Ponte Nossa, 7 Febbraio 2008 (63)

Quaresima 2008: lieti nella speranza

Per gli universitari di Pisa – credenti o alla ricerca della verità – sono invitato a tenere una conferenza: «“E come potevamo noi cantare…?”. Per osare la speranza». Il titolo fa riferimento al Salmo 136 che descrive la situazione degli Ebrei in esilio a Babilonia: ai salici appendono le loro cetre, siedono piangendo lungo i fiumi e si rifiutano di cantare i canti di gioia richiesti dai loro oppressori. Il sottotitolo intende sottolineare le tante situazioni di sofferenza presenti nel mondo, per cui al credente è chiesto di provare compassione, di osare, di avere l’audacia e il coraggio di sognare, di volare in alto, di non morire alla speranza.

Inizio la conferenza con il saluto rivolto da Paolo ai Corinti: «Siate lieti, tendete alla perfezione, fatevi coraggio a vicenda, abbiate gli stessi sentimenti, vivete in pace e il Dio dell’amore e della pace sarà con voi»(2 Cor 13, 11), poi cerco di attirare l’attenzione raccontando brevi esperienze vissute in diversi angoli della terra.

Considerato come sta andando il mondo – dopo aver chiesto perdono, con le parole di Giovanni Paolo II, per gli errori commessi dai cristiani, ieri e oggi – inizio il canto della speranza, virtù fragile, delicata, paragonabile ad un fiore che, o si coltiva in giovinezza, o che non si avrà la possibilità di godere al momento del bisogno.

Interessanti le obiezioni:

Come si fa a comandare di essere lieti? La gioia non si impone: viene da sé. Come è possibile essere nella gioia quando si è a conoscenza dei mali che affliggono il mondo?

Come è possibile parlare di compassione, di condivisione e di perfezione a giovani non sensibilizzati sui valori etici e morali e poco attratti dalle realtà celesti, verso le quali, ogni tanto, sentono un po’ di nostalgia, presto soffocata da mille altre sollecitazioni?

Gli Ebrei che a Babilonia appesero le cetre ai salici avevano precedentemente potuto sognare nella loro patria. Chi aiuta i giovani della nostra generazione a sognare? Abbiamo paura di tutti e di tutto. Temiamo il definitivo; gli unici sogni che ci vengono propinati sono quelli della pubblicità. Può lei essere più esplicito e personale nel dire su che cosa basa la sua speranza?

Non aspetto nulla di meglio di quest’ultima domanda e, dopo un breve dibattito, propongo di andare nella cappella universitaria di S. Frediano, per celebrare l’Eucaristia e, successivamente, godere di un momento di convivialità in cui mettere in comune cibo ed esperienze personali.

Avendo osato sperare, il sogno diventa realtà: oltre un centinaio di giovani partecipa alla messa. Quasi eccessiva è l’abbondanza di beni condivisi. E che dire di quell’attardarsi nella notte a gustare la gioia di scoprire il potere della Parola di farsi Pane? Parola e Pane che diventano forza per accogliere il Prossimo, per sentire compassione, per amare come Dio ama.

Ovunque vada, tanto in Oriente quanto in Africa, soprattutto i giovani dimostrano di avere fame della Parola. Anche in Italia, da una decina di anni, è cresciuto il desiderio di conoscere in modo più approfondito la Bibbia, tesoro inesauribile, voce antica e sempre nuova.

Per venire incontro a questo desiderio mi presto a tenere conferenze e a pubblicare testi miranti a far conoscere il minimo indispensabile per poter gustare la parola di Dio. Per questa quaresima propongo un testo di preparazione alla pasqua: «Ebbe compassione. Un padre e…tanti fratelli nel vangelo di Marco», Ed. Elle Di Ci.

In linea con l’ultima enciclica, mi permetto anche di suggerirti una mia lettera aperta che ho scritto per chi è e per chi si sente giovane: «Speranza, scandalo e scommessa», Ed. Queriniana.
Entrambi i testi mirano a mostrare che la fede è speranza che si consuma nell’amore. Amore verso quel Dio che ti chiama nel deserto, invaghito di te, innamorato di te, con quell’amore erotico che è attrazione verso di Lui, l’Amante, l’Amato, l’Amore.

Lo dice Benedetto XVI:

«Il termine agape, molte volte presente nel Nuovo Testamento, indica l’amore oblativo di chi ricerca esclusivamente il bene dell’altro; la parola eros denota invece l’amore di chi desidera possedere ciò che gli manca ed anela all’unione con l’amato. L’amore di cui Dio ci circonda è senz’altro agape. In effetti, può l’uomo dare a Dio qualcosa di buono che Egli già non possegga? Tutto ciò che l’umana creatura è ed ha è dono divino: è dunque la creatura ad aver bisogno di Dio in tutto. Ma l’amore di Dio è anche eros. Nell’Antico Testamento il Creatore dell’universo mostra verso il popolo che si è scelto una predilezione che trascende ogni umana motivazione. Il profeta Osea esprime questa passione divina con immagini audaci come quella dell’amore di un uomo per una donna adultera (cfr 3,1-3); Ezechiele, per parte sua, parlando del rapporto di Dio con il popolo di Israele, non teme di utilizzare un linguaggio ardente e appassionato (cfr 16,1-22). Questi testi biblici indicano che l’eros fa parte del cuore stesso di Dio: l’Onnipotente attende il “sì” delle sue creature come un giovane sposo quello della sua sposa.

Nella Croce si manifesta l’eros di Dio per noi. Eros è infatti – come si esprime lo Pseudo Dionigi – quella forza “che non permette all’amante di rimanere in se stesso, ma lo spinge a unirsi all’amato”. Quale più “folle eros” di quello che ha portato il Figlio di Dio ad unirsi a noi fino al punto di soffrire come proprie le conseguenze dei nostri delitti?»

Lieti nella speranza, affrontiamo il periodo quaresimale ritagliando per noi stessi frammenti di deserto, di silenzio, di provvidenziale solitudine per dare a Dio la possibilità d’amarci e a noi il privilegio di rispondere al suo amore erotico, come ce lo suggerisce il Papa. A lui va il mio ringraziamento per il suo coraggio di usare il linguaggio biblico, tanto caro ai Padri della Chiesa che hanno fatto del deserto il luogo privilegiato per ascoltare con il cuore quella Parola – Logos spermatikos – che genera, feconda e cresce assieme a chi l’ascolta, la commenta e la propone agli altri.

Valentino

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