno” non c’è, perché così pensano: «Basta una lacrima di un bambino innocente per dimostrare che Dio non esiste».

Non è così altrove: in Africa il dolore, benché sia sperimentato nella sua crudezza come nel resto del mondo, è affrontato come una realtà insita nella natura delle cose. Non s’impreca contro Dio per i mali del mondo. Lui c’è e conosce il perché della sofferenza. Se la permette, senz’altro avrà un senso.

Nel mondo orientale il dolore è affrontato con una grande forza morale. Agli orientali importa che la comunità si salvi e abbia una continuità: l’individuo è disposto a sacrificarsi, anche a scomparire, in vista del bene comune.

Nell’America Latina si guarda alla salvezza come liberazione integrale dell’anima e del corpo. Sull’esempio del Maestro molti cristiani, nutriti della teologia della liberazione, si sforzano di riconoscere la dignità di ogni persona umana sofferente nell’anima e nel corpo. Chiedono non solo che la dignità inalienabile di ogni uomo sia giuridicamente garantita, ma anche che sia concretamente rispettata nella cura e nell’assistenza delle persone malate. Il sofferente si aspetta di essere preso in considerazione e curato in modo integrale.

Benché non sia corretto fare generalizzazioni – ovunque ci sono sempre eccezioni a ciò che sembra essere una regola o una condotta di vita – le precedenti affermazioni mirano a evidenziare, nei vari continenti, un aspetto del sentire comune, utile per un dialogo interculturale mirante a cogliere il meglio di ogni cultura, nel tentativo di dare un senso al dolore.

«Nulla sa più di fiele del soffrire, e nulla sa più di miele dell’aver sofferto; nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza, ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima più dell’aver sofferto» (Meister Eckhart, grande mistico tedesco medievale).

Nella filosofia e teologia francese dello scorso secolo è sovente ripetuta l’intuizione di Paul Claudel: «Dio non è venuto a sopprimere la sofferenza, non è venuto a spiegarla, ma è venuto a riempirla della sua presenza».
Nella cultura odierna dell’Estremo Oriente si sta abbozzando una teologia che non piace affatto a molti occidentali, riassumibile nell’affermazione del teologo giapponese Kazah Kitamori: «Il dolore è la natura nascosta di Dio». Se un padre gioisce tanto per un figlio che ritorna tra le sue braccia, soffre altrettanto per un figlio che si allontana. Il dolore fa parte del mistero di Dio.

La frase di Kazah Kitamori ha un senso per chi accetta la teologia della “teopoiesi”: «Dio si è fatto uomo, perché l’uomo si faccia Dio». Dove incontro Dio? Nei fratelli. In tutti. Ma in particolare in chi soffre, perché il meglio del messaggio evangelico è riassunto nell’amore verso tutti, ma in particolare verso i piccoli e i sofferenti, nei quali Cristo si è identificato: «In verità vi dico: tutto quello che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me». Chiaro il significato: la sofferenza dell’uomo diventa la sofferenza di Dio, vivo e nascosto in ciascuno di noi.

Nella quotidiana esperienza del soffrire. Ognuno di noi, sempre, fa esperienza del dolore. Giorno dopo giorno, nel cammino della vita, s’imbatte nella sofferenza e si accorge che il suo modo di reagire ad essa è strettamente personale, perché ciascuno ha il suo modo di rapportarsi al Mistero, sia esso Dio o la sofferenza. Quest’ultima, per chi non ha fede, rimane un enigma, se non un’assurdità. Per il credente è un “mistero”, da intendersi non come realtà oscura, ma talmente coinvolgente da creare stupore e togliere la parola. “Mistero” deriva dal greco (“mus significa bocca e “tereo” vuol dire portare) e indica quel sentimento di meraviglia che fa portare la mano alla bocca, lasciando senza parole. Mistero: luce che abbaglia, affascina e rimanda a qualche cosa di più grande di noi stessi.

Quando vengo interrogato sulle motivazioni della mia fede, rispondo che con il Signore il mondo rimane mistero, senza di Lui è assurdo. E tra l’assurdo e il mistero, io scelgo quest’ultimo. L’assurdo, infatti, toglie la speranza e la gioia di vivere, mentre il mistero dilata gli orizzonti. Analogo discorso può essere fatto riguardo al dolore, assurdo per chi non crede, misterioso per chi guarda a Cristo, alla sua croce che – come vedremo in seguito – non si comprende ricorrendo ad argomentazioni filosofiche, ma contemplandola in ginocchio. La croce non si spiega, si adora. E lì, in ginocchio davanti alla croce, un po’ alla volta si fa luce sul senso della nostra vita.

Il nascere, il vivere e il morire, con la vanità del tutto – o meglio, con la caterva di dolore che incombe sull’umanità – mi spronano a contrapporre un atto di fede a chi è tentato di venerare il nulla: «Nulla ti turbi, nulla ti spaventi. Nulla manca a chi ha Dio».

Un Dio che non solo “discese dal cielo” per entrare nel nostro nulla e trasformarlo nel tutto, ma addirittura “discese agli inferi”, bevve il calice del dolore fino alla feccia con l’intento d’insegnarci che la sofferenza, vissuta senza fede e non irrorata dalla preghiera fa impazzire. Il dolore, invece, affrontato con lo sguardo del Figlio di Dio crea il capolavoro. Crea il santo. Crea quella stupenda figura che è l’immagine ideale di tutti noi: Maria.

Ella è grande nel suo “sì” ad un progetto che sconvolge tutti i piani umani: il desiderio di una famiglia normale. Grande nel suo canto all’illogico Amore che abbatte i potenti e innalza i miseri. Grande nel conservare nel cuore una Parola non sempre capita. Grande nel suo stare ai piedi della croce per generare un’umanità nuova, della quale diventa madre: «Donna, ecco tuo figlio!».

Guardando a Maria, il cristiano non contempla il dolore umano con lo sguardo disperato del non credente. Egli ha uno sguardo di compassione, mentre riveste la notizia negativa di un supplemento d’amore: quell’amore che ha amalgamato Cristo e sua Madre, nel divino sforzo di “mutare il mesto incedere in passo di danza” e nel raccogliere tutte le lacrime, per farne dei diademi, lassù nel cielo.

Per il cristiano la sofferenza non è assurda, ma provvido enigma. Per il credente il dolore non è pura negatività, ma opportunità. Per chi ha fiducia nella divina Rivelazione, l’ultima parola non è lasciata alla morte, ma al gioioso canto del mattino di Pasqua che rinnova l’universo nell’alleluia della Risurrezione.

Valentino

Commenti

  1. Paolo Pizzileo
    gen 25, 13:08 #

    Grazie Valentino. Mi sono imbattuto per caso nel tuo interessante blog e ne sono rimasto felicemente colpito.
    La profondità delle tue riflessioni, meditazioni,aiutano a ripensare al rapporto che abbiamo con la vita e con Dio.
    Non so se sei un laico o un religioso, certo è che sei un credente autentico e fai sentire il profumo di Dio attraverso ciò che pubblichi.
    Paolo Pizzileo (da Taranto)

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